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Oggi si ricorda Beato Teresio Olivelli, Laico e martire.

“Il beato Olivelli chiede di vincere ogni accidia di fronte alla indifferenza insinuata nella comunità  per continuare a difendere e  promuovere la democrazia sotto attacco in tutto l’Occidente. I morti per liberare l’Europa dai totalitarismi esigono che la costruiamo unita per difendere democrazia e pace.”

Bellagio, Como, 7 gennaio 1916 – Hersbruck, Germania, 17 gennaio 1945.

Teresio Olivelli, nato a Bellagio in provincia di Como, si trasferì a dieci anni a Mortara e proseguì gli studi a Vigevano e nell’università di Pavia. Nel 1941 si arruolò tra gli Alpini e prese parte alla campagna di Russia, dedicandosi eroicamente all’assistenza spirituale ai moribondi. Tornato in Italia, prese definitivamente le distanze dal regime fascista, che aveva vanamente cercato di riformare dall’interno. Tra prigionie, fughe ed evasioni, cercò di avviare un progetto di ricostruzione del Paese dopo la guerra, come testimonia la nascita del giornale «Il Ribelle» nel 1944. Fu definitivamente imprigionato e inviato a Gries, poi a Flossenburg in Baviera e infine a Hersbruck dove assistette, tra gli altri, Odoardo Focherini (Beato dal 2013). Ormai consumato dagli stenti, morì il 17 gennaio 1945, in seguito alle percosse ricevute al posto di un giovane prigioniero ucraino, che aveva riparato col suo corpo. La sua causa di beatificazione si è svolta nella fase diocesana presso la Curia vescovile di Vigevano su un duplice binario, ovvero sia per l’indagine sulle virtù eroiche, sia per quella sul martirio. Inizialmente, il 14 dicembre 2015, è stato autorizzato il decreto con cui veniva dichiarato Venerabile. A seguito della presentazione di ulteriori prove per accertare la sua morte in odio alla fede, il 16 giugno 2017 papa Francesco ha dato il proprio assenso alla promulgazione del decreto con cui Teresio Olivelli poteva essere dichiarato martire. La beatificazione è stata celebrata il 3 febbraio 2018, presso il Palasport di Vigevano.

Conferenze ANPC Cremona

Pubblichiamo la locandina con il programma ed il calendario delle conferenze che Anpc Cremona ha organizzato per i primi mesi del 2026 dal titolo: “Antifascismo – Resistenza – Costituente. Figure e testimonianze”. Tutti gli incontri si svolgeranno nella Sala Teatro “Contardo Ferrini” di Corso Garibaldi, 121 (S.Agata) alle ore 17:30.

Commemorazione eccidio Rio Farnese: 18 gennaio 2026

Nella mattinata di domenica 18 gennaio a Bettola (Pc) alle ore 10.30 si terrà la cerimonia che rievoca l’eccidio di 21 giovani partigiani compiuto dai nazifascisti il 12 gennaio 1945 nella valletta di Rio Farnese. Una tradizione che si rinnova, voluta dall’Anpi e dall’ANPC di Piacenza e dal comune di Bettola: con la deposizione di una corona d’alloro alla memoria dei partigiani uccisi ai piedi del monumento e il tradizionale momento di riflessione insieme agli studenti.

L’ECCIDIO – La mattina del 12 gennaio 1945 i tedeschi prelevano dalla scuola di Bettola 21 partigiani scelti tra i 40 catturati nel corso del rastrellamento invernale effettuato dalla divisione Turkestan nella Val Nure. Sono 21 giovani scelti a caso che vengono condotti sul greto del torrente Rio Farnese e sono uccisi con un colpo di pistola alla nuca da un sottufficiale. L’unica spiegazione data è stata la causa della mancanza di spazio sull’automezzo che doveva provvedere al trasporto dei prigionieri. Di questi 21 partigiani ne sono stati identificati solo dodici, gli altri sono rimasti senza nome.

