Pubblichiamo l’intervista che Silvio Mengotto ha fatto all’attore, Alex Cendron che a fine settembre tenne lo spettacolo sulle Aquile Randagie a Milano, nel quartiere Gorla.
Il solstizio d’inverno è la notte più buia e lunga dell’anno, un lungo tramonto dove pare che il buio abbia vinto per sempre. Una antica leggenda narra che fu proprio in questa notte che il santo cavaliere sconfisse il drago, ed è in una notte come questa che è ambientata la storia narrata in Aquile Randagie – credere disobbedire resistere –, una storia vera, scritta e interpretata in un magistrale monologo dall’attore Alex Cendron. Lo spettacolo sta registrando un vasto successo popolare nei teatri e negli oratori d’Italia. Ne parliamo con l’autore e attore Alex Cendron.
Alex Cendron, ex capo scout, oggi è attore a tempo pieno. La passione giovanile per il teatro si è trasformata in professione. “Mi piace farlo – dice Alex Cendron – senza confini di mezzo, dal teatro al cinema, passando per la televisione. Ho una vita un po’ bohemienne, monacale, un po’ da illuso, ma sono tendenzialmente felice”.
Raggiunta l’autonomia ha iniziato a collaborare con diversi teatri stabili. Ha interpretato testi di P.P. Pasolini, Giovanni Testori e Cechov. Recitato con Lucrezia Lante della Rovere e duellato nella Locandiera con Amanda Sandrelli. Candidato finalista, come miglior attore e protagonista, nel 2019 al Premio Maschera del Teatro italiano per l’interpretazione di don Lorenzo Milani.
Nel suo curriculum professionale troviamo la collaborazione per la produzione televisiva RAI e una manciata di film dove ha recitato con Claudio Bisio, Diego Abatantuono, Enrico Brignano, Neri Marcorè, Alessandro Gasman e Ambra Angiolini. In passato ha spesso pagato l’affitto lavorando in spot pubblicitari. “Sono stato capo scout – continua Cendron – da qui la connessione con le Aquile Randagie. Da molti anni studio drammaturgia. Prima della pandemia ho iniziato a scrivere Credere disobbedire resistere, il primo progetto importante. Qualche anno fa ho affrontato uno degli spettacoli più belli della mia vita nel ruolo di don Milani in occasione del cinquantenario della sua morte. Sicuramente lo spettacolo mi ha aiutato ad entrare nell’ottica e prendere il toro per le corna e scrivere, portare in scena Aquile Randagie”
D. Come nello scoutismo anche don Milani lavorava sui ragazzi. Non lo trova interessante questa comunanza? “Certo. Ci sono similitudini interessanti. Anche con Baden, sacerdote e protagonista delle Aquile Randagie ci sono similitudini che troviamo anche nella forma di rapporto con i giovani di fede. Una similitudine anche tra i personaggi carismatici ma anche burberi. Don Milani era molto simpatico ma parecchio burbero, spigoloso, come lo era Baden”
D. Come è nato lo spettacolo di una storia vera e sconosciuta? “Ho conosciuto questa storia attraverso un libro uscito in ambito scout sulle Aquile Randagie, mi affascinò moltissimo tanto che decisi di fare il secondo tempo di formazione – chi fa il capo scout deve fare due tappe formative – a Colico, località che sapevo essere collegata alla storia delle Aquile Randagie. In quella settimana formativa ho conosciuto la loro storia. Sono stato in val Codera, altro luogo importante per le Aquile Randagie. All’epoca ero ancora studente in accademia come attore. Una delle mie fascinazioni attoriali era il monologo Vajont di Paolini. Quando conobbi la storia delle Aquile Randagie pensai che quella storia potesse diventare il mio Vajont. Una storia da raccontare perché fa parte anche della mia storia scout”
D. Come riuscì a raccogliere la documentazione storica? “All’epoca covavo questo desiderio raccogliendo informazioni, libri, tutto ciò che poteva essermi utile. L’incontro e l’amicizia con Federica Frattini fu decisivo. Federica, donna scout, all’epoca era bibliotecaria e presidente dell’ente Baden di Milano che conosceva la storia e il fratello di Baden. Ho cercato anche l’appoggio di chi la storia ne aveva le fonti di prima mano. Una storia lunga 17 anni, inizia nel 1928 e termina nel 1945. Il parto del monologo è stato lungo e laborioso. Un anno prima del Covid ho iniziato la stesura. Facendo spesso le tourne’ teatrali, non potevo portarmi i libri e la documentazione necessaria. Ho rimediato comprandomi uno scanner che mi ha permesso di avere, in pochissimo spazio, tutti i libri e la documentazione necessaria. Durante il lungo lockdown, chiuso in camera mia a Milano ho scritto il testo. Ho debuttato a Milano nel dicembre 2021”.
