ANPC Nazionale

Associazione Nazionale Partigiani Cristiani

Memorial Day 29 Maggio 2016

Sotto il profilo rigorosamente tecnico del contesto bellico, nello specifico in quello che dal punto di vista Alleato viene indicato con la dizione di Campagna d’Italia 1943 – 1945, il termine Resistenza dovrebbe riferirsi solo alle fasi immediatamente successive al radiodiffuso proclama di Pietro Badoglio (https://www.youtube.com/watch?v=QIb7OONY8Dc) che, alle ore 19.42 dell’8 settembre 1943, annunciava il raggiungimento di un accordo di armistizio «(…) La richiesta (di armistizio inoltrata al Generale Eisenhower; N.d.R).è stata accolta. Conseguentemente ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi di qualsiasi altra provenienza», significando il corsivo all’interno della citazione, esse “faranno resistenza” ad eventuale uso della forza militare di altra provenienza, nello specifico da parte dell’ex alleato germanico (https://www.youtube.com/watch?v=0G5mU8QfCnk) divenuto occupante. Faccio notare che il testo originale registrato dalla viva voce di Badoglio non afferma “attacchi da qualunque parte provengano”, come generalmente ritenuto, ma sembra indicare chiaramente l’ex alleato affermando “reagiranno ad eventuali attacchi di qualsiasi altra provenienza”. Non è una quisquiglia, ma è la sostanziale affermazione del cambio di fronte al quale alle Regie Forze Armate viene “ordinato” di adeguarsi. Non più atti di ostilità verso l’ex nemico e sino al quel momento potenziale invasore, ma resistenza, anzi reazione, verso atti ostili dell’ex alleato.

Questo è un punto cruciale e fondamentale, su cui riflettere.

Purtroppo il Diritto internazionale del tempo, rivisto ed aggiornato solo in tempi più recenti dopo il sorgere nel dopoguerra di movimenti nazionali di liberazione, era drastico e fortemente penalizzante verso i “resistenti” nei confronti dell’allora ex alleato, che giuridicamente li considerava “franchi tiratori” passibili di fucilazione.

Questo aspetto, almeno per i reparti regolari inquadrati nel cosiddetto “esercito del Sud” venne superato con la Dichiarazione di Guerra alla Germania da parte del “governo” Badoglio del 13 ottobre 1943, ma non risolse il problema per quanti operavano in formazioni irregolari oltre le linee del fronte. Il primo tentativo di teorizzare con una pubblicazione dottrinale, che data 10 dicembre 1943, questa forma di guerra venne fatto dal Colonnello del Genio Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo (http://www.treccani.it/enciclopedia/giuseppe-cordero-lanza-di-montezemolo_(Dizionario-Biografico)/, Comandante ed animatore del Fronte Clandestino Militare di Roma, che si mosse nella prospettiva della solidarietà nazionale, senza pregiudiziali di ottica politica, ponendo sotto questo aspetto anche le basi per la futura Italia libera, democratica e liberale, quella che i Partigiani Cristiani, divenuti Padri Costituenti, si sforzarono di realizzare con la Costituzione repubblicana del nuovo Stato nato dalla Resistenza e dalla Guerra di Liberazione.

Tra le direttive di Montezemolo – fondamentale – quella di limitare le azioni di “guerriglia” fuori dal contesto urbano, al fine di evitare rappresaglie quali quella che fece seguito all’attentato di via Rasella, che vide lo stesso Montezemolo, che era stato catturato il 25 gennaio 1944, tra i Martiri delle Fosse Ardeatine dopo 58 giorni di detenzione e di sevizie nelle famigerate carceri di via Tasso a Roma.