Quest’anno, la tradizionale cerimonia verrà preceduta alle 10.15 dall’inaugurazione di un pannello rievocativo della figura di don Egidio Bottini, parroco della vicina Baramaiano: solo grazie alla sua intercessione le salme dei caduti di Rio Farnese, lasciate appositamente in bella mostra dai nazi-fascisti quale monito per tutti i rivoltosi, ottennero una degna sepoltura.

Don Egidio Bottini (1899-1963)
Inizia gli studi nel Seminario di Bedonia, per poi perfezionarli nel Seminario Urbano di Piacenza. Sarà poi parroco di Montarsiccio, Bramaiano di Bettola e Rezzano. Nel Gennaio 1945 è solo grazie alla sua intercessione se le salme dei caduti di Rio Farnese ottengono una degna sepoltura. Dopo la strage, i cadaveri vengono infatti abbandonati sul greto del torrente gelato e ne viene impedita la rimozione da parte della popolazione.
Don Egidio ottiene dalle autorità germaniche il permesso di seppellire le vittime, a patto che non siano ufficiate pubbliche cerimonie e che le salme vengano inumate non nel cimitero di Bettola, ma in quello di Bramaiano, la piccola frazione di cui è parroco appunto Don Egidio. 

Prima di procedere alla sepoltura Don Bottini provvede a ricomporre i cadaveri e scattare ai volti dei caduti fotografie che saranno poi utilizzate per il riconoscimento di alcune delle salme.

1°gennaio 2026: Giornata Mondiale della Pace

Oggi Giornata Mondiale della Pace ci richiama a responsabilità personale disarmando per primi i nostri cuori e dando testimonianza in parole ed opere della nostra strenua fiducia nella capacità delle donne e degli uomini di buona volontà ad essere operatori di pace.  Grazie a San Paolo VI che ha indetto questa Giornata e che ci ha ammaestrato “il nuovo nome della pace e sviluppo”. Auguri a tutti per farci testimoni. Anche la nostra bella Costituzione ci incoraggia ad essere fautori di pace sociale e sviluppo.

Mariapia Garavaglia

Dichiarazione Anpc

Condividiamo il dispiacere di Papa Leone per non aver ottenuto una tregua di almeno 24 ore per consentire a tutti di godere la gioia del Natale. Siamo vicini al martoriato popolo ucraino,  che sta subendo la più grave ingiustizia dal punto di vista di ogni ordine internazionale fondato sul diritto. Continuiamo a coltivare la speranza che almeno all’inizio del nuovo anno possa affermarsi la parola pace.
Ogni Resistenza per difendere i diritti non può non trovarci solidali e condividiamo la ferma scelta del Governo di continuare a garantire il sostegno dell’Italia nel concerto europeo e Nato.   

Il direttivo provinciale dell’ANPC di Parma si è riunito a Montevacà

Si è riunito a Montevacà (Bedonia) il direttivo provinciale dell’ANPC di Parma. Qui l’articolo pubblicato sulla Gazzetta di Parma del 22/12/2025.

82° anniversario eccidio dei Sette Fratelli Cervi e Quarto Camurri

Il 28 dicembre 2025 il presidente ANPC di Reggio, Gabriele Torricelli, ha parlato in rappresentanza delle organizzazioni partigiane nella commemorazione della uccisione dei 7 Fratelli Cervi e Quarto Camurri. Queste le sue parole: “Grazie, un saluto al Sindaco Massari, al Sindaco Olmi, al Presidente Errani, alle autorità civili e militari e alla Sindaca Silvia Salis il cui intervento a S. Anna di Stazzema l’estate scorsa ci ha veramente colpiti, ha colpito tutta l’Italia. È per me un grandissimo onore essere qui in questa sala così importante per la nostra storia e intervenire a nome non solo dell’ANPC, ma anche dell’ALPI e dell’ANPI, nel giorno in cui ricordiamo il martirio dei sette fratelli Cervi e di Quarto Camurri, il primo anno senza Ermete Fiaccadori, che vorrei ricordare con affetto.