D. Lo spettacolo registra una vasta popolarità in tutta Italia. Viene richiesto anche nelle scuole e negli oratori. Qual è la reazione del pubblico che ha riscontrato? “Molto positiva e ne sono felicissimo. Lo è in qualsiasi ambito, sia in quello teatrale, sia nel debutto della Cooperativa Teatro dove in platea c’erano molti scout, sino all’ambito scout puro, piuttosto che in un ambito cattolico o ANPI. Questo mi da piacere, sia come attore, sia come autore. Sin dall’inizio ho pensato di scrivere uno spettacolo che potesse essere multistrato, ma principalmente fruibile da tutti, compresi quelli che nulla sanno di scoutismo, di questa storia, anzi c’è maggior attrattiva. Le persone che mi dicono di non amare molto gli scout, dopo lo spettacolo si ricredono, cosa che mi fa ulteriormente piacere”
D. I colleghi che ne pensano dello spettacolo? “In ambito teatrale, essendo un mondo piuttosto lontano da quello cattolico, si guarda agli scout con scetticismo. Spesso fraintendono l’essenza e la intendono in senso militarista. Anche da molti colleghi a cui ho fatto leggere il testo e che hanno visto lo spettacolo ho avuto questo riscontro positivo e ne sono felice”
D. Non crede sia uno spettacolo fruibile per i giovani, i ragazzi? “Ho fatto anche delle scolastiche e penso di farne ancora. Personalmente mi fa piacere perché sono stato capo scout. Credo sia innegabile il gusto dell’educatore, cioè poter essere significativi per delle persone ancora in formazione è uno dei piaceri che da l’essere capo scout. Da la sensazione di fare un intervento efficace verso qualcuno. Anche se non è un intervento formativo, preciso, può diventare lo stimolo per sbocciare. Lo scoutismo durante lo spettacolo avrebbe questo come obiettivo, non quello di plasmare gli individui, bensì di aiutare le persone su ciò che potrebbero essere al meglio. Ho fatto anche una scolastica strana”
D. In che senso? “Una insegnate scout, che ha visto lo spettacolo al debutto, contatta la produzione, fissa la replica e vado a farla a Sesto Dan Giovanni. Sono felicissimo di essere in questa scuola. Convinto che fossero dei liceali, mi vedo arrivare bambini di seconda e terza elementare, seduti sulle poltrone con le gambe a penzoloni perché non toccavano terra. Sono preoccupatissimo. Si mette male. In realtà è stato un pubblico molto attento. Sono certo che il lavoro fatto dall’insegnante ha aiutato moltissimo. Anche se erano troppo piccoli, il capire di più è anche frutto di un lavoro. L’idea di scrivere una storia che possa essere emotivamente coinvolgente, per me lo è stato, credo che sia giusto. Sostengo, e credo, che una qualunque storia è sempre raccontata dal punto di vista di qualcuno. L’illusione di avere una storia oggettiva è difficile. Spesso parlando dell’oggettività, o la tensione all’oggettività, diventa un allontanarsi dall’emotività perché bisogna parteggiare per qualcuno, anche se è solo una persona, un ragazzino, piuttosto che un bambino. Devi parteggiare per quella persona se vuoi che possa emozionarti. Ho scritto il testo pensando a questo”
1° Ottobre ’22 Silvio Mengotto
Durata dello spettacolo 100’ senza intervallo
Contatti:
055-8290137
055-8228422
Email: info@arca-azzurra.it




17 ottobre. Come ogni anno la Banda musicale delle FFSS esegue il concerto all'interno della stazione Tiburtina in prossimità del binario da dove partirono gli Ebrei rastrellati al ghetto il 16 Ottobre 1943. E' stata deposta una corona in memoria dei Ferrovieri vittime del Nazifascismo. Per l'Anpc era presente il Consigliere Nazionale Aladino Lombardi.










