Il 4 giugno 2025 presso la Casa della Memoria e della Storia in Via San Francesco di Sales, 5 a Roma, alle ore 18,00 la presentazione del libro di Mario Avagliano: “L’uomo che arrestò Mussolini”. La storia intrepida del tenente colonnello dei Carabinieri Giovanni Frignani, dalle trincee del Piave all’arresto di Mussolini, dalla Resistenza clandestina a Roma alle Fosse Ardeatine.
L’incontro tra i reduci della F.E.B e i reduci dei Partigiani Cristiani delle Divisioni 100 Croci e Val Taro.
Per l’occasione, sono state scambiate le rispettive bandiere firmate da tutti i reduci ed è stata consegnata e data lettura della Lettera di Resa che il Comandante Unico delle Divisioni Partigiane nella “Battaglia della Sacca di Fornovo, Richetto”, consegnò al nemico ammassato nel greto del Taro e circondato dalle varie Divisioni Partigiane.
Il Comando Tedesco rispose che non avrebbero preso iniziative, ma che si sarebbero consegnati solamente agli alleati. Questa decisione fu presa in quanto il Comando Tedesco pensò che se si sarebbe arreso ai Partigiani, non avrebbero avuto le garanzie dettate dal Convenzione di Ginevra in quanto ava già conosciuto l’operato di altre Brigate politicizzate e non sapeva che le Divisioni Cattoliche avrebbero invece operato secondo la Convenzione di Ginevra. Allora Richetto andò con una Jeep a Salsomaggiore dal Comando Brasiliano a spiegare la situazione.
Il giorno seguente arrivarono due colonne di Soldati della Força Expedicionária Brasileira con carri armati e autoblindo. Nel greto del Taro, che in quel punto misura almeno 500 metri tra una sponda e l’altra, c’erano ammassati più di 16.000 soldati con mezzi, muli e cavalli , e stavano scappando dalla Linea Gotica della Versilia per raggiungere Parma e tentare di andare verso la Germania.
Fra gli altri prigionieri italiani figurano il Colonnello Vicelli, Comandante delle Brigate Nere, il Dott. Allegri e figlio, il Ten. Costi, il Comandante Gallo, tristemente famoso nello spezzino e successivamente fucilato, come criminale di guerra.
Umberto Armanino – Presidente Associazione Partigiani Cristiani Divisioni 100 Croci e Val Taro
La conoscenza popolare della Croce Rossa è legata alla emergenza sanitaria, alle ambulanze.
E’ invece un movimento internazionale di volontariato per le emergenze nelle catastrofi naturali e nelle guerre. E’ neutrale imparziale umanitaria e per le convenzioni di Ginevra e’ l’istituzione che può operare nei conflitti e il suo simbolo protegge I civili, i non belligeranti, i feriti I mezzi col suo simbolo in terra e in mare non devono essere attaccati. Purtroppo tutte le guerre in atto hanno sparato sulla Croce Rossa (la Mezzaluna rossa nei Paesi islamici) e uccisi gli operatori. Oramai cancellati i diritti umanitari, c’e una colpevole accidia da parte dei governi che non assumono nessuna iniziativa. Sia chiaro che non intervenire significa lasciare il campo alla reciprocità. Man mano che Attila distrugge diventa difficile poi ricostruire.
ANPC esprime in forza dei principi che la fondano grande indignazione e si augura che si alzino accorati appelli per cercare la via per ripristinare gli aiuti umanitari. Nella striscia di Gaza la popolazione muore di fame e di sete. Un orrore inaccettabile perché le vittime sono i palestinesi, i terroristi già saranno riparati altrove!
Come mai ai governi non viene in mente questa ovvietà?!
Diamoci da fare in quello che possiamo. Un grande ringraziamento alle donne e uomini di Croce Rossa che stanno spendendo le loro vite in tutto il mondo a protezione dei vulnerabili.
“Una montagna di carte, un pezzo di verità finalmente accessibile. Dagli interrogatori ai volantini, dalle foto agli identikit, dai memoriali ai verbali: 8 anni di lavoro, milioni di documenti digitalizzati dai detenuti di Rebibbia, ora custoditi e pronti a essere consultati online.
Per la prima volta, tutti i processi sul caso Moro in un unico archivio digitale, grazie a un progetto coordinato dalla Direzione generale Archivi per trasformare la memoria giudiziaria in patrimonio pubblico accessibile. Se ne parla oggi con un approfondimento dedicato su la Repubblica.Scopri cosa raccontano davvero gli atti, la news completa è disponibile sul nostro sito: https://bit.ly/44VtYgA
#AldoMoro #ArchiviDiStato #MemoriaStorica #DGA Ministero della Cultura”.
