Il 2 giugno 2016 in occasione della celebrazione del 70° anniversario della fondazione della Repubblica Italiana le sezioni provinciali di: ANPC e ANPI, l’Ordine degli Avvocati, il Tribunale ed il Comune di Piacenza hanno posto una lapide commemorativa nell’atrio d’ingresso del tribunale di Piacenza.
La lapide, donata dall’Associazione Nazionale Partigiani Cristiani di Piacenza, riporta i nomi dei 18 Avvocati del Foro di Piacenza che hanno partecipato attivamente alla Resistenza e alla Lotta di Liberazione in nome della libertà e della democrazia della nuova Italia, contro il fascismo e l’occupazione nazista.
Programma:
Filmato manifestazioni 2 giugno 2016 Partigiani Cristiani Piacenza
Cliccando sul link: www.youtube.com/edit?video_id=Nz00JCk1bAQ&feature=em-upload_owner potete visionare il filmato postato su Youtube che riassume le manifestazioni tenutesi a cura della sezione di Piacenza dell’Associazione Partigiani Cristiani in occasione del 70° anniversario della Repubblica.
1) Cerimonia intitolazione piazzetta ai fratelli, sen. Sergio e avv. Gianni, Cuminetti
2) Presentazione del libro: “Cattolici piacentini al servizio della Repubblica”
3) Posa della targa dedicata agli 11 onorevoli e senatori piacentini della Democrazia Cristiana.
Galleria fotografica
L’equipaggio ANPC era formato dal Delegato Giorgio Prinzi, dall’Alfiere Daniela Binello, dal Membro di Scorta Roberto Mercuri.
“La nascita della Repubblica”
Convegno organizzato dalla Consulta Provinciale degli Studenti e dall’Ufficio Scolastico Provinciale di Frosinone
Intervento di Carlo Costantini, presidente provinciale dell’ A.N.P.C.
Frosinone 11 maggio 2016
Ringrazio l’ Ufficio Scolastico Provinciale di Frosinone e la Consulta provinciale degli Studenti per l’ invito a ricordare oggi la nascita della Repubblica a 70 anni dall’evento.
La prima domanda che immagino vorreste farmi in questa occasione è la seguente: “per chi hai votato nel referendum, avendo compiuto il 21° anno di età, per la monarchia o per la repubblica?”
All’ amico Pierino Malandrucco, dirigente dell’ U.S.P., che mi invitava all’ incontro, io ho risposto con una mail, dopo aver fatto, lo confesso, delle ricerche storiche, che hanno confermato il mio ricordo: non ho votato per il referendum “monarchia/repubblica”, anzi non ho potuto farlo, benché alla data del 2 giugno 1946 io avessi compiuto i 21 anni di età, già da qualche mese, perché le disposizioni legislative che indicavano gli “aventi diritto al voto” per il referendum precisavano che potevano farlo solo coloro che – uomini e donne – avessero compiuto i 21 anni di età alla data del 31 dicembre 1945.
Ed io rientravo in questa norma restrittiva perché non avevo raggiunto la maggior età (21 anni) entro il 31 dicembre dell’ anno precedente alla data del referendum.
CHI HA INDETTO IL REFERENDUM DEL 2 GIUGNO ?
Facciamo un piccolo salto indietro ricordando che già nella breve stagione di libertà dal 25 luglio 1943 all’ 8 settembre dello stesso anno, avevano rivisto la luce i partiti politici esistenti prima della dittatura fascista, con l’ aggiunta di un nuovo movimento, il Partito d’ Azione.
Il 9 settembre 1943 si costituì a Roma il Comitato di Liberazione Nazionale che coordinò tutti i partiti antifascisti e li guidò nella Resistenza.
Questa “unità resistenziale” caratterizzò tutti i governi della Nazione fino al 1947.
Anche i Sindacati ripresero la loro attività e il 29 giugno 1946 a Bari si tenne un Convegno inteso a costituire una Confederazione unitaria tra comunisti, socialisti e democristiani, aperta ad azionisti liberali.
Alla fine della guerra con decreto luogotenenziale del 5 aprile 1945, n.146 viene istituita la CONSULTA NAZIONALE composta da circa 400 membri.
Il 16 marzo 1946 il principe Umberto decretò – come previsto dall’ accordo del 1944 – che la forma istituzionale dello stato sarebbe stata decisa mediante referendum.
La Consulta Nazionale ratificò tale decreto.
Gli schieramenti dei partiti politici per il Referendum:
oltre ai tradizionali partiti di orientamento repubblicano (PCI, PSIUP, PRI, Partito d’ Azione) tra il 24 marzo il 28 aprile 1946, nell’ ambito dei lavori del I congresso nazionale anche la Democrazia Cristiana, a scrutinio segreto, si espresse a favore della Repubblica, con 730.500 voti rappresentati favorevoli, 252.00 contrari, 75.000 astenuti e 4.000 schede bianche. L’ unico partito del CLN a esprimersi in senso favorevole alla monarchia fu il Partito Liberale che durante il suo congresso nazionale, tenutosi a Roma, votò una mozione in tal senso, con 412 voti contro 261. Alla consultazione referendaria, il PLI si presentò insieme con Democrazia del lavoro nella lista Unione Democratica Nazionale. Il Fronte dell’ Uomo Qualunque, di nuova costituzione, assunse una posizione agnostica.