Cerimonia di commemorazione oggi 16 ottobre 2022 in occasione del 79esimo anniversario della razzia del Ghetto che ha visto la deportazione di 1.024 cittadini romani di religione ebraica nei campi di concentramento nazisti, di cui solo 16 sono sopravvissuti. Rimandata alla serata del 17 ottobre la tradizionale fiaccolata che va da Santa Maria in Trastevere al Ghetto perché la giornata di oggi coincide con una festività ebraica. Sono intervenuti il vice presidente della Regione Lazio Daniele Leodori, il sindaco di Roma Roberto Gualtieri, la presidente della Comunità ebraica di Roma Ruth Dureghello, la presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane Noemi Di Segni e il rabbino capo di Roma Riccardo Shemuel Di Segni. Per l’Anpc era presente il Consigliere Nazionale Aladino Lombardi.





ANPC ricorda…
Qualsiasi parola possiamo pronunciare è povera per onorare il sacrificio dei nostri “fratelli maggiori ” sacrificati nella città che era la loro da millenni. La brutalità di chi non si riconosce parte della stessa umanità ancora oggi serpeggia in varie situazioni. Solo con la vigilanza e l’impegno a promuovere la fratellanza umana diventa sincera la nostra solidarietà e grato il ricordo. A loro dedichiamo lo splendido discorso della sen. Liliana Segre alla inaugurazione della XIX legislatura della nostra Repubblica parlamentare democratica. Alla sede della sovranità del popolo italiano è affidata la custodia dei valori scolpiti nella nostra costituzione.
Saranno beatificati domenica 16 ottobre 2022 a Boves, cittadina del Cuneese. Presente anche una delegazione di Schondorf, il paese del comandante delle SS responsabile dell’eccidio.
Don Ghibaudo, 23 anni soltanto, e don Bernardi, 45, domenica 16 ottobre saranno beati.


I martiri di Boves, don Giuseppe Bernardi e don Mario Ghibaudo, oggi, domenica 16 ottobre, saranno proclamati beati. Tutto è pronto nella cittadina alle porte di Cuneo per la celebrazione presieduta dal cardinale Marcello Semeraro, prefetto del Dicastero delle Cause dei santi con il vescovo di Cuneo e di Fossano, Piero Delbosco, e il presidente della Conferenza episcopale piemontese, Franco Lovignana, vescovo di Aosta. Saranno presenti anche i vescovi Brunetti (Alba), Arnolfo (Vercelli) Miragoli (Mondovì) e gli emeriti Ravinale, Cavallotto Guerrini e Micchiardi.
Una giornata di festa per onorare i due sacerdoti «uccisi in odio alla fede» nella prima rappresaglia nazista in Italia compiuta dopo l’armistizio dell’8 settembre. Tra le 24 vittime dell’eccidio compiuto il 19 settembre 1943 c’erano anche loro, il parroco don Giuseppe nato a Caraglio, di 46 anni, e il suo giovane vice, don Mario di 23 anni, nativo di Borgo San Dalmazzo e sacerdote da soli tre mesi. Quel tragico giorno era iniziato con uno scontro tra uno dei primi gruppi partigiani e i tedeschi, con il rapimento di due SS. Il loro comandante, Jaochim Peiper, coinvolse don Bernardi e l’imprenditore Antonio Vassallo come mediatori per la loro liberazione. Nonostante l’esito positivo della trattativa Peiper ordinò di incendiare il paese. Al termine della lunga giornata don Giuseppe e Vassallo furono trucidati e bruciati, don Mario ucciso nell’atto di benedire un bovesano colpito dal fuoco di un soldato tedesco. Fin dalle prime ore del giorno si erano impegnati per cercare di salvare il paese e i suoi abitanti a costo della loro stessa vita. Seppure prigioniero don Bernardi invitò alcune ragazze a pregare con lui davanti alla salma di un soldato tedesco, un gesto che negli anni ha portato frutti di pace e di riconciliazione.