La cobelligeranza e il tentativo di Montezemolo di accreditare i combattenti in formazioni irregolari oltre le linee come frange delle ricostituite Forze armate nazionali impresse un nuovo corso alla riscossa nazionale in armi che, nell’Italia occupata sotto giurisdizione di comodo della Repubblica Sociale Italiana, mise a dura prova la tenuta del fronte interno, in questo caso in senso proprio di resistenza della società civile alle improbe condizioni della guerra, che per le comunità ecclesiali cristiane assunse anche significato di testimonianza di Valori civili, oltre che di fede, caratterizzandosi per spirito di altruismo e di abnegazione da parte di quei patrioti (il termine partigiano è successivo e di importazione; anche le estreme frange marxiste, i Gap, significavano Gruppi di Azione Patriottica e di Azione Proletaria, come da vulgata successiva) che scelsero di resistere e combattere senza fucile, preferendo sacrificare la loro vita piuttosto che toglierla di propria mano ad altri. Certo non mancarono  i comandanti militari in armi, taluni validissimi ed eroici, anche se mai dimentichi della loro peculiarità di cristiani che li rendeva nei comportamenti e nello spirito diversi da altri combattenti che tali Valori cristiani non sentivano e non praticavano.

Cessate le ostilità, come accennavamo, l’obiettivo primario fu ricostruire l’unità e la solidarietà nazionale, plasmando la società e lo Stato che andava delineandosi con la Costituente secondo i propri Valori guida che per i Cristiani significava anche trasporre in pratica e nel sociale gli insegnamenti del Vangelo. Gli aspetti militari pregressi finirono, almeno per la nostra componente di Partigiani Cristiani, marginalizzati, guardando più al futuro migliore da costruire che al doloroso, sia pure glorioso, passato che aveva reso possibile la costruzione di quel migliore futuro.

Oggi, dopo oltre settanta anni dalla fine della tragedia, il discorso del dopo si riapre nello specifico  anche in relazione a progetti di revisione della Carta Costituzionale e, nel contingente, nella prospettiva del referendum con il quale i cittadini sono chiamati ad approvare o respingere recenti modifiche approvate dal Parlamento secondo la prassi prevista. Si ritorna alle origini, ai Valori della Resistenza e della Guerra di Liberazione che rappresentano l’ottica nazionale italiana della Campagna d’Italia 1943 – 1945, combattuta dagli Alleati e senza il cui supporto e sforzo congiunto la nuova Italia non avrebbe potuto sorgere, anche se – ed è bene sottolinearlo con veemenza – non si è trattato di un regalo gratuito, ma di una sinergia operativa e di intenti che hanno avuto il loro peso reciproco.

Quanto pesa allora in termini militari la Resistenza civile ed in armi nell’Italia occupata? Difficile una quantificazione semplice ed immediata, perché la “guerriglia” per formazioni irregolari, per non parlare della resistenza civile compresa quella non in armi, è cosa non commensurabile con il potenziale bellico sul campo delle avverse forze regolari, in quanto le due realtà si caratterizzano sotto il profilo della potenza e delle tattiche di combattimento per aspetti che poco hanno in comune se non la impari contrapposizione in campo aperto. Questo senza tenere in alcun conto la mole di informazioni raccolte dall’osservazione diretta e dall’intelligence sul terreno, fondamentale come in ogni conflitto, compresi quelli attuali in corso nei quali si impiegano “forze speciali”.

Si ricorre allora ad una valutazione convenzionale, facendo riferimento alle forze che i tedeschi dovettero stornare dalla linea del fronte per contenere e contrastare le formazioni patriottiche, la guerra partigiana come oggi entrato nel linguaggio comune. Furono ben sei la divisioni (https://www.youtube.com/watch?v=theo-HOVQBo) che i tedeschi si trovarono costretti a sottrarre alla linea del fronte per contrastare il fenomeno.

