ANPC Nazionale

Associazione Nazionale Partigiani Cristiani

Scoutismo, antifascismo e resistenza civile

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Pubblichiamo il discorso tenuto da Carla Bianchi Iacono che ha partecipato a questa iniziativa in rappresentanza dell’ANPC.

AQUILE RANDAGIE

Viareggio 6 maggio 2016

Fare la memoria della storia del nostro Paese, non è una opzione facoltativa, è un dovere;  sopratutto di quella memoria che ancora oggi non è condivisa. E mi riferisco all’antifascismo e alla resistenza.Con l’avvento della dittatura fascista lo scautismo cattolico non convince il regime perché nella sua azione educativa propone la formazione di uomini liberi nel pensiero, con coscienza morale ben strutturata, responsabili delle proprie azioni e coerenti con le scelte di vita.Esattamente il contrario dell’uomo proposto dal regime, che  con il motto “credere, obbedire, combattere”, voleva fare un esercito di uomini sottomessi a una  sola concezione della vita. Una sola, quella del Duce. Proprio in questi anni iniziano le violenze contro gli scout, nonostantre questi non diano adito a provocazioni, con devastazione di sedi, attacchi e tafferugli con fascisti facinorosi, fino al culmine con l’uccisione di don Giovanni Minzoni, parroco di Argenta, nel ferrarese, che aveva dato vita a due riparti di Esploratori.  Minacciato perché rifiutava si assoggettarsi alla prepotenza fascista, aggredito alle spalle, fu ucciso con una bastonata. La concorrenza  con la Chiesa cattolica per il controllo dei giovani fu fortissimo creando notevoli tensioni tra il regime e la Chiesa. L’intenzione del nascente regime era quello di come “fascistizzare la società”, e qual era il modo più efficace, se non  partire dai giovani?

Nasce così l’Opera Nazionale Balilla tra la fine del 26 e l’inizio del 27 e nello stesso periodo vengono sciolti i Reparti Scout nei centri inferiori ai 20.000 abitanti,  ma con l’obbligo di apporre, ai restanti, le iniziali ONB sulle proprie insegne. Sembra che quasi nessun Riparto ottemperasse. Nel frattempo il fascismo ottiene sempre più consenso e il Governo promulga le note “leggi eccezionali” che contemplano la soppressione della libertà di stampa; di associazione e di espressione; annullamento dei passaporti; scioglimento degli altri partiti politici; introdu­zione della pena di morte; pene pesanti per ogni forma di dissenso e di sciopero. Scompare così ogni libertà e il fascismo toglie di mezzo tutto ciò che ostacola la sua concezione totalitaria.

Il 9 aprile 1928 il Consiglio dei Ministri dichiara soppresso lo Scautismo, firmato dal capo del Governo Mussolini e dal Re. E il mese prima il Papa aveva denunciato “…un piano tendente a un vero monopolio dell’educazione giovanile, non soltanto fisica, ma anche morale e spirituale”. Non è stato ascoltato. Pio XI  scioglie egli stesso i Reparti ASCI (Associazione Scout Cattolici Italiani), citando il Re Davide: “Se dobbiamo morire sia per mano vostra, o Signore, piuttosto che per mano degli uomini”. Arriviamo al 24 aprile, festa di san Giorgio, patrono degli scout, a Milano si organizza la cerimonia di commiato, rigorosamente in borghese, in Arcivescovado, dove alla presenza del card. Tosi sono deposte simbolicamente le Fiamme dei Riparti milanesi a testimonianza che si sciolgono alla Chiesa e non allo Stato. Lo stesso giorno nella chiesa di san Sepolcro, nella omonima piazza, di fronte alla casa del Fascio, da dove era partita la marcia su Roma, un giovane pronuncia la sua promessa. Con queste parole il capo riparto Uccellini dà inizio al periodo della “Giungla Silente” dicendo: “Non è giusto, e noi non lo accettiamo, che ci venga impedito di vivere insieme secondo la nostra legge: legge di lealtà, di libertà di fraternità. Noi continueremo a fare del nostro meglio per crescere uomini onesti e cittadini preparati e responsabili. Noi continueremo cercare nella natura la voce del Creatore”.

Nel Riparto Monza III Beniamino Casati all’annuncio dello scioglimento dell’associazione dichiara: “L’Asci è sciolta, l’Asci non muore” Non abbiamo intenzione di organizzare insignificanti gruppi alpinistici, ginnici o militari, poiché questi rovinano il nostro metodo. Lo scopo dell’Asci è sempre stato la formazione morale, che rende i futuri cittadini…….