La storia dei fratelli Cervi in particolare, è una storia profondamente reggiana, se vogliamo, ma allo stesso tempo, universale; è una delle storie fondative dell’impegno sociale e politico di tante generazioni successive. Ricordo molto bene la prima volta che andai al Museo Cervi: ero adolescente e, ancora di più che gli oggetti esposti, ricordo il fascino della storia che quei luoghi raccontano. La storia di una famiglia reggiana, una famiglia cattolica e comunista, che, sin dal manifestarsi del regime fascista si impegnò senza tentennamenti dall’altra parte. Una famiglia contadina che grazie al vitalismo dei suoi sette ragazzi allargò ben presto lo sguardo al mondo, e ad un modo nuovo di essere coltivatori. Sappiamo dei viaggi di Antenore Cervi negli allevamenti in giro per l’Italia, per apprendere e poi portare a casa le tecniche migliori scoperte altrove. Una famiglia che, infatti, in poco tempo, è diventata un punto di riferimento per l’intera comunità della zona. Una storia che poi, quasi naturalmente, come conseguenza di quello che ho detto fin qui, diventa una storia di Resistenza, quando la dittatura fascista si fa così violenta e antidemocratica da non lasciare spazio ad altre scelte. Chi aveva a cuore il futuro della società, chi aveva a cuore il destino di una comunità fatta di esseri uguali, chi pensava che tra i diritti fondamentali delle persone quello alla libertà fosse non solo il più importante ma quello naturale e fondativo di tutti gli altri, non poteva fare altra scelta se non quella di mettersi in gioco, mettersi in campo e combattere contro un nemico che aveva già ampiamente rivelato la sua essenza fondamentalmente inumana. In questi giorni mi sono spesso interrogato su cosa possa insegnarci oggi, in un mondo così diverso da quello dei primi anni Quaranta del Novecento, la storia dei Fratelli Cervi. E credo che l’insegnamento più importante sia proprio l’importanza dell’impegno: il contrario dell’indifferenza, del fatalismo e dell’abitudine al Male.

L’impegno che ha permesso loro di portare avanti un’azienda agricola all’avanguardia sotto molti punti di vista; l’impegno che poi li ha portati, come detto, a non voltarsi dall’altra parte. Perché questo avevano imparato in famiglia da due genitori straordinari e dagli studi da autodidatti, affamati di conoscenza, un ossigeno che aveva loro allargato e aperto la mente. E visto che una delle domande che mi pongo spesso riguarda il ruolo delle associazioni partigiane, come quelle che oggi ho l’onore di rappresentare, a più di ottant’anni dalla Resistenza, penso che questa possa essere una risposta, forse la più importante: noi dobbiamo essere portatori di impegno civile, culturale e, dunque, politico. Dobbiamo lavorare in un tempo in cui alle elezioni, come sappiamo, partecipa una minoranza della popolazione, in cui per molte persone è sempre più difficile anche solo decidere di uscire di casa per partecipare a una riunione, a un incontro pubblico, o anche soltanto all’organizzazione di qualcosa per la propria comunità. Ecco, in questo tempo di disillusione e di apatia, noi dobbiamo impegnarci ogni giorno, perché si scopra e si riscopra l’impegno civile, l’impegno per la partecipazione alla vita pubblica, in modi anche diversi dal passato, perché il passato è passato, appunto, e stiamo vivendo un cambio d’epoca – come diceva Papa Francesco – in cui spesso noi per primi, e a volte anche la politica, facciamo fatica ad orientarci.

Sono convinto che questo sia il modo più giusto per onorare la memoria di chi ha deciso di rischiare la vita sino a sacrificarla. Se tutti noi che siamo qui, e che siamo iscritti alle associazioni partigiane, lavorando insieme ai rappresentanti della politica, riusciremo a convincere anche solo una persona a uscire di casa, a impegnarsi, a spendere il proprio tempo per gli altri e per il bene della società e della democrazia, allora avremo fatto il nostro lavoro.