ANPC ricorda il 47esimo anniversario dell’assassinio di Aldo Moro e degli agenti della scorta. Si tratta di un efferato attacco alla convivenza civile conquistata 80 anni fa col medesimo sacrificio da parte di cittadini civili e militari,per i quali immolarsi per la libertà e la dignità della patria valeva qualsiasi sacrificio. Il presidente della Democrazia Cristiana e’ stato protagonista alla costituente che ci ha donato una democrazia personalista e quindi antifascista. Il rispetto, la tutela della Costituzione e la custodia dei valori che hanno ispirato la Resistenza ci impegnano a dare continua testimonianza. Il dovere che ci viene richiesto è la partecipazione: senza la democrazia muore. I sinceri democratici devono risvegliare le coscienze perché si partecipi ad ogni tornata elettorale. I partigiani hanno dato la vita perché potessimo godere di questo diritto che non ci costa nessun sacrificio! Le forze politiche trovino gli strumenti per suscitare partecipazione. Solo questo è il metodo perché la politica torni al suo nobile compito di suscitare speranza.
L’Anpc era rappresentata dal Consigliere Aladino Lombardi alla Commemorazione, per il 47° anniversario del ritrovamento del corpo di Aldo Moro in via Michelangelo Caetani, insieme al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. In quello che è anche il giorno della memoria dedicato alle vittime del terrorismo, il 9 maggio, è stata deposta una corona in ricordo dello statista.
L’Associazione Nazionale Partigiani Cristiani – (ANPC Piacenza) e l’Azione Cattolica Diocesana in collaborazione con: Punto Incontro, Ufficio Diocesano della pastorale sociale e del lavoro, Consulta diocesana delle aggregazioni laicali e MEIC (Movimento Ecclesiale di Impegno Culturale), in occasione del 47° anniversario dell’uccisione di Aldo Moro (9/5/78) intendono ricordarne, anche a Piacenza, la figura di uomo tra i più importanti testimoni di riferimento della nostra Repubblica, anche per la drammatica situazione storica che stiamo attraversando.
L’incontro, dal titolo: “Aldo Moro, un’eredità preziosa per il nostro tempo. Valori, stile e metodo al servizio del bene comune” si svolgerà Venerdi 9 maggio 2025 presso: Sala Convegni Seminario Vescovile di Piacenza (Via Scalabrini 68, Piacenza) e si articolerà in due momenti: ore 18,30 Messa di suffragio presso la cappella del Seminario Vescovile a seguire ore 21 Intervento testimonianza dell’on. Pierluigi Castagnetti profondo conoscitore della figura di Moro, che illustrerà i tratti peculiari della sua testimonianza come uomo di fede oltre che di apprezzato servitore dello Stato, eredità preziosa anche per il nostro travagliato momento storico.
La partecipazione è libera ed aperta a tutti coloro che hanno a cuore il servizio pubblico per il bene comune.
Quasi quattromila persone. Piazza Cavalli fa fatica a contenere tutti, c’è chi giura che così piena per un 25 aprile non l’ha mai vista, neppure nei ruggenti anni Settanta. C’è chi scomoda le foto di quel glorioso 5 maggio del 1945, pochi giorni dopo la liberazione, quando il centro fu invaso dalla sfilata della smobilitazione con tutte le divisioni partigiane e le Sap a sfilare davanti a palazzo Gotico. « Il paragone regge» dicono.
Una veduta dall’alto di piazza Cavalli, dove sono confluiti i tre cortei.
Sul palco ci sono i rappresentanti di quasi tutti i 46 comuni della Provincia (anche se alcuni sono risultati assenti: Zerba, Villanova, Besenzone e San Pietro in Cerro), ma anche il prefetto Paolo Ponta, la presidente della Provincia Monica Patelli, la sindaca di Piacenza Katia Tarasconi, la procuratrice capo Grazia Pradella e il presidente del tribunale Stefano Brusati, assiem ai presidenti di ANPI Piacenza, Romano Repetti e di ANPC Piacenza, Mario Spezia ed ai rappresentanti di tutte le associazioni.