Ma soppresso lo Scoutismo, alcuni Capi decisi a restare fedeli  alla “Promessa” e alla “Legge” fondarono il gruppo  delle Aquile Randagie.

Giulio Cesare Uccellini, Capo del MI II, che prenderà il nome di Kelly,  Andrea Ghetti scout del MI XI,  che diventerà il mitico (per i milanesi) mons. Andrea Ghetti detto Baden; Virgilio Binelli: Aquila rossa; Vittorio Ghetti: Volpe Azzurra e Cicca;  Enrico Confalonieri: Lupo Solitario e Cohen; Corbella: Hati; Gaetano Fracassi: Sparviero del mare; Arrigo Luppi:  Morgan; Emilio Luppi: Buck e Scoiattolo; Raimondo Bertoletti: Tulin de l’oli. Fare scautismo in divisa voleva dire amare totalmente il metodo, avere convinzioni salde e coerenti, coraggio per affrontare le conseguenze giuridiche come l’arresto dei genitori, la perdita dei vari benefici del Fascio; per gli adulti significava come minimo la perdita del posto di lavoro e per i giovani l’esclusione dalla scuola e comunque per tutti il sopruso e la violenza  delle squadre fasciste. Saranno mantenute, per tutto il periodo della clandestinità, le tradizioni dell’inaugurazione dell’anno Scout in settembre, la visita il pomeriggio di Natale all’Ospedale dei Bambini, la festa di Carnevale, il ripetere insieme la formula della Promessa il 22 febbraio in comunione ideale con tutti gli Scout del mondo, il Campo di S. Giorgio, il Campo Estivo. I collegamenti fra le Aquile Randagie sono mantenuti mediante la pubblicazione della rivista ‘Il Club dei Ceffi’, voluto da Kelly come strumento educativo e formativo di grande importanza. I ragazzi, sono impegnati a pensare, scrivere, comunicare e disegnare, ma anche ad assumersi la responsabilità di costruirlo. E quindi comporlo e curando la regolare pubblicazione. Ci sono i riscontri per appassionanti e divertenti vicende come la spettacolare partecipazione, del capo delle A.R. Kelly  in perfetta divisa scout e accompagnato da altre due Aquile, alle celebrazioni in onore dell’Ammiraglio Horthy, reggente di Ungheria, nella centrale piazza Cordusio a Milano, nella metà degli anni Trenta. Scambiati per scout magiari, guardie d’onore dell’Ammiraglio, si godranno dal palco lo spettacolo, organizzato per l’occasione dai reparti della nazista Gioventù Hitleriana. Ovviamente filandosela all’inglese prima della conclusione. Non è certo un episodio isolato.  Durante i 17 anni  della difficile resistenza al Fascismo delle Aquile altri comportamenti tutt’altro che seriosi; ricordiamoci che erano giovani con un maestro, Kelly che aveva un carisma incredibile. La partita giocata con il potente nemico, il Fascismo, che sta sempre di più improntando di sé la società italiana, si presenta nella realtà quotidiana, quasi come una riproduzione del “grande gioco” raccontato nel Libro della giungla di Kipling: KIM. Le Aquile Randagie, senza sede, lasciavano le informazioni per le uscite della domenica nelle fessure fra le pietre di alcuni monumenti storici intorno a Piazza del Duomo, in particolare sotto alcune colonne della Loggia dei Mercanti. L’amministrazione comunale a dieci dalla fine della guerra pose 19 lapidi in bronzo, sistemate sulle colonne del porticato, con i  circa 3.000 nomi dei caduti milanesi  che hanno fatto meritare alla città di Milano  la medaglia d’oro della Resistenza. Senza sapere che da quel luogo erano passati quei giovani che avevano detto no al Fascismo, ben prima dell’8 settembre del ’43. Abbiamo solo il rimpianto per quanto si sarebbe potuto fare se solo questa parte della storia non fosse stata relegata solo ai protagonisti e agli estimatori dello scautismo. L’incredibile freschezza del messaggio che le A.R. hanno incarnato riesce ancora ad entusiasmare i ragazzi di oggi, nati quasi un secolo dopo, con il racconto delle loro avventure, e non soltanto per chi si è accostato allo Scautismo. I fascisti non riescono ad infiltrarsi perché sono sistematicamente depistati; e per non rimanere isolati s’instaura una fitta corrispondenza con Scout stranieri che durerà per tutto il tempo della clandestinità e che permetterà, alle Aquile Randagie, di mantenersi sempre aggiornate metodologicamente con l’evoluzione dello Scoutismo mondiale, partecipando ai Jamboree nel 1933 e nel 1937. Si nota la sua capacità di giudizio politico e morale e di autentico cristiano  nella lettera indirizzata dal capo delle Aquile al Patriarca di Venezia, a metà degli anni Trenta. Nella lettera  si mette sotto accusa un discorso pronunciato dall’Alto porporato all’esaltazione dell’impresa etiopica, intesa come missione di progresso civile, secondo gli stereotipi del tempo e ahimè, in sintonia con una buona parte del cosiddetto mondo cattolico, oltre che con la stragrande maggioranza del Paese. Alla chiamata delle armi, nel frattempo, le Aquile non si sono sottratte, e solo la caduta del Duce il 25 luglio ’43 libererà quei ragazzi come loro tanti coetanei dal  giogo della guerra dando una possibilità diciamo “legale” per opporsi ai fascisti, diventati neofascisti perché legati alla R.S.I.  e al suo capo Mussolini. L’8 settembre del ’43 inizia lo straordinario sviluppo della Resistenza che, nella sua apparente disorganizzazione mostra diversi modi di resistere, poichè  quello dell’opposizione “armi in pugno” non è certo l’unico, né sempre il più efficace. Resistono, negandosi a una liberazione dai lager militari le centinaia di migliaia di italiani che lo stato ormai inesistente ha abbandonato ai tedeschi l’8 settembre. Resistono i contadini, che accolgono, sostentano, aiutano – correndo rischi mortali – , ex prigionieri alleati, ebrei, antifascisti di vario orientamento partitico, partigiani. Resistono gli operai delle fabbriche, costretti a lavorare per gli occupanti, ma organizzati e pronti al sabotaggio, pur a prezzo di ritorsioni  per molti con esito tragico.