Se questi furono gli schieramenti ufficiali, la realtà della campagna politica per il referendum, fu – per come io ricordi – molto più articolata e complessa e a tratti vivace e infuocata.
Pur essendo ufficialmente di proporzioni ridotte i movimenti che si erano espressi in favore della Monarchia , pure gli strati sociali favorevoli ad essa erano molteplici ed agguerriti.
Poiché contemporaneamente al referendum si votava anche per la elezione dei membri dell’ Assemblea Costituente, parecchi candidati alla stessa Assemblea cercavano di non compromettersi con scelte troppo decise sul referendum.
Ricordo ancora che qualche candidato, prima di iniziare a parlare, chiedeva – con circospezione – ai dirigenti del suo partito l’ orientamento locale per il referendum per …regolarsi di conseguenza.
Ricordo la saggezza e la prudenza del Presidente del Consiglio De Gasperi che mantenne un atteggiamento riservato sulle sue preferenze personali per il referendum, dovendo attendere maggiormente a garantire l’ eventuale trapasso dei poteri dopo un risultato favorevole alla Repubblica, cosa che fece con molta serenità e anche con grande decisione.
Mi tornano alla mente le infuocate battaglie al Congresso nazionale della D.C. tra i sostenitori della Monarchia e quelli della Repubblica, nelle quali ebbero la meglio i giovani e gli anziani più avveduti che sostenevano la necessità del cambiamento e della svolta repubblicana.
Tra i dirigenti giovanili che si buttarono con accanimento e con successo per la scelta repubblicana ricordo il giovane esponente ciociaro Franco Evangelisti.
A conclusione delle operazioni di voto e ai successivi controlli istituzionali ricordo l’ incontro tra il Presidente del Consiglio De Gasperi e il re Umberto II, succeduto a Vittorio Emanuele, per la comunicazione dell’ esito della consultazione e per gli “ulteriori” adempimenti!
I votanti nella consultazione referendaria erano stati circa 25 milioni (quasi il 90% degli aventi diritto).
La Repubblica ottenne 12.718.000 voti pari al 54,3 %
La Monarchia ottenne 10.718.000 voti pari al 45,7 %.
Voti nulli 1.500.000.
Nella notte tra il 12 e il 13 giugno 1946 il Consiglio dei Ministri trasferì le funzioni di Capo dello Stato al Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi.
Umberto II denunciò la presunta illegalità commessa dal Governo che non aveva atteso, per il trapasso dei poteri, il pronunciamento definitivo della Corte di Cassazione e il giorno stesso partì polemicamente con decisione unilaterale, alla volta dell’ esilio in Portogallo.
Rivedo ancora il saluto di Umberto II ai suoi sostenitori e la partenza per l’ esilio dal quale non sarebbe più tornato.
L’ Assemblea Costituente, eletta contemporaneamente allo svolgimento del Referendum, nella sua prima riunione del 28 giugno 1948 elesse a Capo provvisorio dello Stato l’ on. Enrico De Nicola, con 396 voti su 501, al primo scrutinio.
Con l’ entrata in vigore della nuova Costituzione della Repubblica Italiana, De Nicola assumerà per primo le funzioni di Presidente della Repubblica Italiana (1 gennaio 1948).
Dodici sono stati sinora i Presidenti della Repubblica Italiana. Di essi 2 provenienti dal Partito Liberale, 5 dalla Democrazia Cristiana, 1 dal PSDI, 1 dal PSI, 1 indipendente, 1 dai Democratici di Sinistra, 1 dal Partito Democratico.
Il primo presidente eletto secondo il dettato della Costituzione fu Luigi Einaudi. Il Presidente eletto con il più ampio margine fu Sandro Pertini che, nel 1978, raggiunse l’ 82,3 % dei consensi (832 voti su 1011). Giovanni Leone fu invece il Presidente eletto, nel 1971, con il minor numero di consensi: il 51, 4 % (518 voti su 1008). La sua elezione fu anche la più difficile e lunga della storia repubblicana in quanto richiese 23 scrutini.
Antonio Segni fu il primo Presidente a dimettersi anticipatamente, a causa di un ictus. Poi Giovanni Leone nel 1978 e Francesco Cossiga nel 1992, lasciarono pochi mesi prima del termine a causa di contrasti con il Parlamento e con i media.
Giorgio Napolitano è stato il primo Presidente a essere eletto per un secondo mandato consecutivo, diventando quindi il Presidente più a lungo in carica (9 anni). Sergio Mattarella, oggi in carica, che puntualmente interpreta i sentimenti e le aspettative popolari – è stato eletto con 665 voti pari quasi ai due terzi dell’ assemblea elettiva.
Solo rileggendo l’ elenco dei movimenti politici di provenienza dei dodici Presidenti della Repubblica, possiamo rilevare quanto sia stata articolata la scelta del Parlamento e quanto saggia sia stata la prescrizione della Costituzione che determina la maggioranza necessaria per la elezione del Presidente.
Ogni Presidente ha offerto il suo servizio al Paese, secondo le proprie convinzioni personali, ma nel pieno rispetto della volontà del Parlamento.
Napolitano con il suo secondo mandato ha aiutato l’ Italia a uscire da una possibile crisi istituzionale.
Pertini ha avuto dalla sua il cuore degli italiani che lo hanno amato.