Alla cerimonia di domenica pomeriggio, che si terrà dalle 15 in piazza Avis (vicino al santuario di Madonna dei Boschi) ci sarà anche Irma, una delle ragazze che in quel tragico giorno, pregò accanto a don Bernardi e al soldato ucciso.
Il processo di beatificazione è iniziato nel maggio del 2013, la firma ufficiale del vescovo di Cuneo e di Fossano, era allora Giuseppe Cavallotto, fu apposta nel convento delle Clarisse di Boves. Dallo stesso luogo il 26 aprile del 2016 partirono le reliquie dei due sacerdoti per essere traslate nella chiesa di San Bartolomeo, ora punto di riferimento per la preghiera e la richiesta di perdono da parte di molti devoti ai due «martiri». Da qualche anno la comunità delle suore si è trasferita a Bra, ma una loro delegazione sarà presente alla cerimonia a dimostrazione del forte legame con tutta la comunità.
Numerosi gli appuntamenti che si sono susseguiti dopo l’annuncio, avvenuto il 9 aprile scorso, della volontà di papa Francesco di proclamare beati don Bernardi e don Ghibaudo. Mostre, momenti di preghiera hanno segnato questi mesi, come si è intensificato il rapporto con la comunità di Schondorf. Un’amicizia che affonda le radici nella comune volontà di lavorare per la pace iniziata quando l’Associazione don Bernardi e don Ghibaudo scoprì che Peiper è seppellito nella parte laica del cimitero della parrocchia di Schondorf.
Il parroco di Boves, don Bruno Mondino, scrisse una lettera per chiedere di incontrarsi e in poco tempo arrivò da parte del suo collega tedesco, Heinrich Weiss, la risposta affermativa. Da allora le due comunità hanno condiviso momenti di preghiera e di amicizia. Una delegazione sarà presente alla cerimonia, ci sarà anche il loro coro insieme a quello della parrocchia bovesana e della Cattedrale di Cuneo ad animare la Messa. Il quadro che raffigura i due beati è stato realizzato da don Gianluca Busi, parroco di Marzabotto, un ulteriore segnale di condivisione tra comunità che hanno sofferto e che sono rinate nel segno del bene comune.
Pubblichiamo questo straordinario, profondo, struggente discorso della Senatrice a vita Liliana Segre, che non finiremo mai di ringraziare per la sua fondamentale testimonianza e per il suo impegno costante.
“Senato della Repubblica
Prima seduta del Senato 13.10.2022 – XIX Legislatura
Colleghe Senatrici, Colleghi Senatori,
rivolgo il più caloroso saluto al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e a quest’Aula.
Certa di interpretare i sentimenti di tutta l’Assemblea, desidero indirizzare al Presidente Emerito Giorgio Napolitano, che non ha potuto presiedere la seduta odierna, i più fervidi auguri e la speranza di vederlo ritornare presto ristabilito in Senato. Il Presidente Napolitano mi incarica di condividere con voi queste sue parole: “Desidero esprimere a tutte le senatrici ed i senatori, di vecchia e nuova nomina, i migliori auguri di buon lavoro, al servizio esclusivo del nostro Paese e dell’istituzione parlamentare ai quali ho dedicato larga parte della mia vita”.
Rivolgo ovviamente anch’io un saluto particolarmente caloroso a tutte le nuove Colleghe e a tutti i nuovi Colleghi, che immagino sopraffatti dal pensiero della responsabilità che li attende e dalla austera solennità di quest’aula, così come fu per me quando vi entrai per la prima volta in punta di piedi.
Come da consuetudine vorrei però anche esprimere alcune brevi considerazioni personali.
