ANPC Nazionale

Associazione Nazionale Partigiani Cristiani

La memoria oltre la memoria di GIOVANNI BIANCHI

Senso della memoria

 

Il discorso sulla memoria si muove in epoca moderna lungo un itinerario dotto e filosofico che va da Heidegger a Paul Ricoeur. È un percorso invece ignorato dalla politica tutta data nelle immagini e nelle mani di un presenzialismo onnivoro. Resiste ancora negli ambiti residui di una cultura storica e politica che non rinuncia alla propria vocazione. In chi insomma pensa che bisogna essere ricchi del passato per guardare al futuro.

Momento cruciale di una verifica in tal senso è risultato il giorno della memoria. Un tempo non sprecato per ritornare sui temi della svolta del Congresso 2012 della Anpc tenutosi a Metanopoli, in omaggio al ricordo fondante di Enrico Mattei. Con una decisione che per guardare al passato con gli occhi del futuro apre alle nuove generazioni attraverso un accordo con le Acli per costituire i “Gruppi di lavoro Resistenza e Costituzione”, dove l’esigenza di tramandare la memoria ai giovani si coniuga con quella di introdurre nell’organizzazione nuove e più fresche energie. Per tutte le associazioni partigiane infatti il confronto impari continua ad essere quello con l’anagrafe.

Va subito chiarito che il nostro concetto di resistenza civile ha come riferimento la diagnosi di Pietro scoppola. Firmando la prefazione al libro di Bartolo Ciccardini su La resistenza di una comunità Scoppola scriveva: “Due sono i motivi centrali delle tesi revisioniste: il primo è quello della “lunga zona grigia” di indifferenza e passività fra le due posizioni minoritarie in lotta crudele fra loro, quella dei resistenti e quella di coloro che si batterono per la Repubblica di Salò; il secondo è quello della crisi della nazione, quale si era faticosamente venuta formando negli anni del Risorgimento e dell’Italia unitaria, della tragedia dell’8 settembre, che diventa la data simbolo della “morte della patria”.”

Scoppola osservava di seguito che la conseguenza di queste idee largamente proposte e diffuse a livello di opinione pubblica è stata quella di tagliare le radici stesse della Repubblica e della Costituzione, con effetti politici che ancora scontiamo.

 

La “zona grigia”

Troppe cose hanno finito così per essere immolate sull’altare della “zona grigia” diventata un Moloch inaccettabile. Anzitutto una corale partecipazione di popolo, anche se a diverse intensità. In particolare a farne le spese è stata la memoria della faticosa e diffusa partecipazione degli italiani senza la quale i combattenti in montagna non avrebbero avuto un retroterra. La popolazione italiana nel suo insieme non fu infatti né inerte né indifferente di fronte ai drammi provocati dall’8 settembre: dai soldati allo sbando, a inglesi e americani in fuga dai campi di prigionia, agli ebrei salvati con le modalità più ingegnose e talvolta rocambolesche, al rifiuto della chiamata alle armi da parte della Repubblica Sociale, alla resistenza dei militari “badogliani”, agli ufficiali e ai soldati che resistettero nei Lager per fedeltà al giuramento al re, all’apporto delle donne e del clero, fino alla diffusa presenza cattolica intuita da Chabod e non confinabile nella sola categoria dell’attendismo.

È il tessuto morale e civile di chi si batte per la salvaguardia dei valori fondamentali di convivenza e di rispetto della persona umana, così come saranno poi codificati dalla lettera della Costituzione. Perché prendere le armi non può essere considerato l’unica forma di partecipazione e di coinvolgimento. Significative in tal senso le due esperienze parallele di Dossetti che sull’Appennino Reggiano partecipa alle azioni militari ogni volta disarmato, e quella di Ermanno Gorrieri che sull’Appennino Modenese prende parte da capo partigiano ai conflitti a fuoco. Tutti elementi che costringono a ripensare il concetto stesso di Resistenza, evitando di isolare il fenomeno della lotta armata dalle condizioni civili che ne consentono l’esercizio e la vittoria.

Tutto ciò dà conto di una ricostruzione progressiva e dal basso delle ragioni della convivenza delle quali una storiografia più attenta all’ideologia e all’epopea ha faticato a prender conto. Di qui l’importanza della memoria, ma anche dei nuovi tentativi di ricostruzione della memoria medesima. Va d’altra parte riconosciuto che questi tentativi sono in atto e non soltanto tra gli studiosi di area cattolica. Significativo in tal senso l’ultimo libro di Luigi Borgomaneri, dagli anni Settanta ricercatore e collaboratore della Fondazione Isec con sede a Sesto San Giovanni, che ritorna sul tema della scelta fuori dalle ideologie e dalle organizzazioni partitiche, nel tentativo di restituire la storia della Resistenza alla sua verità non revisionistica, fuori cioè dalle costruzioni di parte e “ufficiali”.