Settanta anni di Repubblica hanno garantito il progresso civile e morale del Paese.
UNA SCELTA DIFFICILE
Quasi all’ inizio dell’ anno scolastico 1943-1944 a noi studenti di seconda liceale, nati negli anni 1923 -24 e 25 – si presentò in classe il preside avvisando che eravamo obbligati a recarci al Distretto militare (che poi era a due passi dalla nostra scuola essendo stato trasferito da Frosinone ad Alatri a causa dei continui bombardamenti del capoluogo) per “regolarizzare” la nostra posizione militare.
“Regolarizzare” era un eufemismo, una parola normale per un evento fuori dall’ ordinario: significava essere arruolati nell’ esercito e partecipare alla guerra in corso.
Una scelta obbligata dalle ordinanze della “R.S.I.” Repubblica sociale italiana, governo fantoccio, strumento dei tedeschi.
Una scelta che però tanti di noi si rifiutarono di fare, tanto è vero che su 8000 obbligati nella nostra provincia, solo 200 accettarono l’ ordine di presentarsi alle armi …
Non solo rifiutammo di arruolarci ma, con un gruppo di coetanei del locale circolo cattolico, con la tacita approvazione dei nostri assistenti e del Vescovo di Alatri, mons. Edoardo Facchini, ci adoperammo con ogni mezzo per convincere tanti altri giovani a seguire il nostro esempio.
Iniziammo allora a collaborare alla pubblicazione di un giornalino clandestino intitolato “Libertà”, duplicato con il ciclostile dell’ Azione Cattolica messoci a disposizione dal Vescovo.
Ricordo che toccò proprio a me scrivere un messaggio dal titolo “il grido dei giovani” con il quale contestavamo il governo repubblichino e invitavamo i giovani a non rispondere al richiamo alle armi. Tale messaggio, pubblicato sul giornalino, fu da noi affisso di notte in vari punti della città.
Iniziò così la nostra collaborazione alla Resistenza in Ciociaria affiancando quella di carattere militare curata dal Comitato Ciociaro di Liberazione, composto dai rappresentanti dei partiti antifascisti e da militari che si trasformò poi in Comitato di Liberazione Nazionale.
Intanto anche nella nostra provincia i tedeschi e i loro alleati repubblichini compivano fucilazioni ed eccidi della popolazione inerme che cercava di resistere alle vessazioni e ai rallestramenti.
Ricordiamo i tragici episodi di Cardito di Vallerotonda, di Ripi, di Mole di Paliano, di S. Andrea, di Vallemaio, di Collecarino di Arpino. A Fiuggi i tedeschi impiccarono Angela Maria Rossi, una donna di Alatri sospettata ingiustamente di tentato avvelenamento di militari tedeschi che avevano requisito nella sua casa viveri e vettovaglie.
A Tecchiena di Alatri ci fu uno scontro tra partigiani e militari alla macchia e un reparto repubblichino in cui rimase ucciso il brigadiere dei carabinieri Felice Cataldi, cui verrà poi conferita la medaglia d’ argento al valor militare.
Azioni militari contro i tedeschi vennero compiute anche ad Anagni, Ceprano, Collepardo, Ferentino, Filettino, Fiuggi, Giuliano di Roma, Guarcino, Paliano, Patrica e in molti altri centri.
CIOCIARI NELLA RESISTENZA FUORI PROVINCIA
Guido Alonzi, nativo di Veroli, fu animatore della Resistenza Lecchese, stretto collaboratore di Ferruccio Parri, arrestato e torturato dalla banda di Kock, ricoverato in una clinica riuscì ad evadere.
Il contributo dei ciociari alla Resistenza viene anche in altre zone del Paese, a Roma e anche all’estero. Ne ricordo alcuni:
Dodici ciociari furono trucidati dai tedeschi alle Fosse Ardeatine: l’ Amministrazione Provinciale li ha ricordati solennemente con un Convegno e una apposita pubblicazione, alla quale abbiamo collaborato anche noi dell’ Associazione Nazionale Partigiani Cristiani di Frosinone.
Il carabiniere Alberto La Rocca in Fiesole si consegna al comando germanico che minaccia di fucilare 10 ostaggi se non si presenta.
Il sottotenente Gino Sellari a Cuneo si lega alle formazioni di “Giustizia e Libertà” – tradito viene fucilato.
Don Giuseppe Morosini già cappellano militare partecipa attivamente alla Resistenza romana – venne fucilato a Forte Bravetta.
Ricordo in particolare, qui oggi, due giovanissimi: Ilario Canacci e Luigi Celani.
Canacci nato a Roma nel 1927 ma vissuto ad Alatri dove frequentò le elementari; tornato a 14 anni a Roma aderì al movimento comunista, arrestato fu trucidato alle Fosse Ardeatine.
Celani, giovane di origini ciociare, partecipa giovanissimo a Roma all’ attività dei gruppi di Azione Patriottica di ispirazione socialista.
Non possiamo passare sotto silenzio, a questo punto, le due pagine buie di questo periodo di guerra spietata e cinica: le foibe e le turpi violenze delle truppe marocchine. Su tali episodi, sui quali sono esplose tante polemiche, esprimiamo una condanna totale e la solidarietà alle vittime innocenti.
Quando ai primi di giugno del 1944 le truppe alleate giunsero in Ciociaria trovarono il movimento della Resistenza ciociara pronto ad assumere autonomamente responsabilità politiche ed amministrative.