Incombe su tutti noi in queste settimane l’atmosfera agghiacciante della guerra tornata nella nostra Europa, vicino a noi, con tutto il suo carico di morte, distruzione, crudeltà, terrore…una follia senza fine. Mi unisco alle parole puntuali del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella: “la pace è urgente e necessaria. La via per ricostruirla passa da un ristabilimento della verità, del diritto internazionale, della libertà del popolo ucraino”.
Oggi sono particolarmente emozionata di fronte al ruolo che in questa giornata la sorte mi riserva.
In questo mese di ottobre nel quale cade il centenario della Marcia su Roma, che dette inizio alla dittatura fascista, tocca proprio ad una come me assumere momentaneamente la presidenza di questo tempio della democrazia che è il Senato della Repubblica.
Ed il valore simbolico di questa circostanza casuale si amplifica nella mia mente perché, vedete, ai miei tempi la scuola iniziava in ottobre; ed è impossibile per me non provare una sorta di vertigine ricordando che quella stessa bambina che in un giorno come questo del 1938, sconsolata e smarrita, fu costretta dalle leggi razziste a lasciare vuoto il suo banco delle scuole elementari, oggi si trova per uno strano destino addirittura sul banco più prestigioso del Senato!
Il Senato della diciannovesima legislatura è un’istituzione profondamente rinnovata, non solo negli equilibri politici e nelle persone degli eletti, non solo perché per la prima volta hanno potuto votare anche per questa Camera i giovani dai 18 ai 25 anni, ma soprattutto perché per la prima volta gli eletti sono ridotti a 200.
L’appartenenza ad un così rarefatto consesso non può che accrescere in tutti noi la consapevolezza che il Paese ci guarda, che grandi sono le nostre responsabilità ma al tempo stesso grandi le opportunità di dare l’esempio.
Dare l’esempio non vuol dire solo fare il nostro semplice dovere, cioè adempiere al nostro ufficio con “disciplina e onore”, impegnarsi per servire le istituzioni e non per servirsi di esse.
Potremmo anche concederci il piacere di lasciare fuori da questa assemblea la politica urlata, che tanto ha contribuito a far crescere la disaffezione dal voto, interpretando invece una politica “alta” e nobile, che senza nulla togliere alla fermezza dei diversi convincimenti, dia prova di rispetto per gli avversari, si apra sinceramente all’ascolto, si esprima con gentilezza, perfino con mitezza.
Le elezioni del 25 settembre hanno visto, come è giusto che sia, una vivace competizione tra i diversi schieramenti che hanno presentato al Paese programmi alternativi e visioni spesso contrapposte. E il popolo ha deciso.
È l’essenza della democrazia.
La maggioranza uscita dalle urne ha il diritto-dovere di governare; le minoranze hanno il compito altrettanto fondamentale di fare opposizione. Comune a tutti deve essere l’imperativo di preservare le Istituzioni della Repubblica, che sono di tutti, che non sono proprietà di nessuno, che devono operare nell’interesse del Paese, che devono garantire tutte le parti.
Le grandi democrazie mature dimostrano di essere tali se, al di sopra delle divisioni partitiche e dell’esercizio dei diversi ruoli, sanno ritrovarsi unite in un nucleo essenziale di valori condivisi, di istituzioni rispettate, di emblemi riconosciuti.
In Italia il principale ancoraggio attorno al quale deve manifestarsi l’unità del nostro popolo è la Costituzione Repubblicana, che come disse Piero Calamandrei non è un pezzo di carta, ma è il testamento di 100.000 morti caduti nella lunga lotta per la libertà; una lotta che non inizia nel settembre del 1943 ma che vede idealmente come capofila Giacomo Matteotti.
Il popolo italiano ha sempre dimostrato un grande attaccamento alla sua Costituzione, l’ha sempre sentita amica.
In ogni occasione in cui sono stati interpellati, i cittadini hanno sempre scelto di difenderla, perché da essa si sono sentiti difesi.
E anche quando il Parlamento non ha saputo rispondere alla richiesta di intervenire su normative non conformi ai principi costituzionali – e purtroppo questo è accaduto spesso – la nostra Carta fondamentale ha consentito comunque alla Corte Costituzionale ed alla magistratura di svolgere un prezioso lavoro di applicazione giurisprudenziale, facendo sempre evolvere il diritto.
