Il 7 aprile 1944 sul Ponte di Ferro, nella zona Portuense della Capitale, furono uccise dieci donne a colpi di fucile. Poco prima le vittime avevano preso d’assalto il forno Tesei che riforniva pane e farina ai militari tedeschi. In quel periodo Roma era occupata dai nazisti e la popolazione viveva in miseria.
I nomi delle vittime: Clorinda Falsetti, Italia Ferracci, Esperia Pellegrini, Elvira Ferrante, Eulalia Fiorentino, Elettra Maria Giardini, Concetta Piazza, Assunta Maria Izzi, Arialda Pistolesi, Silvia Loggreolo. Chiedevano solo del pane per i loro figli. Non dimenticheremo mai il loro coraggio.
Alla cerimonia di commemorazione era presente in rappresentanza dell’Anpc il nostro Consigliere Nazionale Aladino Lombardi.
A tutti i soci, gli amici, i simpatizzanti ed alle loro famiglie i più sentiti auguri per le prossime festività pasquali dalla Presidenza e da tutto il Direttivo.
Il pomeriggio del 2 aprile 2023 si è svolta una solenne commemorazione dell’eccidio fascista del 1° aprile 1945, avvenuto nei pressi della cascina di Punte Alte, che costò la vita a cinque persone, fra cui una donna incinta. Presente la Presidente Nazionale, Mariapia Garavaglia che si è rivolta ai numerosi giovani presenti, sottolineando l’importanza della memoria e del conoscere la storia per costruire il nostro presente ed il nostro futuro. Un grazie speciale anche al nostro Consigliere Nazionale nonchè Presidente della Sezione di Milano, Luisa Ghidini, sempre molto attiva e partecipe anche in questa importante commemorazione.
Qui l’articolo del giornale “Il Cittadino- Basso Lodigiano” che parla dell’evento:
Oggi ci ha lasciato Augusta Gatti partigiana amica e collega di Tina Anselmi. Amica e generosa attiva nella DC milanese. Una partigiana cristiana cui dobbiamo gratitudine e un ricordo perenne. In questa stagione ricordare queste donne è un impegno imprescindibile di pedagogia democratica. ANPC la saluta la onora
Ci ha lasciati all’età di 94 anni Elena Marinucci. Ai familiari tutti giungano le nostre più sincere condoglianze.
Mariapia Garavaglia ha dichiarato: “Elena Marinucci merita un ricordo perché fu una appassionata democratica; ha fatto avanzare i diritti delle donne. Una grande donna e politica di qualità. Siamo state colleghe come Sottosegretarie alla sanità e amiche con la franchezza e la lealtà che non era minimamente toccata dalla nostra differente militanza politica. Un pensiero grato e un invito a conservarne la memoria per non lasciar cadere un lascito di battaglie civili che aspettano ancora di essere completate. ANPC onora la testimone della partecipazione democratica intensamente vissuta”.
Silvia Costa: “Un dolore la perdita di Elena Marinucci, già europarlamentare e dirigente PSI. Una donna intelligente e coraggiosa, amica anche nella diversità di posizioni politiche, che ha segnato una stagione importante per l’emancipazione femminile e la democrazia italiana ed europea”.
In merito alle dichiarazioni del Presidente del Senato Ignazio La Russa l’Istituto nazionale Ferruccio Parri – Rete degli istituti storici della Resistenza e dell’età contemporanea -, per rispetto alla verità storica, dichiara:
L’ attacco partigiano di via Rasella fu un legittimo atto di guerra condotto contro una pattuglia di poliziotti altoatesini appartenenti al terzo battaglione Bozen.
Il Polizeiregiment Bozen comprendeva tre battaglioni, si era formato nel settembre 1943, subito dopo che i Tedeschi, a seguito dell’armistizio, avevano costituito l’Operationszone Alpenvorland, (Zona di Operazione delle Prealpi), che comprendeva le province di Belluno, Trento e Bolzano.
La maggior parte dei suoi membri, a seguito della opzione del 1939, avevano preso la cittadinanza tedesca.
Il battaglione Bozen non era una banda musicale ma un battaglione di polizia armato di pistole mitragliatrici e bombe a mano, che stava ultimando il suo addestramento.