Il C.L.N. costituito in Ciociaria designò così i primi amministratori locali che sostituirono i podestà fascisti. Anche per l’ Amministrazione Provinciale e per la Consulta Nazionale vi furono apposite designazioni.
Ricordiamo che primo Presidente dell’ Amministrazione Provinciale venne nominato l’ avv. Domenico Marzi comunista, lo stesso fu nominato sindaco di Frosinone e rimase in carica da giugno a novembre quando venne sostituito dall’ avv. Giacomo Di Palma democristiano. Ad Alatri a capo dell’ amministrazione venne nominato il preside Carlo Minnocci, già sindaco del Partito Popolare Italiano prima del fascismo, a Cassino primo sindaco fu Gaetano Di Biasio e a Sora Giuseppe Ferri.
Scusate, dimenticavo di dirvi che ai primi di giugno del 1944, passati gli alleati all’ inseguimento dei resti dell’ esercito tedesco in rapida ritirata dal fronte di Cassino, si erano riaperte per noi le porte di quel Liceo dal quale eravamo stati allontanati in maniera così brusca e inaspettata.
Rientrammo nelle nostre aule per conseguire la sospirata maturità classica, ma avevamo già raggiunto, fuori dalla scuola, a contatto con il movimento della Resistenza Ciociara, ben altra maturità civica e morale.
Di questa giornata importante anche per l’ incontro tra le nuove e le vecchie generazioni, voluto così opportunamente dalla Consulta provinciale degli studenti e dall’ Ufficio Scolastico Provinciale, vorrei che restassero nella mente e nel cuore di tutti tre parole, tre eventi che caratterizzarono gli anni dal 1944 al 1948, e che suscitarono tanto entusiasmo:
RESISTENZA – REPUBBLICA – COSTITUZIONE
Due erre e una ci per la continuità della democrazia italiana.

L’ANPC orgogliosa, riconoscente e memore del contributo dei cattolici alla redazione della Carta Costituzionale, segue con vivo interesse ed attenzione il dibattito sulle modifiche costituzionali, di notevole importanza, che saranno sottoposte a referendum confermativo nel prossimo ottobre. Un dibattito ampio ed acceso non solo fra le forze politiche, ma anche nel mondo della cultura costituzionale e dell’associazionismo, a settanta anni dal quel tempo che segnò il futuro dell’Italia democratica e repubblicana. L’ANPC contribuirà a questo dibattito, nelle forme e nei modi consoni al nostro ruolo di garanti della memoria dei tanti che hanno sacrificato la vita per raggiungere quella meta. Un contributo significativo ed attento quindi da parte di tutti gli iscritti, in piena e responsabile libertà, proprio per dare valore al momento referendario stesso.
Il Presidente ANPC
On. Giovanni Bianchi
Si è tenuta il 28 Maggio a Cerreto d’Esi una bellissima commemorazione di Bartolo Ciccardini.
A portare i saluti dell’ANPC è stata la nostra Vicepresidente Cristina Olini. Per prima cosa ha portato i saluti del Presidente Giovanni Bianchi con un suo piccolo ricordo: “Ciccardini, dice Bianchi – aveva l’arte – il genio addirittura – di cogliere il particolare che costituisce il punto di vista dal quale dare senso a un intero orizzonte. Credo fosse questo il segreto della sua capacità di scegliere ogni volta con tempestività e giovanile baldanza la posizione in campo. Il protagonismo delle battaglie referendarie, la passione per il presidenzialismo, l’impegno inarrestabile e incontenibile per far conoscere non tanto gli episodi e neppure soltanto l’interpretazione, ma un aspetto civile diffuso e perchè no? “ cattolico” della Resistenza si spiegano con questa scelta mai smentita. Nel suo impegno al vertice dell’associazione Nazionale partigiani cristiani Bartolo non da’ riposo a se stesso, non agli amici, tanto meno a quanti non riescono a celare il fastidio per il suo impegno e per il suo carisma”.
Successivamente Cristina ha condiviso alcuni suoi ricordi personali, raccontando della grande amicizia che aveva legato Bartolo Ciccardini al suo papà Bruno Olini e coglie alla perfezione quella sua fresca giovinezza che lo portava ad avere sempre entusiasmo, mille idee e la voglia di stare insieme alla gente, soprattutto in mezzo ai giovani.