Naturalmente anche la Costituzione è perfettibile e può essere emendata (come essa stessa prevede all’art. 138), ma consentitemi di osservare che se le energie che da decenni vengono spese per cambiare la Costituzione – peraltro con risultati modesti e talora peggiorativi – fossero state invece impiegate per attuarla, il nostro sarebbe un Paese più giusto e anche più felice.
Il pensiero corre inevitabilmente all’art. 3, nel quale i padri e le madri costituenti non si accontentarono di bandire quelle discriminazioni basate su “sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali”, che erano state l’essenza dell’ancien regime.
Essi vollero anche lasciare un compito perpetuo alla “Repubblica”: “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.
Non è poesia e non è utopia: è la stella polare che dovrebbe guidarci tutti, anche se abbiamo programmi diversi per seguirla: rimuovere quegli ostacoli !
Le grandi nazioni, poi, dimostrano di essere tali anche riconoscendosi coralmente nelle festività civili, ritrovandosi affratellate attorno alle ricorrenze scolpite nel grande libro della storia patria.
Perché non dovrebbe essere così anche per il popolo italiano? Perché mai dovrebbero essere vissute come date “divisive”, anziché con autentico spirito repubblicano, il 25 Aprile festa della Liberazione, il 1° Maggio festa del lavoro, il 2 Giugno festa della Repubblica?
Anche su questo tema della piena condivisione delle feste nazionali, delle date che scandiscono un patto tra le generazioni, tra memoria e futuro, grande potrebbe essere il valore dell’esempio, di gesti nuovi e magari inattesi.
Altro terreno sul quale è auspicabile il superamento degli steccati e l’assunzione di una comune responsabilità è quello della lotta contro la diffusione del linguaggio dell’odio, contro l’imbarbarimento del dibattito pubblico, contro la violenza dei pregiudizi e delle discriminazioni.
Permettetemi di ricordare un precedente virtuoso: nella passata legislatura i lavori della “Commissione straordinaria per il contrasto dei fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza” si sono conclusi con l’approvazione all’unanimità di un documento di indirizzo. Segno di una consapevolezza e di una volontà trasversali agli schieramenti politici, che è essenziale permangano.
Concludo con due auspici.
Mi auguro che la nuova legislatura veda un impegno concorde di tutti i membri di questa assemblea per tenere alto il prestigio del Senato, tutelare in modo sostanziale le sue prerogative, riaffermare nei fatti e non a parole la centralità del Parlamento.
Da molto tempo viene lamentata da più parti una deriva, una mortificazione del ruolo del potere legislativo a causa dell’abuso della decretazione d’urgenza e del ricorso al voto di fiducia. E le gravi emergenze che hanno caratterizzato gli ultimi anni non potevano che aggravare la tendenza.
Nella mia ingenuità di madre di famiglia, ma anche secondo un mio fermo convincimento, credo che occorra interrompere la lunga serie di errori del passato e per questo basterebbe che la maggioranza si ricordasse degli abusi che denunciava da parte dei governi quando era minoranza, e che le minoranze si ricordassero degli eccessi che imputavano alle opposizioni quando erano loro a governare.
Una sana e leale collaborazione istituzionale, senza nulla togliere alla fisiologica distinzione dei ruoli, consentirebbe di riportare la gran parte della produzione legislativa nel suo alveo naturale, garantendo al tempo stesso tempi certi per le votazioni.
Auspico, infine, che tutto il Parlamento, con unità di intenti, sappia mettere in campo in collaborazione col Governo un impegno straordinario e urgentissimo per rispondere al grido di dolore che giunge da tante famiglie e da tante imprese che si dibattono sotto i colpi dell’inflazione e dell’eccezionale impennata dei costi dell’energia, che vedono un futuro nero, che temono che diseguaglianze e ingiustizie si dilatino ulteriormente anziché ridursi. In questo senso avremo sempre al nostro fianco l’Unione Europea con i suoi valori e la concreta solidarietà di cui si è mostrata capace negli ultimi anni di grave crisi sanitaria e sociale.