L’età media dei componenti era sui 35 anni (avevano un’età dai 26 ai 42 anni), quindi certamente non delle giovani reclute ma neppure dei semi pensionati.
È bene ricordare che gli altri due battaglioni del reggimento Bozen erano stati subito impiegati in funzione anti-partigiana in Istria e nel Bellunese, dove si erano resi autori di stragi.
Il battaglione oggetto dell’attacco di via Rasella è stato successivamente impiegato in Italia in funzione anti-partigiana.
A seguito dell’attacco i Tedeschi fucilarono alle Fosse Ardeatine 335 fra antifascisti, partigiani, ebrei, detenuti comuni. Le liste furono compilate con l’aiuto della Questura di Roma. L’ordine di fucilazione fu eseguito prima della pubblicazione del comunicato emanato dal comando tedesco della città occupata di Roma alle 22,55 del 24 marzo 1944.
Per tale atto il Questore di Roma, Pietro Caruso, fu condannato a morte dall’Alta Corte di Giustizia per le sanzioni contro il fascismo. La sentenza fu eseguita il 22/9/1944.
Milano, 1 aprile 2023
Milano, 1 aprile 2023
Il Presidente Paolo Pezzino con tutti gli organi direttivi, i collaboratori e le collaboratrici dell’Istituto nazionale Ferruccio Parri Rete degli istituti storici della Resistenza e dell’età contemporanea
Commemoriamo i martiri della strage nazista avvenuta tra il 2 aprile 1944 e il 7 aprile 1944 a Leonessa e nelle frazioni circostanti, nel corso del quale vennero uccisi 51 civili.
La commemorazione inizierà alle ore 10 nella Chiesa famedio di San Francesco e subito dopo alle ore 10.30 nella Chiesa di San Pietro prospiciente Piazza dei 51 Martiri ove si terrà una breve riunione senza la celebrazione della Santa Messa trovandoci nel giorno del Venerdì Santo che precede la Pasqua di Resurrezione del nostro Signore Gesù Cristo.
Al termine del breve incontro ci porteremo al Sacrario per onorare i caduti del territorio Leonessano e dell’Italia intera.
La testimonianza di Mons. Giuseppe Chiaretti: “Ripenso all’urlo di sua madre, la “Marona”, entrata nella chiesa di Santa Maria dove don Concezio stava facendo – in quel Venerdì santo 1944 – la tradizionale coroncina in onore dell’Addolorata nell’altare ad essa dedicato: «Fiju, scappa! Te vau cerchénno li tedeschi!» («Scappa, figlio, i tedeschi ti stanno cercando!»). Io, chierichetto di 11 anni, c’ero e ricordo tutto di quei giorni: la strage di civili perpetrata a Leonessa (Rieti) 13 giorni dopo quella delle Fosse Ardeatine, 23 uccisi tutti insieme il 7 aprile 1944, alle ore 15.Non sono più molti, ormai, quelli che ricordano l’eccidio e le urla di dolore di quel venerdì santo; io quel giorno c’ero, e non posso dimenticare. E non nascondo che, andando a Leonessa, vado ogni volta al cimitero dove i martiri sono sepolti, a salutarli tutti, uno per uno, rileggendo ora l’una ora l’altra lapide, come quella d’una moglie e mamma con i suoi piccoli figli che scrive a ricordo del marito e padre: «Sono qui pietosamente composti i resti (di Ivano Palla) nella calma della morte, dopo l’orribile strazio dell’insensata tragedia del venerdì santo, ricordando di quanto dolore e lutto siano artefici l’uomo e il popolo che non temono Dio».Dopo l’urlo di sua madre, mio cugino don Concezio Chiaretti si fermò un po’, concluse la preghiera, e uscì dalla chiesa senza alcuna precauzione. I “tedeschi” (che comunque parlavano bene l’italiano, come disse al processo un testimone: «Ma che tedeschi! Erano militi e ufficiali italiani!»…) lo catturarono subito e lo portarono con gli altri in piazza, dove si mise a pregare il breviario (lo stesso che poi si sporcherà di terra dopo l’esecuzione capitale). Perché i nazifascisti cercavano proprio lui? Il nome, la qualità e la fama di quel prete di 27 anni, cappellano militare della Julia, che se la intendeva con i giovani renitenti alla leva, disertori e “partigiani”, non potevano essere sconosciuti alle autorità del tempo, tanto più che i fascisti conoscevano già l’attività di un altro Chiaretti di Leonessa: Antonio, che a Roma organizzava la forte cellula comunista Bandiera Rossa, responsabile di vari sabotaggi. Eppure don Concezio non aveva aiutato solo i partigiani (aveva fondato il Cnl locale), ma anche i fascisti. Una dichiarazione