Infine ha portato il saluto di Angelo Sferrazza, grande amico di Bartolo e Vice Presidente Nazionale ANPC: “Carissime amiche e amici, mi dispiace non essere presente, a questo convegno in memoria di Bartolo. Ricordarlo in questi giorni ha un alto valore. Le polemiche che stanno avvelenando l’immagine della Resistenza, offuscano, offendono e sfregiano i valori portanti della nostra democrazia e della Repubblica. Bartolo, dopo il suo lungo percorso di uomo di cultura, di politico acuto e soprattutto anticipatore, ha iniziato il suo percorso dalla Resistenza e lo ha concluso con essa e per essa. Aveva già da tempo e ben chiaramente capito che ci stavano dimenticando e allontanando da quei valori. La sua analisi era ed è correttissima, sia sul piano storico che valoriale: fare rivivere in noi i valori del passato e dare della Resistenza una immagine coraggiosa ed attuale. La Resistenza fu un fatto popolare, non solo di quelli che imbracciarono il fucile, ma dei tanti, migliaia e migliaia che contribuirono alla sua vittoria, non solo militare, ma soprattutto civile. La guerra ai nazifascisti, non fu solo un isolato atto italiano, ma di tutta l’ Europa occupata, anche se con finalità e metodi diversi. Per alcuni era solo restaurare il passato democratico, come nei Paesi nordici, per altri, cancellare il passato per creare o ricreare uno Stato veramente democratico: era il caso dell’Italia, che usciva dalla ventennale dittatura fascista, che non fu un regime da operetta, tutt’altro. Tutte le forze democratiche vi parteciparono, in un arco che va dai monarchici agli anarchici. E i cattolici non furono secondi a nessuno. La storia della loro partecipazione e azione ci offre ogni giorno delle scoperte. Ancora molto deve essere trovato negli archivi scritti e audiovisivi. Ed è questo che sta facendo oggi l’ANPC con la collaborazione dell’Istituto Sturzo. E’ ora che sia dato ad ognuno ciò che gli è dovuto. Il nostro tempo, il mondo in cui viviamo, è lontano dagli anni quaranta, ma i pericolo, le domande, le speranze e le angosce restano ancora ad intimarci ed obbligarci ad essere sempre attenti e vigili. Si respira una brutta aria in Europa e non solo nel nostro continente. Le minacce a ciò che si è costruito con la Resistenza sono reali e diffusi. I giovani fanno fatica a trovare ideali forti e condivisi. E sicuramente è da loro che bisogna cominciare. La Resistenza fu alimentata dai giovani e dalle donne. I giovani e giovanissimi furono i protagonisti del Risorgimento, così come nella Resistenza, che non a caso fu definita il secondo Risorgimento. La Resistenza è un mosaico. Il giorno del funerale di Benigno Zaccagnini (nome di battaglia Tommaso Moro) il 7 novembre del 1989, Arrigo Boldrini leggendario comandante Bulow e per lunghi anni presidente dell’ANPI disse che “nei mosaici della nostra Ravenna si aggiunge una tessera con il nome di Benigno, amico indimenticabile” e concluse con una significativa invocazione “Tommaso Moro, aiutaci tu”. Arrigo Boldrini aveva capito tutto. Bisognerebbe che i seguaci del leggendario comandante Bulow, lo capissero. La Resistenza è di tutti! Potremmo anche noi dire “ Bartolo aiutaci tu”!.
Leggi anche questi due bellissimi commenti:
Sotto il profilo rigorosamente tecnico del contesto bellico, nello specifico in quello che dal punto di vista Alleato viene indicato con la dizione di Campagna d’Italia 1943 – 1945, il termine Resistenza dovrebbe riferirsi solo alle fasi immediatamente successive al radiodiffuso proclama di Pietro Badoglio (https://www.youtube.com/watch?v=QIb7OONY8Dc) che, alle ore 19.42 dell’8 settembre 1943, annunciava il raggiungimento di un accordo di armistizio «(…) La richiesta (di armistizio inoltrata al Generale Eisenhower; N.d.R).è stata accolta. Conseguentemente ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi di qualsiasi altra provenienza», significando il corsivo all’interno della citazione, esse “faranno resistenza” ad eventuale uso della forza militare di altra provenienza, nello specifico da parte dell’ex alleato germanico (https://www.youtube.com/watch?v=0G5mU8QfCnk) divenuto occupante. Faccio notare che il testo originale registrato dalla viva voce di Badoglio non afferma “attacchi da qualunque parte provengano”, come generalmente ritenuto, ma sembra indicare chiaramente l’ex alleato affermando “reagiranno ad eventuali attacchi di qualsiasi altra provenienza”. Non è una quisquiglia, ma è la sostanziale affermazione del cambio di fronte al quale alle Regie Forze Armate viene “ordinato” di adeguarsi. Non più atti di ostilità verso l’ex nemico e sino al quel momento potenziale invasore, ma resistenza, anzi reazione, verso atti ostili dell’ex alleato.
Questo è un punto cruciale e fondamentale, su cui riflettere.
Purtroppo il Diritto internazionale del tempo, rivisto ed aggiornato solo in tempi più recenti dopo il sorgere nel dopoguerra di movimenti nazionali di liberazione, era drastico e fortemente penalizzante verso i “resistenti” nei confronti dell’allora ex alleato, che giuridicamente li considerava “franchi tiratori” passibili di fucilazione.
Questo aspetto, almeno per i reparti regolari inquadrati nel cosiddetto “esercito del Sud” venne superato con la Dichiarazione di Guerra alla Germania da parte del “governo” Badoglio del 13 ottobre 1943, ma non risolse il problema per quanti operavano in formazioni irregolari oltre le linee del fronte. Il primo tentativo di teorizzare con una pubblicazione dottrinale, che data 10 dicembre 1943, questa forma di guerra venne fatto dal Colonnello del Genio Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo (http://www.treccani.it/enciclopedia/giuseppe-cordero-lanza-di-montezemolo_(Dizionario-Biografico)/, Comandante ed animatore del Fronte Clandestino Militare di Roma, che si mosse nella prospettiva della solidarietà nazionale, senza pregiudiziali di ottica politica, ponendo sotto questo aspetto anche le basi per la futura Italia libera, democratica e liberale, quella che i Partigiani Cristiani, divenuti Padri Costituenti, si sforzarono di realizzare con la Costituzione repubblicana del nuovo Stato nato dalla Resistenza e dalla Guerra di Liberazione.