« Molti tentano di riscrivere la storia ricorda Carlo Ghezzi, vicepresidente nazionale dell’Anpi a cui spetta l’allocuzione ufficiale di questo ottantesimo della Liberazion, ma noi non possiamo dimenticare che il fascismo aveva soppresso la libertà, aveva promulgato le ignobili leggi razziali, trascinato il Paese nelle guerre coloniali e scatenato il secondo conflitto bellico. Ha trascinato l’Italia nel baratro: una pazzia vera. Per questo non è possibile porre sullo stesso piano chi si è battuto per la libertà e chi per il nazifascismo. Tanto più perché la generale partecipazione alla lotta di Liberazione permise all’Italia di convocare l’assemblea costituente e di darci una bella costituzione. Per la Germania e il Giappone non fu così».
Il palco delle autorità civili e militari per la cerimonia ufficialeGli alfieri ANPC Picenza, Mario Agnelli e Giuseppe Ardizzi
La sindaca Katia Tarasconi ricorda il pontefice ma anche i partigiani piacentini:. «Vorrei rispondere oggi a una domanda che Renato pose qualche anno fa: quando non ci saranno più i partigiani – chiese – chi andrà in piazza a ricordare il 25 aprile?». Dalla folla si alza un coro: « Noi». « Il 25 aprile è un patrimonio di memoria collettiva – continua sentiamo il richiamo alla responsabilità a onorarne il sacrificio e lo facciamo in un momento in cui condividiamo il lutto per la scomparsa di Papa Francesco. Ci togliamo i calzari dell’indifferenza perché questo fecero i partigiani allora».
«La Resistenza è un pezzo di storia che noi piacentini non dobbiamo dimenticare – le fa eco la presidente della Provincia Patelli – e anche se questa è una cerimonia che si svolge nel lutto che ci accomuna, la libertà e la democrazia non sono conquiste scontate, ma richiedono impegno e fare memoria è importante soprattutto per le nuove generazioni: il futuro della nostra democrazia dipende dalla nostra capacità di mantenere vivi alcuni valori».
Al termine della manifestazione in piazza si è tenuta, nella vicina chiesa di San Francesco, la messa in memoria di chi ha lottato per la libertà.
La liturgia, svoltasi subito dopo il rito civile in piazza Cavalli, presieduta da don Basini, vicario generale della diocesi di Piacenza-Bobbio, è stata introdotta dai saluti di benvenuto da parte del parroco della basilica, don Ezio Molinari, davanti alle numerose autorità civili e militari, presenti in chiesa
“È necessario prendere coraggio e tuffarsi nel bene, senza paura di scommettere sulla vita”: sono le parole di don Giuseppe Basini, pronunciate, il 25 aprile, giorno della Festa della Liberazione, nella basilica di San Francesco a Piacenza. Nell’omelia, don Basini ha sottolineato l’importanza di ricordare il passato per costruire un futuro di unità e pace, incoraggiando a mantenere viva la memoria di coloro che hanno lottato per la libertà e la giustizia, affinché tali valori possano continuare a guidare le generazioni future. Don Giuseppe ha poi invitato la comunità a vivere la celebrazione della Festa della Liberazione immersi nella luce del mistero pasquale, che rappresenta la passione, morte e resurrezione di Cristo, sottolineando l’importanza di questa speranza, soprattutto in un momento storico segnato da violenza e conflitti, definendo la situazione attuale come una “terza guerra mondiale a pezzi”. Richiamando le parole di Papa Francesco, che è stato ricordato nella preghiera di suffragio, don Basini ha sottolineato che la vera speranza risiede nella forza della vita, capace di trionfare anche di fronte alle avversità, poiché Cristo ha vinto la morte. Ha quindi ricordato che il 25 aprile è un anniversario fondamentale per l’Italia, simbolo di pace e libertà, e della garanzia di democrazia contenuta nella Costituzione repubblicana. “Nella narrazione evangelica di Pietro e dei discepoli, che dopo una notte di pesca infruttuosa sono invitati da Gesù a gettare le reti di nuovo, bisogna raccogliere l’invito a non lasciare spazio alla sfiducia e alla delusione. Il gesto di rilanciare le reti simboleggia la possibilità di una “pesca abbondante” e l’importanza della fede nel Risorto”. Don Basini ha concluso esortando a cercare un cambiamento verso un mondo più giusto e umano, e diventare artefici di pace e giustizia per il futuro dell’Italia, anche attraverso la preghiera.
Al termine della messa, è stata letta la preghiera per la patria e la “Preghiera del Ribelle” di Teresio Olivelli, che ha ulteriormente evidenziato i temi di resistenza e speranza. La figura di Olivelli, un testimone coraggioso e un martire della libertà, ha aiutato a comprendere i valori di giustizia e verità per cui egli ha dato la vita.