Non c’è un momento da perdere: dalle istituzioni democratiche deve venire il segnale chiaro che nessuno verrà lasciato solo, prima che la paura e la rabbia possano raggiungere i livelli di guardia e tracimare.
Senatrici e Senatori, cari Colleghi, buon lavoro!”.
Il Convegno di Studi Storici dal tema “Le Forze Armate e la Nazione Italiana: 1990 – 2000”, è stato organizzato dall’Ufficio Storico dello Stato Maggiore della Difesa, nei giorni mercoledì 12 e giovedì 13 ottobre 2022, presso la Scuola Ufficiali Carabinieri di Roma, in Via Aurelia 511. Si tratta di un’importante attività di confronto e sinergia tra mondo militare e accademico a cui ha partecipato anche la nostra Associazione, con la presenza del nostro Consigliere Nazionale Aladino Lombardi che ha portato il saluto della nostra Presidente Nazionale Mariapia Garavaglia e di tutta l’Associazione Nazionale Partigiani Cristiani.
Qui il programma:






CERIMONIA DI INTITOLAZIONE SCUOLA PRIMARIA A TINA ANSELMI
ORE 10,00
PRESSO LA SCUOLA SALA CONSIGLIO
SCOPRIMENTO TARGA
a seguire:
CONVEGNO:
TINA ANSELMI “UNA VITA PER LA DEMOCRAZIA , LA GIOIA CONDIVISA DELL’IMPEGNO”
Intervengono: :
on. ROSY BINDI – Già Ministro della sanità
on. MARIAPIA GARAVAGLIA – Presidente Nazionale ANPC – Già Ministro della Sanità
Coordina
PIETRO VISCONTI – Direttore quotidiano Libertà
Sabato 9 ottobre 2022 presso il Circolo Acli di Lambrate, l’Anpc di Milano ha presenziato alla presentazione del libro “Partigiani cristiani nella Resistenza. La storia ritrovata” di Alberto Leoni e Stefano R. Contini.


Silvio Mengotto ha preparato il seguente articolo che pubblichiamo con i nostri ringraziamenti.
La storia ritrovata *
Partigiani cristiani nella Resistenza, di Alberto Leoni e Stefano Contini, è un’opera importante che riporta alla luce la commovente testimonianza di centoquarantacinque volti di resistenti disarmati e di combattenti cristiani che, “ribelli per amore”, hanno sacrificato la loro vita contrastando il nazifascismo.
Il titolo, apparentemente provocatorio, focalizza un fatto della Resistenza italiana che, nel trascorrere degli anni, è stato sottovalutato. I cattolici nella Resistenza sono stati una presenza importante a macchia di leopardo. Nell’ultimo ventennio, grazie ad alcuni storici (Pietro Scoppola, Giorgio Vecchio) le pagine della Resistenza si sono arricchite recuperando le storie di molti cattolici che militavano anche nelle bande armate comuniste, socialiste, di Giustizia e libertà e monarchiche (I cattolici e la Resistenza, Edit. In dialogo). Bisogna ricordare anche l’apporto dei sacerdoti che, con diverse modalità, si impegnarono nella Resistenza (G. Barbareschi, Memoria di sacerdoti “ribelli per amore” 1943-1945). Anche quello disarmato, oggi conosciuto, delle suore (G. Vecchio, Le suore e la Resistenza) che nascosero e salvarono ebrei, ricercati, partigiani, antifascisti, renitenti alla leva e, in molte circostanze, anche gerarchi fascisti braccati in pericolo di vita. Tra i religiosi anche il cardinale di Milano Ildelfonso Schuster e, a Firenze, l’arcivescovo Elia Dalla Costa.