Tra le direttive di Montezemolo – fondamentale – quella di limitare le azioni di “guerriglia” fuori dal contesto urbano, al fine di evitare rappresaglie quali quella che fece seguito all’attentato di via Rasella, che vide lo stesso Montezemolo, che era stato catturato il 25 gennaio 1944, tra i Martiri delle Fosse Ardeatine dopo 58 giorni di detenzione e di sevizie nelle famigerate carceri di via Tasso a Roma.
La cobelligeranza e il tentativo di Montezemolo di accreditare i combattenti in formazioni irregolari oltre le linee come frange delle ricostituite Forze armate nazionali impresse un nuovo corso alla riscossa nazionale in armi che, nell’Italia occupata sotto giurisdizione di comodo della Repubblica Sociale Italiana, mise a dura prova la tenuta del fronte interno, in questo caso in senso proprio di resistenza della società civile alle improbe condizioni della guerra, che per le comunità ecclesiali cristiane assunse anche significato di testimonianza di Valori civili, oltre che di fede, caratterizzandosi per spirito di altruismo e di abnegazione da parte di quei patrioti (il termine partigiano è successivo e di importazione; anche le estreme frange marxiste, i Gap, significavano Gruppi di Azione Patriottica e di Azione Proletaria, come da vulgata successiva) che scelsero di resistere e combattere senza fucile, preferendo sacrificare la loro vita piuttosto che toglierla di propria mano ad altri. Certo non mancarono i comandanti militari in armi, taluni validissimi ed eroici, anche se mai dimentichi della loro peculiarità di cristiani che li rendeva nei comportamenti e nello spirito diversi da altri combattenti che tali Valori cristiani non sentivano e non praticavano.
Cessate le ostilità, come accennavamo, l’obiettivo primario fu ricostruire l’unità e la solidarietà nazionale, plasmando la società e lo Stato che andava delineandosi con la Costituente secondo i propri Valori guida che per i Cristiani significava anche trasporre in pratica e nel sociale gli insegnamenti del Vangelo. Gli aspetti militari pregressi finirono, almeno per la nostra componente di Partigiani Cristiani, marginalizzati, guardando più al futuro migliore da costruire che al doloroso, sia pure glorioso, passato che aveva reso possibile la costruzione di quel migliore futuro.
Oggi, dopo oltre settanta anni dalla fine della tragedia, il discorso del dopo si riapre nello specifico anche in relazione a progetti di revisione della Carta Costituzionale e, nel contingente, nella prospettiva del referendum con il quale i cittadini sono chiamati ad approvare o respingere recenti modifiche approvate dal Parlamento secondo la prassi prevista. Si ritorna alle origini, ai Valori della Resistenza e della Guerra di Liberazione che rappresentano l’ottica nazionale italiana della Campagna d’Italia 1943 – 1945, combattuta dagli Alleati e senza il cui supporto e sforzo congiunto la nuova Italia non avrebbe potuto sorgere, anche se – ed è bene sottolinearlo con veemenza – non si è trattato di un regalo gratuito, ma di una sinergia operativa e di intenti che hanno avuto il loro peso reciproco.
Quanto pesa allora in termini militari la Resistenza civile ed in armi nell’Italia occupata? Difficile una quantificazione semplice ed immediata, perché la “guerriglia” per formazioni irregolari, per non parlare della resistenza civile compresa quella non in armi, è cosa non commensurabile con il potenziale bellico sul campo delle avverse forze regolari, in quanto le due realtà si caratterizzano sotto il profilo della potenza e delle tattiche di combattimento per aspetti che poco hanno in comune se non la impari contrapposizione in campo aperto. Questo senza tenere in alcun conto la mole di informazioni raccolte dall’osservazione diretta e dall’intelligence sul terreno, fondamentale come in ogni conflitto, compresi quelli attuali in corso nei quali si impiegano “forze speciali”.
Si ricorre allora ad una valutazione convenzionale, facendo riferimento alle forze che i tedeschi dovettero stornare dalla linea del fronte per contenere e contrastare le formazioni patriottiche, la guerra partigiana come oggi entrato nel linguaggio comune. Furono ben sei la divisioni (https://www.youtube.com/watch?v=theo-HOVQBo) che i tedeschi si trovarono costretti a sottrarre alla linea del fronte per contrastare il fenomeno.
Se ad esse si somma il contributo, a partire dal 23 luglio 1944, (http://www.difesa.it/Primo_Piano/Documents/2014/09%20aprile%202014/Esercito_nella%20Guerra_Liberazione.pdf) dei sei Gruppi da Combattimento, divisioni effettive per motivi politici, pensando al futuro trattato di pace, definite con altra dizione, delle otto Divisioni Ausiliarie, che per l’intera durata della Guerra di Liberazione assolsero gravose funzioni logistiche, giungendo a impiegare ben 196.000 uomini a supporto della complessa macchina bellica alleata, alla quale l’ampia dotazione di mezzi motorizzati e meccanizzati di cui disponevano gli anglo americani poco serviva a fronteggiare le asperità del territorio montano della Penisola, e soprattutto le sue frequenti piogge che in certi mesi trasformavano le strade in fiumi di fango.