La celebrazione del 25 aprile a Piacenza ha dunque rappresentato un omaggio alla storia italiana e un invito a guardare al futuro con rinnovata determinazione e unità.
don Giuseppe Basini, vicario della Diocesi di Piacenza-Bobbio, presiede la celebrazioneIl consigliere ANPC Piacenza, Salvatore Scafuto, legge la Preghiera del RibelleLa delegazione ANPC Piacenza, al termine della messa, sul sagrato della chiesa di San Francesco, con la sindaca di Piacenza, Katia Tarscioni e la vice presidente della provicnia, Patrizia Calza.
Video della messa
A seguire, articolo del quotidiano locale, Libertà, con intervista a rappresentanti delle associazioni, tra cui Mario Spezia per ANPC Piacenza.
Il documentario 1943-1944: la guerra in Abruzzo, il contributo del clero alla Guerra di Liberazione lungo la linea Gustav, prodotto da ANPC e Manuli Productions, è stato presentato il 2 maggio u.s. all’Auditorium Cianfarani di Chieti.
Alla presentazione sono intervenuti, S.E.R. Mons. Bruno Forte – Arcivescovo della Diocesi di Chieti-Vasto, Maurizio Gentilini e Gianfranco Noferi – consiglieri ANPC, Anna Cavasinni – Regista.
Erano presenti tra gli altri Diego Ferrara – sindaco di Chieti, il Gen. Antonino Neosi – Comandante Legione Abruzzo-Molise Arma dei Carabinieri, il Ten. Col. Adolfo Felicissimo – Comandante Ufficio Documentale Esercito – Chieti, Gianluca Antonucci – Presidente ANPI Chieti e una delegazione della Associazione Nazionale Alpini – Chieti.
Il documentario ripercorre le vicende di quegli anni drammatici in Abruzzo, in una vasta zona che si trovava sulla linea del fronte e nelle immediate retrovie, raccogliendo le testimonianze di civili, religiosi e militari.
Eventi che coinvolsero tutta la popolazione, in fuga dagli scontri che si svolgevano lungo la linea Gustav, dalle razzie, dalle distruzioni e dalle stragi perpetrate dagli occupanti tedeschi.
Di quegli eventi furono protagonisti i religiosi e in particolare S.E.R. Mons. Giuseppe Ventura, Arcivescovo di Chieti, impegnati in una difficile opera di soccorso verso la popolazione, di mediazione tra gli eserciti belligeranti, di aiuto ai ricercati (ebrei e antifascisti) e di supporto alle formazioni partigiane.
Sono state raccolte le inedite testimonianze di mons. Emilio Venturi, nipote dell’arcivescovo e all’epoca suo segretario, di mons. Antonio Iannucci, di don Alfonso Ciaramellano, di don Gaetano Di Sipio e di numerosi civili. Testimone attivo di uno degli eccidi perpetrati a Chieti dai nazisti è mons. Emilio Venturi che corse a confortare e a confessare un gruppo di 9 giovani patrioti, prima che venissero fucilati.
E’ in tale contesto che si svolge l’opera di mediazione con gli alti comandi della Wehrmacht da parte dell’Arcivescovo Mons. Giuseppe Venturi che, con una straordinaria forza e determinazione, nel marzo del ’44, dopo lunghe trattative, riuscirà a ottenere dai tedeschi il riconoscimento di Chieti Città Aperta, risparmiando la distruzione della città che era diventata rifugio di oltre 100.000 sfollati.
Il documentario ripercorre anche le vicende di cui furono protagonisti i primi gruppi partigiani, che subirono pesanti perdite da parte dei nazifascisti e che furono supportati dalla popolazione e dai religiosi.
Con la testimonianza di don Peppino Carnevale, cappellano militare, sono ricordate le gesta eroiche del Primo Raggruppamento Motorizzato, all’inizio forte di soli 5.000 militari inquadrati nell’esercito del Regno del Sud, che a Monte Lungo affrontò due importanti battaglie al fianco degli americani l’8 e il 16 dicembre 1943.
Poi il Raggruppamento proseguì verso l’interno e sulle Mainarde riuscì in un’impresa che gli Alleati consideravano impossibile: l’occupazione e la difesa di Monte Marrone il 31 marzo del ‘44.
