ANPC Nazionale

Associazione Nazionale Partigiani Cristiani

Un Giardino per Turoldo

Comunicato giardino turoldo.JPG

Intervento Consigliere Nazionale

Carla Bianchi Iacono

David Maria Turoldo

   Intitolazione giardino vicino al largo Corsia dei Servi

Nella prima metà degli anni Cinquanta,  con i nonni paterni, la mamma e miei tre fratelli più grandi andavamo la domenica in Duomo alla messa celebrata da David Maria Turoldo, non sempre, ma in quelle domeniche libere dagli impegni che prevedevano le “uscite con gli scout” Asci ed Agi, di cui tutti e quattro facevamo parte.

Il papà non c’era perché era stato fucilato nella strage del poligono di tiro del Cibeno, vicino al campo di concentramento di Fossoli, il 12 luglio 1944. Furono scelti 67 internati politici, fra i più rappresentativi della resistenza del Nord.

Con il passare degli anni ho capito perché i miei nonni avevano una vicinanza ideale con padre Davide; ed era l’antifascismo e il conseguente impegno nel combatterlo che David e Camillo De Piaz suo confratello e amico dai banchi del collegio hanno vissuto pienamente nel periodo più cruciale della guerra dopo la caduta del fascismo e la successiva nascita della R.S.I.

La resistenza non si poteva non fare: era una necessità, la necessità di  “non tradire più l’uomo”; resistenza era la scelta dell’umano contro il disumano, del bene contro il male, del giusto contro l’ingiusto; ciò che valeva e che dovrebbe sempre valere, era da che parte stare, se si è appunto dalla parte giusta; e che cosa c’è di più grande e di più importante della necessità che assume la dimensione di una scelta?

A quei tempi era necessario portarla avanti con fedeltà, anche fino all’estremo sacrificio.

E proprio di quei giorni che Camillo De Piaz, Davide Turoldo ed altri amici danno vita ad un foglio clandestino: “l’Uomo”   in una stanza del vecchio Convento di Santa Maria dei Servi in San Carlo, e il primo numero esce proprio l’8 settembre del 43.

Nel bellissimo libro di Giuseppe Gozzini, “Sulla frontiera” padre Camillo ricorda con sue parole:

“…. l’8 settembre è stato un punto di riferimento carico di significati….quel ritrovarsi innumerevole, molteplice, corale “di un volgo disperso” e tradito, quel grandioso momento di verità e di identificazione nella sventura, nell’umiltà, nel reciproco soccorso, nella misericordia, ma anche nella speranza di una rinata, e per taluni nuova ed esaltante, volontà di resistenza e di riscatto….”.

Il Campo di Fossoli era un secondo punto di riferimento della mia famiglia con padre Davide.

Nei primi anni del dopoguerra il Campo di Fossoli, ormai sgombrato dei prigionieri e con le baracche vuote, viene occupato da don Zeno Saltini con i suoi “piccoli apostoli”, orfani di guerra, abbandonati, senza mezzi per sopravvivere; e dentro il campo, dove erano ancora visibili i segni dell’orrore e della deportazione  nasce la futura Nomadelfia, “la città dell’amore fraterno”, “dove la fratellanza è legge”, una “repubblica comunitaria” con una sua propria costituzione che sancisce la comunione dei beni.

Tutto ciò faceva storcere il naso alle varie Curie e ai cattolici benpensanti, che non vedevano di buon occhio l’impresa, perché molto vicina a una sorta di comunismo che all’epoca non era ben visto dal mondo cattolico.

Nascono problemi notevoli non solo per la conduzione economica di Nomadelfia ma anche perché i poteri costituiti a cominciare dalla D.C., con Scelba a capo, dal segretario del Sant’Ufficio cercarono in tutti i modi di fermare l’impresa.

Alla fine del 1949 Nomadelfia fa parlare la stampa e riscuote le simpatie di firme importanti del  giornalismo;  Rusconi, Buzzati, Porzio, Benedetti.

Presso la Corsia dei Servi nasce così il Comitato Fondi per Nomadelfia, di cui Davide e Camillo ne sono i promotori e si prodigano con molto entusiasmo coinvolgendo famiglie della borghesia intellettuale milanese; fra alti e bassi, fra processi e riduzione allo stato laicale di don Zeno, Nomadelfia si trasferisce nelle due tenute sopra Grosseto  regalate da una discendente della famiglia Pirelli, per avviare un’attività agricola della comunità. Ancora oggi Nomadelfia è laggiù.

Anche per padre Davide, dopo il ciclone di Nomadelfia, non ci sarà più posto a Milano: anzi neppure in Italia; non  tornerà più nel Convento di san Carlo. E dopo aver vagabondato per l’Italia e  per il mondo, si ritira  nell’Abbazia di sant’Egidio di Sotto il Monte.

La stessa sorte per padre Camillo; poco tempo dopo dovrà andar via da Milano, ritornando nella sua terra d’origine, terra di frontiera, a Madonna di Tirano.

La loro amicizia durerà per tutta la vita, nonostante la lontananza…, i  iniziata sui banchi del collegio… fino alla morte di Davide Turoldo. E subito dopo padre Camillo, vincendo la timidezza che gli rendeva difficile parlare in pubblico, esce allo scoperto. Organizza numerosi incontri in memoria di padre Davide, spinto sopratutto dal desiderio di proteggerlo dalla schiera dei celebratori dell’ultima ora, e dal rischio di farne “un innocuo santino”.

Nel 1985 all’Itis “Castelli” di Brescia Padre Davide tenne una conferenza sulla “Lotta di liberazione in Italia” intitolata “Cari ragazzi la resistenza non è finita”.

Ve ne leggo un brevissimo pezzo, il finale: “...tra i morti della resistenza vi erano seguaci di tutte le fedi, questa è cosa che dovreste tramandare, voi! Ognuno aveva il suo Dio, ognuno aveva il suo credo, e parlavano lingue diverse, e avevano pelle di diverso colore, eppure nella libertà e nella dignità umana si sentivano fratelli. Volevano costruire un mondo giusto, dove tutti gli uomini vivano del proprio lavoro, dove ogni uomo conti veramente per “uno”. Ecco io vorrei che questo fosse il vero messaggio: la Resistenza non è finita, è stata frutto di pochi precursori, che avevano seminato durante un ventennio ma è stata anche una più vasta semente per l’avvenire. E non dobbiamo scoraggiarci.

Ecco i tre pilastri di padre Davide che ha costruito con la sua vita e con i suoi scritti; l’Uomo, l’Amicizia e la Speranza.

Grazie

Carla Bianchi Iacono

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Carla Bianchi Iacono  durante il suo intervento

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