Fra queste unità si distinsero in particolare, per spirito di sacrificio e abnegazione, le Divisioni ausiliarie 210ª 228ª e 321ª, i cui reparti di salmerie operarono nell’immediatezza del fronte, partecipando anche ad alcuni combattimenti;
il “Genio Pionieri”, la cui opera consentì lo sminamento e il riattamento di gran parte delle rete stradale e ferroviaria.
Tutto questo ha voluto significare e testimoniare la partecipazione con Medagliere di Associazione Nazionale Partigiani Cristiani, alla Ricorrenza del Memorial Day presso il Cimitero Militare Statunitense di Nettuno, svoltasi quest’anno domenica 29 maggio 2016. Il concetto da noi espresso sopra è stato in quella occasione puntualizzato dal Generale Rosario Arosa, Commissario Generale di Onor Caduti, nella sua allocuzione, che ha ricordato come, in quei giorni, dopo un disastroso disimpegno dalla guerra a fianco dell’Asse, la resistenza alle truppe del vecchio alleato divenute avverse e nemiche ed, infine, con la cobelligeranza e l’avvio del riscatto militare delle rifondate Forze Armate nazionali, iniziato con il battesimo del fuoco l’8 dicembre 1943 a Montelungo sulla cui quota il successivo 16 dicembre sventolarono insieme per la prima volta le bandiere italiana e statunitense vittoriose, e conclusosi con la partecipazione allo sfondamento finale nell’aprile del 1945 dei Gruppi di Combattimento, che costituiranno l’ossatura portante del futuro esercito repubblicano; in sintesi questo susseguirsi di eventi innescò un processo militare e civile che ci trasformò da nazione vinta a Nazione protagonista nel nuovo ordine mondiale, con forte ruolo nella collocazione Occidentale grazie anche all’adesione all’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico, quella Nato in cui oggi, come appunto ricordava il Generale Arosa, giochiamo un ruolo da comprimari e protagonisti nello sforzo di consentire ad altri popoli un processo omologo a quello da noi vissuto in quei tragici anni
E negli anni critici della contrapposizione minacciosa tra Nato e Patto di Varsavia la nostra Associazione ha preceduto i tempi con un progetto all’epoca portato avanti con il sostegno fattivo dell’allora Sottosegretario alla Difesa Bartolo Ciccardini all’attuale Consigliere Nazionale Giorgio Prinzi, all’epoca Vice Presidente Nazionale dell’Associazione dell’Arma del Genio e delle Trasmissioni, Anget, promotore ed animatore di un Corpo Volontario di Riservisti di Difesa Civile, versione attualizzata alle esigenze militari dell’epoca delle formazioni di patrioti/partigiani. Tra i due aveva fatto da tramite il compianto Segretario Nazionale Bruno Olini, padre della nostra attuale Vice Presidente Nazionale Maria Cristina; purtroppo i tempi allora non erano maturi e addirittura con la legge di sospensione della leva spariva nella dottrina militare italiana non solo la struttura, ma persino il termine di “difesa civile”, che oggi si tenta di richiamare in vita con la dizione di “esercito allargato” coinvolgendo con impiego collaterale il personale in congedo, come già avviene per i Carabinieri, la Polizia di Stato e la stessa Polizia Municipale, che collaborano a latere con compiti d’istituto.
Ma l’esperienza partigiana, quale quella vissuta dai dante causa ad Anpc, ha prodotto implicazioni dottrinali persino in campo internazionale, ad esempio nella pianificazione di difesa della Nato, E proprio in termini di moderna dottrina militare faccio riferimento in relazione alle formazioni irregolari e partigiane, in chiave moderna organizzazioni “stay behind”, teorizzate nel manuale dottrinale FM 31 – 20 dell’esercito statunitense, come spiega in un articolo comparso sulla rivista dell’ex Sisde “Per aspera ad veritatem” n° 21 del 2001 (http://gnosis.aisi.gov.it/sito/rivista21.nsf/servnavig/8) l’amico Vittorfranco Pisano, Capo Dipartimento Sicurezza ed Intelligence presso la Libera Università Hugo Grotius (Lunig), Colonnello della Polizia militare statunitense (il nome italiano non tragga in inganno), autore di numerose pubblicazioni in materia di terrorismo, sicurezza e intelligence:
«Il quesito da porsi in questo contesto è “cosa significa nella sostanza stay-behind?” Per ottenere una risposta basta consultare un manuale da campo dello U.S. Army, (…) nel pubblico dominio sin dal dicembre 1965, (…) FM 31-20, intitolato Special Forces Operational Techniques, ossia Tecniche Operative delle Forze Speciali. Mentre è palese il significato di FM, la designazione numerica 31 sta per Forze Speciali, una branca dell’Esercito più spesso soprannominata Green Berets (Berretti Verdi, dal colore del copricapo) e il numero 20 vuole designare questo manuale da campo come parte della serie 31, che riguarda appunto le Forze Speciali. (…) Il paragrafo 30, pagina 46, dello FM 31-20 delimita stay-behind e recita, in traduzione italiana, quanto segue: “Distaccamenti di Forze Speciali possono essere preposizionati in aree di prevedibili operazioni prima che tali aree siano occupate dal nemico, così permettendo di organizzare il nucleo di una forza di guerriglia. Rigorose precauzioni devono essere adottate per salvaguardare la sicurezza, in particolare quella delle aree di rifugio o di altri siti di salvezza da utilizzare durante il periodo iniziale dell’occupazione. Le informazioni concernenti le località e le identità all’interno della organizzazione sono rivelate in base a quello che è indispensabile sapere. I contatti tra vari elementi avvengono con comunicazioni clandestine. Depositi segreti in ordine sparso, inclusi gli apparati radio, vengono predisposti quando possibile. Essendo sconsigliabile che gli appartenenti ai distaccamenti di Forze Speciali vengano impiegati come agenti di intelligence in aree urbane, le operazioni alle spalle del nemico hanno migliori possibilità di successo in aree rurali. Quando le predette operazioni sono condotte in aree densamente popolate il distaccamento delle Forze Speciali si appoggia completamente sulle organizzazioni indigene in relazione alla sicurezza, ai necessari contatti per l’espansione della rete e all’incremento dello sforzo».