La scelta delle Aquile per la resistenza a neofascisti e tedeschi si colloca in un quadro preciso di aiuto ai perseguitati, e per scelta, disarmata. E attenzione: fu duramente combattuta dal nemico rispetto alla resistenza armata, anche perché più insidiosa e presa di mira da varie polizie politiche sorte arbitrariamente che si avvalevano di delatori prezzolati.

La storia di Oscar comincia, non per caso, in una di quelle parrocchie, a Crescenzago, dove il coadiutore don Bigatti non sa come gestire la situazione straordinaria che si è creata l’8 settembre: con la liberazione dei prigionieri alleati delle più varie provenienze e i soldati italiani che, abbandonate le caserme, cercano di non cadere prigionieri dei Tedeschi. E si rivolge a don Ghetti, di cui evidentemente ha avuto modo di apprezzare le doti, indispensabili a gestire situazioni del genere. E sarà don Ghetti – il Baden delle Aquile Randagie – a risolvere il problema, con l’aiuto di don Aurelio Giussani e don Natale Motta, riuscendo a far passare nella vicina Svizzera tutti quei giovanotti. “L’esperienza pare terminata — scrivono Verga e Cagnoni — ma è solo l’inizio”.

I bisognosi d’assistenza, alla disperata ricerca di chi li salvi da un trasferimento, nel migliore dei casi, oltralpe dagli esiti quanto mai dubbi, come don Ghetti presto realizza, sono numerosissimi. Agli ex prigionieri alleati, ai soldati italiani originari di regioni sotto controllo alleato e non raggiungibili se non a prezzo di rischiosissimi attraversamenti del fronte che già taglia in due la penisola, ai politici di età non più giovanile che si sono pubblicamente ‘esposti’ alla caduta del Fascismo il 25 luglio e sono ora oggetto di accanita ricerca da parte dei neofascisti, si sono aggiunti gli ebrei, discriminati dalle infami leggi razziali del ’38, ma non soggetti ai mortali pericoli nei quali incorreranno dopo l’8 settembre se catturati da tedeschi e neofascisti. La maggior parte di questi disperati bussa alle porte delle parrocchie, degli istituti religiosi. E dove altro potrebbero, con un minimo di speranza, innanzi tutto, di non esser traditi?

Preti, frati, suore, anche con la miglior buona volontà – talvolta comprensibilmente venata di dubbi per la stessa salvaguardia degli assistiti istituzionali, per non dire delle umane, anche se poco cristiane, paure per la propria sopravvivenza — non sanno però letteralmente come provvedere. Baden – intelligenza acuta, coraggio da vendere, doti organizzative fuori del comune – inventa la soluzione: è l’Oscar, “Organizzazione Scout Collocamento Assistenza Ricercati”, un acronimo poi parzialmente corretto, con un ‘Soccorso’ in luogo di quello ‘Scout’ che renderebbe tanto più agevolmente rintracciabili gli organizzatori.