Dopo una prima raccolta di nomi insigniti di medaglia d’oro, il progetto si è ulteriormente sviluppato. Nel libro “si parla – dice Stefano Contini – di partigiani provenienti da tutta Italia. Nelle loro lettere abbiamo raccolto le motivazioni della scelta radicata nella fede cristiana, cosa che precede qualsiasi scelta politica o partitica”. Nelle centoquarantacinque storie, moltissime sono di partigiani apolitici o militanti in bande che avevano un colore politico che non sentivano proprio. Nelle Fiamme Verdi, bande partigiane che raccoglievano i cattolici, c’era una peculiarità che li distingueva da tutte le altre formazioni partigiane. Non era prevista la visita del commissario politico come era consuetudine nelle formazioni comuniste e socialiste. C’era la convinzione che, prima di dividersi sui contenuti della politica e in partiti, gli italiani dovevano riconquistare la libertà. Nel libro troviamo le storie di Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo, l’operaio boxeur Bruno Brandellero, Aldo Gastaldi il primo partigiano d’Italia, Paola Del Din la prima paracadutista d’Italia, Teresio Olivelli, Carlo Bianchi e Odoardo Focherini, Raffaele Persichetti, Renato Sclarandi, le due donne Anna Maria Enriques e Norma Parenti, Luigi Pierobon, don Domenico Orlandini e tante altre.
Gli autori si sono concentrati sul contenuto delle lettere, dei pensieri, scritti prima di morire. “Proprio in punto di morte – continua Contini – le persone difficilmente parlano di politica ma dell’aldilà, della mamma, della famiglia, di Dio. Un aspetto che solitamente non viene spiegato”. In data 21 dicembre ’43, vigilia della sua fucilazione, il giovane milanese Giancarlo Puecher scrive: “Muoio per la mia patria. […] Non piangetemi, ma ricordatemi a coloro che mi vollero bene e mi stimarono. Viva l’Italia. Raggiungo con cristiana rassegnazione la mia mamma che santamente mi educò e mi protesse nei vent’anni della mia vita. […] Perdono a coloro che mi giustiziano, perché non sanno quello che fanno e non pensano che l’uccidersi tra fratelli non produrrà mai la concordia. […] Ho sempre creduto in Dio e perciò accetto la sua volontà. Baci a tutti. Giancarlo Puecher Passavalli”.
Il capitano Franco Balbis, medaglia d’oro al valor militare, combattente ad El Alamein in Africa, prima di affrontare il plotone di esecuzione scrive una lettera dove traspira la sete della libertà. “Iddio mi permette oggi di dare l’olocausto supremo di tutto me stesso all’Italia nostra ed io ne sono lieto, orgoglioso e felice: possa il mio sangue servire per ricostruire l’unità italiana e per riportare la nostra Terra ad essere onorata e stimata nel mondo intero. […] Prego i Miei di non voler portare il lutto per la mia morte; quando si è dato un figlio alla Patria, comunque esso venga offerto, non lo si deve ricordare col segno della sventura. […] Possa il mio grido di “Viva l’Italia libera!” sovrastare e smorzare il crepitio dei moschetti che mi daranno la morte; per il bene e l’avvenire della nostra Patria e della nostra Bandiera, per le quali muoio felice! Franco Balbis 5 aprile 1944”. “E’ importante – precisa Contini – ascoltare la voce dei partigiani, di questi protagonisti ed eroi. Sanno spiegarci ancora meglio quello che noi ancora non riusciamo a cogliere”. In tutte le lettere raccolte non traspare mai un sentimento di odio nei confronti dei nemici, bensì un sentimento cristiano di perdono.
Uno degli obiettivi del libro è riscoprire che nella festa nazionale del 25 aprile, ogni anno si ricorda la riconquistata libertà per il popolo italiano. E’ la festa della liberazione. Una giornata nazionale voluta, è bene ricordarlo, da Alcide De Gasperi. Ciò che accomunava tutti i partigiani, di qualsiasi colore, è la conquista della libertà perduta. “L’obiettivo – conclude Contini – del libro è quello di far emergere il bene comune della libertà riconquistata senza far sconti a nessuno. Nel libro sono citati partigiani comunisti cristiani, non è un ossimoro, ma un dato di fatto. Ci siamo limitati a descrivere quello che è successo”.
11 ottobre ’22 Silvio Mengotto
Alberto Leoni – Stefano R. Contini, Partigiani cristiani nella Resistenza La storia ritrovata (1943-1945), Edit. Ares, 2022