Si tratta a nostro avviso di una definizione puntuale di quella che fu l’azione militare patriottica e partigiana in territorio sotto controllo tedesco, della cosiddetta Resistenza in armi e del supporto informativo e logistico fornito alle truppe italiane cobelligeranti ed a quelle Alleate, nel contingente in riferimento alla V Armata statunitense, di cui 7862 Caduti riposano nel Cimitero Militare di Nettuno, sorto nell’area di sepoltura utilizzata si dalle prime fasi dello sbarco a Sud di Roma.
Una partecipazione di riconoscenza per il loro sacrificio, ma al tempo stesso di rivendicazione e di testimonianza di un impegno e sacrificio congiunti, per quanto ci riguarda secondo i Valori cristiani che ci hanno contraddistinti nella lotta al nazifascismo e che ancora oggi ci contraddisdinguono quando si parla di apportare modifiche alla Costituzione repubblicana resa possibile anche da quel sacrificio e dal quel comune tributo di sangue.
Giorgio Prinzi (Consigliere Nazionale ANPC)
L’ANPC patrocina, insieme alle altre associazioni partigiane e combattentistiche, la cerimonia di ricordo del 1° bombardamento aereo sulla città di Terni:11 agosto 1943.


Congratulazioni per la bella iniziativa!
Il Maestro Marcella Crudeli da vario tempo ha ripreso l’antica tradizione di riunire nei salotti letterati, musicisti, e professionisti di vari settori per creare una sinergia nell’ambito della cultura e della musica in particolare.

La Vicepresidente Cristina Olini è stata invitata per presentare la nostra Associazione. Nel suo bellissimo discorso ha ribadito: “Come uomini di fede, i partigiani cristiani non hanno lottato per affermare se stessi, ma per servire gli uomini. si combatteva per l’instaurazione della democrazia, per l’affermazione di quei valori che troveranno poi concreta attuazione nella Costituzione. Eventi vissuti da un popolo che anelava a vivere in pace, con dignità e nella solidarietà. (…) La lotta partigiana fu innanzitutto una rivolta morale contro le condizioni nelle quali era stata ridotta l’Italia. Era una reazione di dolore e fierezza”.
Ci congratuliamo per la bella iniziativa.
Per recuperare i luoghi culturali dimenticati il Governo mette a disposizione 150 milioni di euro. Fino al 31 maggio tutti i cittadini potranno segnalare all’indirizzo di posta elettronica bellezza@governo.it un luogo pubblico da recuperare, ristrutturare o reinventare per il bene della collettività . Una commissione ad hoc stabilirà a quali progetti assegnare le risorse. Partecipate con noi all’iniziativa, segnalando all’indirizzo di posta elettronica bellezza@governo.it il nostro comune interesse verso il recupero del campo Le Fraschette di Alatri, un’area ricca di storia, degna di esser trasformata in luogo di memoria, ma anche di incontri e cultura. Basta solo un’email e, tutti insieme, possiamo dare nuova voce a un patrimonio collettivo che merita di essere valorizzato.
Suggeriamo un testo da inviare: “In relazione all’iniziativa del Governo con cui si intende finanziare il recupero di un bene della collettività, desidero che vengano finanziati il recupero e la valorizzazione dell’area del campo di Concentramento le Fraschette di Alatri, al fine di restituire alla cittadinanza e ai turisti questo importante luogo della Memoria. Durante la guerra fu vero campo di concentramento per croati, sloveni, anglo-maltesi e prigionieri politici provenienti da Ustica e Ventotene. Subito dopo la guerra vi furono internati gli “stranieri indesiderabili”: criminali di guerra, criminali comuni, collaborazionisti, ustascia, ma anche esuli istriani, stranieri senza documenti e rifugiati d’oltrecortina. Infine dal 1960 il campo ospitò le famiglie dei profughi italiani cacciati dalla Tunisia, Egitto, Libia.
I capannoni stanno ormai cadendo a pezzi e i tetti, crollando, portano via frammenti di storia. La vegetazione sta silenziosamente ricoprendo attimi e storie vissute.
Il campo Le Fraschette di Alatri racconta mezzo secolo di storia dell’Europa e del nord Africa, 50 anni di storia si stanno lentamente dissolvendo sotto ai nostri occhi.”
Invitate tanti amici a partecipare.
Grazie,
La Segreteria ANPC