Si tratta innanzi tutto di offrire agli assistiti — e non è sempre facile – la certezza di non esser caduti – come viceversa talvolta si verifica – nelle mani di trafficanti senza scrupoli, decisi a farsi pagare per l’attraversamento del confine in funzione più delle disponibilità presunte dei ricercati.

Baden si è presto impadronito di un principio cospirativo che soprattutto i comunisti – a spese loro, pagando prezzi altissimi in anni di carcere e confino – hanno da tempo fatto proprio, limitando al massimo i contatti tra le diverse unità operative così che la caduta di una maglia della rete non consenta al nemico di risalire ad altre. E tuttavia la fretta o altre evenienze possono portare a rischi estremi. Come avrà modo di constatare a proprie spese ancora don Bigatti, costretto solo, per sua fortuna, a trangugiare in fretta, a San Vittore, biglietto di pugno di don Ghetti contenente un elenco di guide fidate e di nuovi valichi per l’espatrio”.

I mesi passavano e la rete dell’Oscar si intensificava anche perché don Ghetti e don Giussani nella primavera del ’44 si trasferirono a Varese in seguito allo sfollamento del Collegio san Carlo in quella città. Fu più facile tenere i collegamenti con don Natale Motta che abitava in una casa vicino ad un orfanotrofio requisito e abitato dai temibili militi della Legione Muti. E proprio sotto i loro occhi arrivavano i fuggitivi che don Motta nascondeva e qualche volta faceva dormire divisi solo da un muro dai loro persecutori.

Le richieste di aiuto diventavano sempre più numerose tanto che fu necessario ampliare il territorio di transito come la zona di Luino, il monte Generoso risalendolo dalla Valle d’Intelvi, e altri passaggi di frontiera cercandoli fra quelli poco presenziati dai doganieri, mentre don Bigatti e don Giovanni Barbareschi espletarono la loro opera verso il confine dalla parte della Valchiavenna.

Sono numerosi gli episodi, qualche volta tragici, più spesso dall’esito positivo che videro coinvolti i preti e i laici dell’Oscar nel varesotto; uno dei più eclatanti, che vide protagonista in prima persona don Ghetti, fu quello del bimbo Gabriele Balconi, figlio di una coppia mista, padre ariano e madre ebrea. Arrestati a Luino su delazione dell’albergatore a cui avevano chiesto indicazioni per espatriare. La mamma fu subito deportata e Gabriele collocato dai tedeschi alla Casa S. Giuseppe, in attesa di essere pure lui deportato. Fu invece salvato grazie all’azione dell’Oscar; si riuscì a fingere la necessità di un ricovero in ospedale, con la compiacenza di medici fidati, e successivamente si organizzò un vero e proprio rapimento che si concluse con l’affidamento a don Motta; successivamente venne portato a Erba e infine a Brunate dove rimase nascosto fino alla fine della guerra. Complessivamente l’Oscar riuscì a realizzare circa duemila espatri clandestini, di cui cento erano ricercati politici, cinquecento furono avvertiti in tempo ed evitarono l’arresto e furono falsificati tremila documenti. E’ il momento de il “Ribelle, lo straordinario foglio di opposizione stampato in migliaia di copie, animato da un gruppo che ha i propri leader in due cattolici impegnati, seppure di diverso percorso: Carlo Bianchi e Teresio Olivelli. Bianchi sarà fucilato a Fossoli, Olivelli cadrà a Hersbrucck. Esempi di vita -altissimi-. “La preghiera del Ribelle” presto diventerà patrimonio comune e diffuso della Resistenza italiana. Prima ciclostilato, poi stampato in migliaia di copie, il giornale, numero dopo numero, diventa una voce di libertà, capace di suscitare l’entusiasmo di tanti ragazzi. E Oscar  inevitabilmente  è coinvolto nella diffusione sul territorio, sopratutto lombardo, ma non solo, di farlo arrivare fin sulle scrivanie del nemico. Che senso ha oggi parlare di Aquile Randagie? Ne ha forse più di allora, secondo il mio parere. Oggi come allora ha senso avere le aquile randagie come esempio, perché oggi come allora l’educazione dei giovani è e rimane una priorità e non un’emergenza. Una educazione che deve essere frutto di passione e non di mestiere, una educazione che si basi sul saper fare, perché se non si sa fare, non si può insegnare. Ed è questo mi piacerebbe facessero coloro che hanno in mano le menti dei giovani di ora. Settant’anni fa altri ragazzi avevano affrontato serenamente, in pace con se stessi e con il mondo, forse addirittura sorridenti, la morte, consapevoli che con il loro sacrificio sarebbe rinata una Italia più libera, più giusta, più solidale.

Carla Bianchi Iacono

 

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