Se ad esse si somma il contributo, a partire dal 23 luglio 1944, (http://www.difesa.it/Primo_Piano/Documents/2014/09%20aprile%202014/Esercito_nella%20Guerra_Liberazione.pdf) dei sei Gruppi da Combattimento, divisioni effettive per motivi politici, pensando al futuro trattato di pace, definite con altra dizione, delle otto Divisioni Ausiliarie, che per l’intera durata della Guerra di Liberazione assolsero gravose funzioni logistiche, giungendo a impiegare ben 196.000 uomini a supporto della complessa macchina bellica alleata, alla quale l’ampia dotazione di mezzi motorizzati e meccanizzati di cui disponevano gli anglo americani poco serviva a fronteggiare le asperità del territorio montano della Penisola, e soprattutto le sue frequenti piogge che in certi mesi trasformavano le strade in fiumi di fango.

Fra queste unità si distinsero in particolare,  per spirito di sacrificio e abnegazione, le Divisioni ausiliarie 210ª 228ª e 321ª, i cui reparti di salmerie operarono nell’immediatezza del fronte, partecipando anche ad alcuni combattimenti;

il “Genio Pionieri”, la cui opera consentì lo sminamento e il riattamento di gran parte delle rete stradale e ferroviaria.

Tutto questo ha voluto significare e testimoniare la partecipazione con Medagliere di Associazione Nazionale Partigiani Cristiani, alla Ricorrenza del Memorial Day presso il Cimitero Militare Statunitense di Nettuno, svoltasi quest’anno domenica 29 maggio 2016. Il concetto da noi espresso sopra è stato in quella occasione puntualizzato dal Generale Rosario Arosa, Commissario Generale di Onor Caduti, nella sua allocuzione, che ha ricordato come, in quei giorni, dopo un disastroso disimpegno dalla guerra a fianco dell’Asse, la resistenza alle truppe del vecchio alleato divenute avverse e nemiche ed, infine, con la cobelligeranza e l’avvio del riscatto militare delle rifondate Forze Armate nazionali, iniziato con il battesimo del fuoco l’8 dicembre 1943 a Montelungo sulla cui quota il successivo 16 dicembre sventolarono insieme per la prima volta le bandiere italiana e statunitense vittoriose, e conclusosi con la partecipazione allo sfondamento finale nell’aprile del 1945 dei Gruppi di Combattimento, che costituiranno l’ossatura portante del futuro esercito repubblicano; in sintesi questo susseguirsi di eventi innescò un processo militare e civile che ci trasformò da nazione vinta a Nazione protagonista nel nuovo ordine mondiale, con forte ruolo nella collocazione Occidentale grazie anche all’adesione all’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico, quella Nato in cui oggi, come appunto ricordava il Generale Arosa, giochiamo un ruolo da comprimari e protagonisti nello sforzo di consentire ad altri popoli un processo omologo a quello da noi vissuto in quei tragici anni

E negli anni critici della contrapposizione minacciosa tra Nato e Patto di Varsavia la nostra Associazione ha preceduto i tempi con un progetto all’epoca portato avanti con il sostegno fattivo dell’allora Sottosegretario alla Difesa Bartolo Ciccardini all’attuale Consigliere Nazionale Giorgio Prinzi, all’epoca Vice Presidente Nazionale dell’Associazione dell’Arma del Genio e delle Trasmissioni, Anget, promotore ed animatore di un Corpo Volontario di Riservisti di Difesa Civile, versione attualizzata alle esigenze militari dell’epoca delle formazioni di patrioti/partigiani. Tra i due aveva fatto da tramite il compianto Segretario Nazionale Bruno Olini, padre della nostra attuale Vice Presidente Nazionale Maria Cristina; purtroppo i tempi allora non erano maturi e addirittura con la legge di sospensione della leva spariva nella dottrina militare italiana non solo la struttura, ma persino il termine di “difesa civile”, che oggi si tenta di richiamare in vita con la dizione di “esercito allargato” coinvolgendo con impiego collaterale il personale in congedo, come già avviene per i Carabinieri, la Polizia di Stato e la stessa Polizia Municipale, che collaborano a latere con compiti d’istituto.

