ANPC Nazionale

Associazione Nazionale Partigiani Cristiani

Il Partigiano cristiano

Dal libro di G. Accorinti: quando Mattei era l’impresa energetica io c’ero

Il Partigiano cristiano

Nel 1943 Mattei si avvicina alla resistenza e, poiché la situazione a Milano era sempre più difficile, si ritira a Matelica ed entra nelle formazioni partigiane locali. Sfugge a un rastrellamento e a una

perquisizione in casa (nascondendosi in una specie di sottotetto che io ho anche visto, sedici anni dopo) e poi torna a Milano. Entra in clandestinità con tre diversi nomi di battaglia: Este,per l’attività politica, Marconi, per l’attività militare (Marconi era il cognome della nonna materna) e Monti, all’interno della Democrazia cristiana. Nel contempo la sua azienda, Industria Chimica Lombarda, curata dal fratello Umberto, comincia a ridurre l’attività senza licenziare gli operai e a selezionare le vendite in modo da non fornire i propri prodotti alle officine meccaniche che lavoravano nell’industria bellica per i tedeschi.

            Nel 1944 diventa componente del Comando generale del Corpo volontari della Liberta nel nord Italia quale esponente dei Partigiani cristiani, in sostituzione del Comandante Galileo Vercesi fucilato a Fossoli (MO). Arrestato a Milano e portato in carcere a Como, riesce a fuggire con l’aiuto di una suora provocando un corto circuito che precipita il carcere nel buio. Svolge un ruolo molto importante al punto da essere uno dei sei capi che sfilano, alla testa del corteo dei partigiani vittoriosi alla liberazione di Milano, il 5 maggio 1945 in Piazza Duomo insieme a Ferruccio Parri, Luigi Longo, il generale Raffaele Cadorna, Mario Argenton -poi chiamato all’AGIP-  e Enrico Stucchi. Oltre alle attività operative di lotta, nella resistenza aveva anche la funzione di intendente e tesoriere del Comando generale: si conquisto nell’ambiente partigiano apprezzamenti per la puntualità quasi “maniacale” (espressione usata da un componente del Cln) nel presentare a guerra finita i rendiconti delle cifre ricevute a sostegno dei costi della lotta partigiana e i relativi importi di spesa.

            A questo riguardo e preziosa l’attività di raccolta fondi su Milano per la quale si giova di un rapporto privilegiato con Enrico Falck, il grande imprenditore che, con suo padre Giorgio Enrico, aveva fondato l’azienda siderurgica omonima di Sesto San Giovanni alle porte di Milano. Falck, a sua volta, funzionava da collettore del sostegno, che vari industriali milanesi – e non solo – davano alle formazioni partigiane cristiane della resistenza.

            Quanto alla sua attività partigiana, e in particolare per i servizi resi alle Forze armate americane, fu insignito nel luglio 1945 dal Comandante in capo delle forze alleate in Italia, generale Mark Clark, della bronze star Usa. Nella motivazione c’era scritto: “dimostrando sorprendente abilita e talento, unitamente a grande lealtà ed eroismo nell’effettuare il piano dei comandi alleati, egli utilizzo i mezzi a sua disposizione a favore delle forze alleate”.

            Ritengo utile riportare qui gli estratti di due testi poco conosciuti e molto significativi: il primo e una relazione che fece sui partigiani cristiani al I Congresso della Dc del 1946, lunga, articolata e con molti dati; il secondo e un articolo scritto dallo stesso Enrico Mattei nel dicembre 1945, quindi poco più di 8 mesi dopo la liberazione, intitolato Comandanti in convento” e pubblicato nel dicembre del 1945 sulla rivista “Mercurio” diretta da Alba De Cespedes.

            Due testimonianze di indubbio valore storico, in particolare il secondo perche rivendica orgogliosamente il ruolo svolto dai religiosi nella lotta di liberazione.

            Nel 1946, al I Congresso nazionale della Dc, l’allora segretario nazionale Alcide De Gasperi decise di far parlare per primo oratore Enrico Mattei pur sconosciuto alla maggior parte dei presenti, segno della importanza che De Gasperi attribuiva, dal punto di vista politico generale, alla funzione svolta dai cattolici nella lotta di liberazione. Fu un intervento molto ampio del quale riporto solo la parte iniziale.

            Vi parlo affinché il passare dei mesi non ottunda il ricordo della considerazione per quell’esercito di volontari ai quali esclusivamente fu affidato – in un primo tempo almeno – l’immane

compito di provare a tutti gli italiani, al mondo intero, che il nostro popolo sa ancora amare la libertà fino a dare la sua vita per conquistarla, per difenderla; e affinché la memoria di quanto questi nostri partigiani hanno compiuto per noi tutti, per ciascuno di noi, non si perda. Noi troppo poco parlammo fino a oggi dei nostri partigiani e troppo poco scrivemmo, quasi fosse la materia a farci difetto (…) a ogni modo ho la ferma convinzione che la conoscenza dei dati a cui accennerò più avanti potrà servire a ristabilire più giuste proporzioni e a rilevare quanto la Democrazia cristiana e i suoi combattenti hanno fatto perché l’Italia fosse libera e democratica…Molti di essi hanno dato tutto; tutti furono pronti a dare lavita stessa alla nostra patria per la libertà. A essi che tutto hanno dato senza nulla chiedere, noi che fummo dalla guerra immensamente meno provati, mostriamo con i fatti la nostra profonda sincera imperitura riconoscenza.