del 26 febbraio 1944, firmata da tre militi leonessani della Guardia Nazionale Repubblicana che indico solo con le iniziali (A.R., S.G., Z.V.), dal loro comandante (R.P.), da un elettricista testimone (A.L) e controfirmata da don Concezio Chiaretti, testimonia che i tre fascisti nei pressi di Villa Pulcini furono salvati dalla fucilazione da parte di un grosso manipolo (una quindicina) di partigiani che li avevano già svestiti, proprio per la mediazione di don Concezio, che quel giorno si trovava lì a cercare qualcosa da mangiare per suo fratello malato. Dopo l’8 settembre, infatti, il sacerdote si era dedicato alle opere d’assistenza: si ricordano suoi interessamenti per aiutare una famiglia ebrea che viveva a Leonessa e le visite nel carcere comunale ai giovani militari fuggiti in montagna per non essere trasferiti ai lavori forzati in Germania. Figlio di emigrati (era nato in Canada nel 1917), tornato in Italia don Concezio aveva frequentato le scuole degli Scolopi e poi il seminario ad Assisi; a quell’epoca s’avvolgeva nel tricolore e cantava con la sua bella voce baritonale l’inno di Vincenzo Bellini ne I Puritani: «Suoni la tromba! Intrepido/ io pugnerò da forte! Bello è affrontare la morte/ gridando “Libertà”!». Fu ordinato prete il 13 luglio 1941 a Leonessa, divenne vicerettore e insegnante nel seminario vescovile di Rieti, quindi cappellano militare degli alpini. Tornato in famiglia per malattia, dovette sostituire per la settimana santa i due parroci di Leonessa arrestati come “badogliani” e trasferiti a Rieti per essere processati (riuscirà a salvarli il vescovo Migliorini, ma usciranno dal carcere solo dopo la strage del venerdì santo).Torniamo ai 23 cittadini di Leonessa radunati in piazza, scelti perché “comunisti” secondo le direttive di una malafemmina che indicava le persone da uccidere per i motivi più vari: chi non aveva sorriso alla sua attività di attricetta da quattro soldi, chi non le aveva dato generi alimentari che lei pretendeva gratis, e così via. «Sembrava invasa da una furia d’inferno», dicono i testimoni; quando seppe della cattura dei due parroci, disse: «Bene! Due preti li hanno loro (i tedeschi), uno noi: sono tutti e tre!»: la donna infatti non perdonava ai tre sacerdoti i rimbrotti per il suo malcostume. Il giorno prima aveva fatto lo stesso nel suo minuscolo paese, Cumulata, dove fece trucidare tutti gli 11 uomini (si salvò solo un ragazzo che si buttò in una concimaia), uccidendo essa stessa il fratello e chiedendo anche l’uccisione della cognata: i tedeschi rifiutarono perché era incinta. Il gruppo dei condannati leonessani fu dunque condotto ai piedi di un rialzo, mentre la gente andava radunandosi urlando, tenuta a bada dalle mitragliatrici. Don Concezio assolse e benedisse i morituri e la sua città; morì perdonando i suoi assassini, i quali senz’altro sapevano di religione come dimostra la scelta del tempo (il venerdì santo alle 15) e il luogo (un’altura fuori le mura di Leonessa, come il Calvario). I cadaveri furono poi portati su scale a pioli usate come barelle nella grande chiesa di San Francesco, ove già tutto era stato predisposto per la tradizionale processione del “Cristo morto”; la chiesa si riempì di sangue. Fu un altro Golgota con un Cristo in carne ed ossa, e lacrime e gemiti in quantità. Il giorno di Pasqua le campane non suonarono a festa per la risurrezione di Cristo, ma a lutto per i funerali. Si fecero una ventina di viaggi al cimitero per seppellire i morti.A Leonessa in quell’aprile le vittime furono complessivamente 54. Di fatto la spedizione fascista-tedesca della Settimana santa ebbe anche l’intenzione di dare una lezione alla città, ormai nota come covo di ribelli. Posso dirlo pure per motivi familiari; in quei giorni era tornato a casa, dopo la sconfitta italiana in Libia, lo zio Francesco, autista e camionista, che fu ricercato da un ufficiale tedesco (altoatesino) per riparare un loro autocarro che si era guastato. Lo zio andò nella rimessa “di Rizziero” nei pressi di Porta Spoletina e fu esortato dall’ufficiale a non uscire e a non farsi vedere in giro perché quel giorno sarebbero avvenute cose «terribili» a Leonessa. E in effetti fu così.”
Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, insieme alle più alte cariche dello Stato, ha partecipato alla cerimonia commemorativa del 79° anniversario dell’eccidio delle Fosse Ardeatine. Dopo la deposizione da parte del Capo dello Stato di una corona d’alloro sulla lapide dedicata ai Caduti del 24 marzo 1944, la commemorazione è proseguita con la preghiera cattolica recitata dal Cappellano Militare, Mons. Sergio Siddi e con la preghiera ebraica officiata dal Rav. Riccardo Di Segni, Rabbino Capo della comunità ebraica di Roma. Nell’assoluto silenzio, con molta commozione dei familiari presenti, sono stati scanditi tutti i 335 nomi delle vittime della strage nazista delle Fosse Ardeatine durante la cerimonia al Mausoleo. Sullo schermo i volti in bianco e nero dei martiri. Il silenzio è poi esploso, alla termine della lettura del lungo elenco, in un applauso. Al termine, il Presidente Mattarella ha reso omaggio, all’interno del Mausoleo Ardeatino, alle vittime dell’eccidio. (Fonte quirinale.it)
Alla Cerimonia era presente in rappresentanza dell’Anpc il Consigliere Nazionale Aladino Lombardi.
La Presidente Garavaglia ha dichiarato: “ANPC si associa al Presidente Mattarella e a tutti gli intervenuti alla Fosse Ardeatine. Quel luogo sacro alla memoria delle vittime innocenti della barbarie nazista associata al fascismo chiede a tutti i democratici di vivere ogni giorni la difesa dei valori irrinunciabili di libertà e dignità di ogni persona”. «Sono molto importanti le parole quando si vuole tramandare la storia. Alle Fosse Ardeatine sono raccolti i sepolcri di 335 vittime innocenti della furia vendicativa dei nazisti. Si è trattato di un rastrellamento come metodo nazifascista, che ha colpito ebrei, destinatari della discriminazione razziale, prigionieri politici, cittadini avversari politici. La doverosa memoria di quel eccidio deve accompagnarsi alla esplicita condanna della barbarie e alla promessa morale a impedire per sempre il ripetersi».
La Vicepresidente Nazionale Silvia Costa ha dichiarato: “Oggi il Presidente Mattarella rende onore alle vittime dell’eccidio delle Fosse Ardeatine. Un Sacrario che accoglie le 335 vittime della feroce rappresaglia ordinata il 24 aprile del 1944 da Kappler in risposta all’attentato di via Rasella. Tra loro prigionieri politici del carcere di via Tasso, 75 ebrei e molti civili che furono gettati nelle cave di pozzolana . Il Comune di Roma ,sei mesi dopo , bandì un concorso per progettare quello che oggi è un solenne Sacrario, a perenne memoria degli orrori del nazifascismo e dell’anti semitismo, del massacro di vittime innocenti ma anche della resistenza. Ricordo tra gli altri il coraggioso ufficiale Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo, comandante del Fronte militare clandestino, prelevato con altri dal carcere di via Tasso e medaglia d’oro al valor militare alla Memoria”.
Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella in occasione della cerimonia commemorativa del 79° anniversario dell’eccidio delle Fosse Ardeatine
(foto di Francesco Ammendola – Ufficio per la Stampa e la Comunicazione della Presidenza della Repubblica)Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella in occasione della cerimonia commemorativa del 79° anniversario dell’eccidio delle Fosse Ardeatine
(foto di Francesco Ammendola – Ufficio per la Stampa e la Comunicazione della Presidenza della Repubblica)Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella in occasione della cerimonia commemorativa del 79° anniversario dell’eccidio delle Fosse Ardeatine
(foto di Francesco Ammendola – Ufficio per la Stampa e la Comunicazione della Presidenza della Repubblica)Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella in occasione della cerimonia commemorativa del 79° anniversario dell’eccidio delle Fosse Ardeatine
(foto di Francesco Ammendola – Ufficio per la Stampa e la Comunicazione della Presidenza della Repubblica)Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella in occasione della cerimonia commemorativa del 79° anniversario dell’eccidio delle Fosse Ardeatine
(foto di Francesco Ammendola – Ufficio per la Stampa e la Comunicazione della Presidenza della Repubblica)
Ricordo di Carla Roncati e Maria Romana De Gasperi di Maurizio Gentilini
“Maria Romana De Gasperi e Carla Roncati, sono state tra le fondatrici e, per lunghi anni, animatrici della ANPC. Erano cugine, entrambe scomparse da poco tempo, e che il 19 marzo avrebbero compiuto cento anni. Due donne testimoni e protagoniste della vita civile e della storia politica del Novecento. Vissero la loro gioventù nel periodo dominato dal totalitarismo fascista che portò alla tragedia della seconda guerra mondiale. Entrambe vissero la durezza degli anni della guerra e della lotta clandestina. Maria Romana, nella Roma occupata dai nazisti, si occupava del trasporto di giornali e documenti riservati tra il padre, nascosto presso istituzioni ecclesiastiche, e gli altri leader politici e futuri protagonisti della rinascita democratica del paese; Carla, a Bolzano, aiutava il padre, ingegnere delle ferrovie, a gestire i lavori sulla linea del Brennero, facendo in modo che i prigionieri di guerra impiegati nei cantieri non fossero così solerti e precisi nel riparare i danni dei bombardamenti, e aiutando quanti potevano fuggire dal locale Lager nazista.
Finita la guerra, entrambe rinunciano a presentare la pratica per il riconoscimento dell’attività partigiana, perché ritenevano quanto da loro svolto un “naturale” dovere morale. Dopo la liberazione e il ritorno alla democrazia, entrambi iniziano a lavorare per il governo: Maria Romana nella segreteria della Presidenza del consiglio (ma senza stipendio: un salario in famiglia era considerato sufficiente) e successivamente sarebbe stata giornalista, saggista e divulgatrice del pensiero e della memoria del padre; Carla iniziò al ministero per la ricostruzione, mettendo in opera i primi grandi progetti frutto degli aiuti americani, per poi proseguire la carriera nelle segreterie di molti dicasteri dove, grazie alla sua intelligenza e preparazione, poté vivere dall’interno molti passaggi nodali della storia repubblicana e molte tappe della costruzione dell’unità europea.
Consapevoli della necessità di trasmettere alle giovani generazioni i valori della libertà e della democrazia e la conoscenza della Costituzione, entrambe amavano andare a parlare nelle scuole, stabilendo con i giovani un feeling del tutto particolare, frutto del carisma e della sensibilità nella narrazione della storia del Novecento che solo testimoni diretti e autorevoli come loro potevano offrire.
Hanno concluso serenamente il proprio itinerario terreno, rammentando le ultime confidenze del padre e dello zio Alcide che, in punto di morte nel 1954, aveva detto: “Vedi, il Signore ti fa lavorare, ti permette di fare progetti, ti dà energia e vita. Poi, quando credi di essere necessario e indispensabile, ti toglie tutto improvvisamente. Ti fa capire che sei soltanto utile, ti dice: ora basta, puoi andare […]”.
Maurizio Gentilini“
Nella foto Maria Romana De Gasperi e Carla Roncati, assieme alla sorella Wanda Roncati
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