Ma l’esperienza partigiana, quale quella vissuta dai dante causa ad Anpc, ha prodotto implicazioni dottrinali persino in campo internazionale, ad esempio nella pianificazione di difesa della Nato, E proprio in termini di moderna dottrina militare faccio riferimento in relazione alle formazioni irregolari e partigiane, in chiave moderna organizzazioni “stay behind”, teorizzate nel manuale dottrinale FM 31 – 20 dell’esercito statunitense, come spiega in un articolo comparso sulla rivista dell’ex Sisde “Per aspera ad veritatem” n° 21 del 2001 (http://gnosis.aisi.gov.it/sito/rivista21.nsf/servnavig/8) l’amico Vittorfranco Pisano, Capo Dipartimento Sicurezza ed Intelligence presso la Libera Università Hugo Grotius (Lunig), Colonnello della Polizia militare statunitense (il nome italiano non tragga in inganno), autore di numerose pubblicazioni in materia di terrorismo, sicurezza e intelligence:

«Il quesito da porsi in questo contesto è “cosa significa nella sostanza stay-behind?” Per ottenere una risposta basta consultare un manuale da campo dello U.S. Army, (…) nel pubblico dominio sin dal dicembre 1965, (…) FM 31-20, intitolato Special Forces Operational Techniques, ossia Tecniche Operative delle Forze Speciali. Mentre è palese il significato di FM, la designazione numerica 31 sta per Forze Speciali, una branca dell’Esercito più spesso soprannominata Green Berets (Berretti Verdi, dal colore del copricapo) e il numero 20 vuole designare questo manuale da campo come parte della serie 31, che riguarda appunto le Forze Speciali. (…) Il paragrafo 30, pagina 46, dello FM 31-20 delimita stay-behind e recita, in traduzione italiana, quanto segue: “Distaccamenti di Forze Speciali possono essere preposizionati in aree di prevedibili operazioni prima che tali aree siano occupate dal nemico, così permettendo di organizzare il nucleo di una forza di guerriglia. Rigorose precauzioni devono essere adottate per salvaguardare la sicurezza, in particolare quella delle aree di rifugio o di altri siti di salvezza da utilizzare durante il periodo iniziale dell’occupazione. Le informazioni concernenti le località e le identità all’interno della organizzazione sono rivelate in base a quello che è indispensabile sapere. I contatti tra vari elementi avvengono con comunicazioni clandestine. Depositi segreti in ordine sparso, inclusi gli apparati radio, vengono predisposti quando possibile. Essendo sconsigliabile che gli appartenenti ai distaccamenti di Forze Speciali vengano impiegati come agenti di intelligence in aree urbane, le operazioni alle spalle del nemico hanno migliori possibilità di successo in aree rurali. Quando le predette operazioni sono condotte in aree densamente popolate il distaccamento delle Forze Speciali si appoggia completamente sulle organizzazioni indigene in relazione alla sicurezza, ai necessari contatti per l’espansione della rete e all’incremento dello sforzo».

Si tratta a nostro avviso di una definizione puntuale di quella che fu l’azione militare patriottica e partigiana in territorio sotto controllo tedesco, della cosiddetta Resistenza in armi e del supporto informativo e logistico fornito alle truppe italiane cobelligeranti ed a quelle Alleate, nel contingente in riferimento alla V Armata statunitense, di cui 7862 Caduti riposano nel Cimitero Militare di Nettuno, sorto nell’area di sepoltura utilizzata si dalle prime fasi dello sbarco a Sud di Roma.

Una partecipazione di riconoscenza per il loro sacrificio, ma al tempo stesso di rivendicazione e di testimonianza di un impegno e sacrificio congiunti, per quanto ci riguarda secondo i Valori cristiani che ci hanno contraddistinti nella lotta al nazifascismo e che ancora oggi ci contraddisdinguono quando si parla di apportare modifiche alla Costituzione repubblicana resa possibile anche da quel sacrificio e dal quel comune tributo di sangue.

Giorgio Prinzi (Consigliere Nazionale ANPC)

 

 

 

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