Ne fu erede il CIL Corpo Italiano di Liberazione, schierato a fianco degli alleati, con 25.000 combattenti tra aprile e agosto 1944, e poi da estate ’44 a maggio ’45 dai sei “Gruppi combattenti” con 60.000 effettivi inquadrati nell’8ª Armata britannica ( le divisioni “Friuli”, “Cremona”, “Folgore”, “Piceno”, “Legnano” e “Mantova”). Il CIL ebbe oltre 3000 caduti e fu decorato con 67 MOVM.
Nel frattempo fra le montagne della Maiella operano religiosi che si prodigano per aiutare civili e militari a scavalcare la linea del fronte per raggiungere la zona già liberata dagli Alleati. Fra questi è assai importante l’opera indefessa e rischiosa di don Fausto che, alle falde della Maiella, attraverso un varco nel cimitero di Guardiagrele, riesce a far transitare ebrei, antifascisti, militari che cercano la salvezza fuggendo dal sud della Penisola.
Alcuni di questi andranno a confluire in una formazione di patrioti che si è costituita nella vicina Casoli il 5 dicembre del ’43 al comando dell’avv. Ettore Troilo: la Brigata Maiella, l’unica forza partigiana che, dopo la liberazione dell’Abruzzo, fu inquadrata nell’esercito inglese e continuò a combattere sino alla fine della guerra, partecipando all’offensiva lungo l’Adriatico e contro la linea gotica, fino alla liberazione di Bologna, della Romagna e di Milano. Fu l’unica formazione partigiana a essere decorata di medaglia d’oro al valor militare alla bandiera. Onore concesso alla bandiera del Corpo Volontari della Libertà.
L’entrata a Chieti della divisione Nembo inquadrata nel CIL avvenne il 9 giugno del ’44.
Daniela Morsia, con Mario Spezia, presidente ANPC Piacenza, e don Davide Maloberti, direttore del settimanale diocesano “Il Nuovo Giornale”, raccontano il grande contributo dei cattolici alla Resistenza piacentina.
Salone monumentale Biblioteca Passerini Landi – Piacenza – 12 Aprile 2025
Il 12 aprile si è tenuta la presentazione del libro “La fede muove un popolo” edito da “Il Nuovo Giornale”: autori Davide Maloberti, Federica Villa, Silvia Manzi e Daniela Morsia. Il focus è stato sul contributo dei cattolici alla Resistenza. Ne hanno parlato: don Davide Maloberti, che ha dato una presentazione generale del libro, Daniela Morsia, autrice dei capitoli dedicati al periodo della Seconda guerra mondiale e della ricostruzione, e Mario Spezia, presidente dell’Associazione Nazionale Partigiani Cristiani di Piacenza.
da sinistra: Daniela Morsia, Mario Spezia, don Davide Maloberti
Il grande contributo dei cattolici alla Resistenza piacentina può essere riletto all’interno del processo di sviluppo del movimento cattolico che prese avvio nel periodo a cavallo tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Un periodo, questo, segnato dalla personalità e dall’azione episcopale di Giovanni Battista Scalabrini, un vescovo moderno anche per i suoi frequenti contatti con il popolo. Fu nel periodo scalabriniano che si affermò la figura del “prete sociale” attento ai bisogni della comunità. È questa figura di prete sociale che diverrà poi, proprio durante la Seconda guerra mondiale, il prete di montagna che apre la canonica di guerra ai perseguitati e ai bisognosi. Il movimento cattolico registrò poi una progressiva attenzione alle esigenze della società, con un sempre maggiore coinvolgimento di donne e giovani. Questo è vero per l’episcopato di Giovanni Maria Pellizzari, alla guida della diocesi piacentina dal 1905 al 1920, ma anche e in particolare per il lungo episcopato del bolognese monsignor Ersilio Menzani che resse la diocesi dal 1921 al 1961,affiancato dal 1946 dal vescovo coadiutore Umberto Malchiodi. Quando Menzani arrivò nella diocesi piacentina, iniziavano a viversi – sono le stesse parole delvescovo bolognese – tempi assai “procellosi e di pubbliche angustie”. Erano i tempi del consolidarsi del movimento fascista, della figura del ras Bernardo Barbiellini Amidei, fortemente antisocialista e antipopolare. Erano i tempi dello squadrismo fascista che, soprattutto nella seconda fase, andava a colpire il anche il fronte cattolico. Molti furono parroci aggrediti, come don Giovanni Grandi, parroco di Creta che morirà nell’ottobre del 1924 a seguito proprio delle conseguenze dell’aggressione. Furono gli anni del grande scontro tra Barbiellini e il suo giornale “La Scure” con il direttore del “Nuovo Giornale”, monsignor Francesco