“Comandanti in convento”, dalla rivista “Il Mercurio”: di c. 1945

Quello che hanno fatto i religiosi in questa guerra ha dell’incredibile. In quasi tutte le formazioni partigiane c’erano cappellani, ufficiali e volontari; non c’è stata una brigata, una divisione che non abbia avuto l’assistenza religiosa, il conforto agli infermi, ai moribondi. Il sacerdote partigiano era il fratello che confortava il fratello ammalato, ferito, il morente (…)

            Fuori di quell’ora solenne, in cui la creatura ritornava al Creatore, il sacerdote viveva la vita di stenti, di pericoli coi partigiani: spesso assumeva il compito di ufficiale di collegamento, preoccupato di far giungere alle formazioni armi, cibarie, vestiario. Altre volte erano i sacerdoti che facevano da intermediari per lo scambio degli ostaggi (…) Accanto ai cappellani, i parroci. Nelle zone occupate o battute dai partigiani il Parroco era sempre il primo partigiano che si incontrava. Sfidando sospetti, rischi, perquisizioni, deportazioni i Parroci erano sempre pronti ad apprestare il loro aiuto. Solo in una zona del parmense 15 sacerdoti vennero fucilati per favoreggiamento.

            La storia delle barbarie e delle sofferenze del clero dovrà essere narrata. Si vedrà allora quanto hanno potuto l’amore cristiano e l’amor di patria (…) C’era un prete, anima di tutte le formazioni che nell’adempimento dei suoi compiti sembrava più guerriero che sacerdote [Padre Carlo delle formazioni nord-Emilia] (…)

            C’era una suora [suor Cecilia di Como] che non dubitò mai di sfidare la sorveglianza dei poliziotti pur di portare notizie delle famiglie ai detenuti. Essa era in collegamento con il servizio assistenza del Comando generale e recava ai partigiani alimenti e la parola soave del suo cuore (…) “Gino” ci presentò a Madre Rosa Chiarini, la Superiora generale; due occhi lucenti, intelligenti, vivacissimi. Appena ci vide, la sua faccia si illuminò. Non sapeva chi fossimo. Sapeva da “Gino” che “cospiravamo per liberare l’Italia dal tedesco”. Fu felice di concorrere alla nostra impresa dandoci tutto il suo aiuto. Dalle 9 del mattino alle 8 di sera restavamo chiusi in una stanza a lavorare senza sosta.

            La prima volta, verso sera, madre Rosa Chiarini non vedendoci uscire si preoccupò e venne a picchiare alla porta (…). Un bel giorno madre Rosa Chiarini si trovò innanzi a noi non

più cospiratori ma Comando generale Militare del Corpo volontari della libertà. Le chiedemmo di ospitarci per la notte e di metterci a disposizione il telefono, qualche locale per impiantarvi gli uffici.

madre Rosa Chiarini fu colta da evidente sorpresa, confusa di trovarsi impensatamente dinanzi al Comando. Avendo obiettato che non poteva darci ospitalità per la notte essendo un monastero

femminile sottoposto alle leggi canoniche, le rispondemmo che noi eravamo da quel momento il governo dell’Alta Italia, e come tale investito di tutti i poteri in virtù dei quali procedevamo alla

requisizione di una parte del monastero. Quell’atto mise in pace la coscienza di madre Rosa Chiarini (…).

Era il pomeriggio del 25 aprile 1945; partito l’ordine dell’azione in breve il monastero diventò Quartiere generale del Cvl, e vi alloggiarono comandanti, ufficiali di collegamento, staffette. A nostra disposizione avemmo alcune suore che furono nostre preziose collaboratrici. Occupata la Prefettura la mattina del 26 aprile vi trasferimmo il nostro comando lasciando non senza nostalgia

l’ospitale monastero.

Subito dopo la liberazione il generale Cadorna inviò alla superiora generale questa lettera:

                                                                                                                       

                                                                                                            Milano 5 maggio 1945

Reverendissima Rosa Chiarini Scolari,

Superiora generale delle suore della riparazione,

Corso Magenta 79, Milano

 

Reverendissima madre generale,

il Comando generale militare desidera esprimerLe i più vivi ringraziamenti per la cordiale ospitalità datagli nei giorni che precedettero la Liberazione e nella memoranda notte che segnò la fine della tirannide. In quel giorno in codesta Casa generalizia si decisero le sorti di questa preziosissima parte dell’Italia affidata al Corpo volontari.

Per noi quelle ore di intenso lavoro svolto nella serena quiete del suo monastero rimarranno nel nostro più caro ricordo; come un giorno gli italiani conosceranno che da codeste mura partirono gli ordini per la resurrezione della Patria. Raffaele Cadorna.

 

Ricordando oggi questi fra i tanti episodi della guerra di liberazione,

penso con ansietà ai rischi e ai pericoli corsi da tanti generosi e

silenziosi collaboratori dell’azione partigiana. La loro opera non

sarà dimenticata. Enrico Mattei (Este)

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