Come annota Santo Peli nella densa prefazione all’ultima fatica di Borgomaneri, Lo straniero indesiderato e il ragazzo del Giambellino, se già nei precedenti lavori di Borgomaneri non mancavano cenni critici alle versioni ufficiali della vicenda gappista, “ora è nei capitoli centrali dello Straniero indesiderato che l’autore finalmente ingaggia un serrato confronto con un’immagine del gappismo sostanzialmente scolpita, una volta per tutte, dalla prosa di Giovanni Pesce, e del suo fortunatissimo Senza tregua (1967)”. Che è poi – come nota sempre il prefatore – la via maestra tracciata tanti  anni fa da Italo Calvino, quando invitava a “lanciare una sfida ai detrattori della Resistenza, e nello stesso tempo ai sacerdoti di una Resistenza agiografica ed edulcorata”.

 

Cos’è lotta di popolo

 

E siamo di nuovo al rapporto centrale tra le lotte in montagna e la crescita di coscienza della popolazione: quel che fa della Resistenza una autentica “lotta di popolo”. Addirittura didattica in tal senso la memoria degli scioperi del marzo 1943 e aprile 1944 a Sesto San Giovanni e nelle altre grandi fabbriche del Nord di Milano e Torino. Di esse ha scritto il New York Times il 9 marzo 1944: “Non è mai avvenuto nulla di simile nell’Europa occupata che possa somigliare alla rivolta degli operai italiani. È una prova impressionante che gli italiani, disarmati come sono, sanno combattere con coraggio ed audacia quando hanno una causa per cui combattere”.

Sono le ricostruzioni poetiche e teatrali di David Maria Turoldo a perpetuarne la memoria, con il capolavoro multimediale di Salmodia della speranza (rappresentata nel Duomo di Milano nove  anni fa per la regia di Giulio Mandelli) e la conversazione tenuta agli studenti dell’Istituto Tecnico Industriale “Benedetto Castelli” di Brescia il 31 maggio del 1985, che costituisce insieme la ricostruzione più completa e colloquiale del frate servita di Sant’Egidio. Del pari non vanno dimenticate le storie locali che riempiono gli scaffali di numerose librerie e che neppure l’avvento del Web è riuscito ad arginare. In esse ritroviamo gli eroismi dell’uomo comune, che è il sale della democrazia e che per la democrazia è disponibile a dare la vita sotto il tallone di ferro della dittatura.

Significativo che i due protagonisti del libro di Borgomaneri – un ragazzo del popolare quartiere del Giambellino cantato da Giorgio Gaber e quel Carlo Travaglini, un maturo intellettuale di madre tedesca, autentica primula rossa, che, nella Milano occupata dai nazisti e presidiata dalla Muti, compiono azioni incredibili e mirabolanti – attraversino il grande secolo delle ideologie senza lasciarsene contaminare. Quasi a porre un interrogativo anche per noi di peso epocale su che cosa sia e implichi una autentica fede democratica. Dove sta infatti la differenza tra ideologia e impegno democratico? Come e quando la memoria si fa politica? Come mai siamo piombati da un’epoca di grandi testimoni a questa fase confusa dove campeggiano e chiacchierano i testimonial, che dei testimoni sono un patetica caricatura? Andare oltre gli eccessi dell’ideologia è dunque recuperare la Resistenza al suo senso vero e agli aspetti o sottaciuti o inediti che ne costituiscono un elemento ineliminabile.

Qui si collocano Il martirologio del clero italiano conservato dall’Istituto Sturzo e il discorso di Aldo Moro, che intervenendo in un acceso dibattito alla Costituente argomentò che la Costituzione doveva considerarsi antifascista e non semplicemente a-fascista. Qui anche può esser dato conto del saggio di Claudio Pavone sulla guerra civile, assumendolo – è l’invito di Francesco Malgeri – come un contributo a rilanciare un dibattito o languente o irrigidito, con qualche patetismo, dagli approcci ostinatamente ideologici. (Anche la morte della patria si colloca, per altro verso, sul versante dell’ostinazione ideologica.)

Emerge piuttosto dai lavori e dal percorso tracciato dalla Anpc l’immagine di una “società nascosta”(De Felice). Lo stesso attendismo infatti muove all’interno di un’Italia sofferente, l’Italia delle campagne dove si nascondono renitenti e fuggiaschi, l’Italia delle donne e dei preti. Da non dimenticare Gianfranco Bianchi e il volume edito da Vita e Pensiero Per amore ribelli. Cattolici e Resistenza. Così pure il rifiuto della dialettica nazione/antinazione. E per concludere il giudizio riassuntivo e puntuale del solito David Maria Turoldo: “Il fascismo non è un partito, ma una visione del mondo”.

Il nostro sforzo ha prioritariamente presente questo termine di confronto: celebrare la Resistenza significa anzitutto evidenziare le ragioni che l’hanno evocata.

Febbraio 2014    Giovanni Bianchi

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