Gregori, parroco di Sant’Anna e tenace sostenitore del Partito popolare che sarà costretto a rassegnare le dimissioni nel novembre 1922. Pochi anni dopo don Gregori si ritirerà nella parrocchia di Pomaro, attorno alla quale si formò un gruppo di giovani cattolici protagonisti della Resistenza. Il coraggio civile mostrato da personaggi come don Gregori, ma anche don Dante Colombini, o don Luigi Ferrari a Fiorenzuola avranno un’importante influenza sui giovani legati all’associazionismo cattolico. Fu infatti proprio in quest’area di Azione Cattolica, ma anche poi della Federazione universitaria Cattolica e del Movimento dei laureati che si avrà la formazione di quelli che saranno i maggiori esponenti dell’antifascimo cattolico. Su questo periodo – che è un periodo straordinario – ha scritto bellissime pagine Giuseppe Berti che parlava, per gli inizi, non certo di antifascismo organizzato, ma di una comune formazione che passava attraverso la famiglia, la parrocchia, l’oratorio e l’associazione. In quelle che saranno le tante testimonianze edite dopo il 1945 emerge questo fatto: furono le occasioni di studio e di confronto legate all’associazionismo cattolico a lasciare il segno per le scelte future: una difesa dell’identità che creava un’area di quel dissenso morale che permetterà poi la scelta della Resistenza. Furono tanti i luoghi importanti del movimento cattolico e dell’antifascismo di quegli anni, a partire da Palazzo Fogliani, sede delle associazioni cattoliche (AC, FUCI e Movimento laureati) ove si formò un gruppo molto coeso, animato da personaggi come Francesco Daveri, Giuseppe Berti, monsignor Alfonso Fermi e Ugo Civardi, che sarà poi delegato vescovile per l’assistenza ai partigiani e che avrà un ruolo molto importante nella gestione dell’assistenza ai reduci di Villa Veano. A Palazzo Fogliani si gettò il germe di quella che sarà la Democrazia Cristiana. E, soprattutto, a Palazzo Fogliani si ebbe uno straordinario incontro generazionale, tra i vecchi esponenti del Partito popolare e i giovani delle associazioni cattoliche, da Carlo Castellana a Luigi Broglio, da Giannino Bosi a Cesare Baio. Ci furono ovviamente anche tante donne (il loro contributo è importantissimo) a partire da Antonietta Rossi, segretaria di propaganda dell’Unione femminile cattolica italiana nella cui casa passava tutta la stampa clandestina. A mano a mano iniziò anche un antifascismo organizzato con oratori e chiese che divennero luoghi di incontro, in città come in montagna. Il contributo dei cattolici e del clero alla Resistenza è stato notevolissimo. È stata una resistenza portata avanti dai giovani cresciuti negli oratori e nelle associazioni cattoliche e che alla scelta della Resistenza arrivò, prima di tutto, con un rifiuto della violenza. Il contributo del clero poi merita una particolare attenzione perché la canonica di guerra divenne un centro di rifugio, di mediazione e di ricerche e di conforto per tutta la popolazione. Il prete aprì la canonica ai perseguitati e ai bisognosi e divenne, soprattutto dopo il settembre del 1943, un punto di riferimento religioso e civile, difensore della popolazione e mediatore tra le forze contrapposte in campo.
Don Giuseppe Borea
Molti di questi parroci scrissero anche, nell’immediato secondo dopoguerra, relazioni, dal prezioso valore testimoniale, che portano in primo piano non tanto le azioni militari delle formazioni, quanto in primo luogo le sofferenze del popolo. È sicuramente difficile ricostruire estesamente l’opera del clero in una situazione che diveniva via via sempre più pericolosa e complessa. Nascondere patrioti, mettere in salvo prigionieri, salvare dalla deportazione o dalla condanna a morte, confortare i condannati destinati alla fucilazione, impedire rappresaglie, salvare paesi; simili azioni furono centinaia che si rinnovarono nelle canoniche e nelle chiese. Accanto al clero che esercitò un’azione di ordine caritativo, assistenziale, religioso e morale, operò un gruppo più ristretto, che si inserì anche nella lotta vera e propria. Il prezzo pagato dal clero piacentino è alto, con fucilazioni, ma anche perquisizioni e carcere. Tra i diversi sacerdoti vittime della violenza si è voluto ricordare in questo libro le figure di don Giuseppe Beotti e di don Giuseppe Borea.
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