Voglio concludere citando e ricordando Genoeffa, la protagonista femminile di questa storia di coraggio e di resistenza, e lo voglio fare con uno sguardo al presente. Molti storici e studiosi della Resistenza sono concordi nel riconoscere l’importanza che Genoeffa Cocconi, la mamma dei Cervi, ha avuto nell’educazione dei figli, nell’accendere in famiglia quella fiammella di impegno nel lavoro e di impegno sociale che ha poi, in modo molto naturale, portato alla scelta dei figli di impegnarsi nella lotta partigiana, fino al sacrificio della vita. Credo che anche da parte nostra si sia parlato troppo poco di lei. E in un presente in cui ancora, in varie occasioni, le donne sono relegate ai margini, in cui episodi di violenza verso le donne riempiono, purtroppo, quotidianamente i nostri media, penso sia giusto e importante ricordare che a fianco di molte storie di uomini che hanno fatto la storia, c’è la storia di tante donne, in questo caso di una donna, la mamma di sette figli, ma anche di tutte le donne che sono state impegnate attivamente nella lotta di Resistenza. Se la morte prematura di un figlio è considerato un dolore indicibile, qui sette figli, uccisi, contemporaneamente: un’immensità di dolore che non riusciamo neppure a immaginare. Sette figli generati uno a uno, e che un giorno ti vengono uccisi, uno a uno. Ad Auschwitz quante famiglie sono state uccise così, 10 su 11 della famiglia di Emanuele Fiano ad esempio, e a Gaza un’intera famiglia di 10 figli ma in quel caso anche la madre ha subito la stessa sorte; qui no, la mamma è stata risparmiata perché soffrisse tutt’intero quell’indescrivibile quantità di dolore, sino a morirne. Grazie quindi a Genoeffa Cocconi, ad Alcide Cervi, a Gelindo, Antenore, Aldo, Ferdinando, Agostino, Ovidio ed Ettore. Grazie a Quarto Camurri, per il vostro esempio, per il vostro impegno, per il vostro sacrificio. Viva la Resistenza, viva l’antifascismo, sempre!”.

Auguri Natale 2025

“Difficili gli auguri di Pace e Bene, eppure esistono donne e uomini di buona volontà, operatori di pace.
La nostra incrollabile fede nella democrazia come unica difesa della dignità e libertà di ogni persona alimenta la speranza.
Non dimentichiamo tutte persone che soffrono per malattie, indigenza e guerre. Perciò questo il nostro augurio,  che possiamo e vogliamo essere costruttori di speranza”.

CONVEGNO DEDICATO AL RICORDO DI EZIO VANONI ED ENRICO MATTEI

Presso la Sala del Gonfalone di Palazzo Pirelli a Milano il giorno 11 febbraio 2026, si terrà un Convegno dedicato al ricordo di Ezio Vanoni ed Enrico Mattei. Di seguito la locandina

La Resistenza senz’armi delle suore: una storia ancora da scrivere

Segnaliamo un articolo pubblicato su L’Avvenire di Lucia Capuzzi e Grazia Loparco: nell’80esimo anniversario della liberazione dal nazi-fascismo, un appello per raccogliere testimonianze delle religiose impegnate per la libertà.

La beata suor Enrichetta Alfieri è uno degli esempi più conosciuti di impegno religioso
durante la Resistenza

Il 2025 è stato segnato da molti eventi che hanno ricordato l’80mo anniversario della fine della Seconda guerra mondiale e, per l’Italia, la liberazione dall’occupazione nazifascista. In quel periodo soprattutto le regioni centro-settentrionali liberate progressivamente dalle truppe alleate si scontrarono con un’opposizione più dura del previsto. Se i Repubblichini italiani appoggiavano l’esercito tedesco, i partigiani cercavano di ostacolarli per accelerare la liberazione. Fu il tempo della Resistenza. Essa è stata narrata a lungo in chiave politica e armata, trascurando l’apporto delle donne, che invece fu fondamentale, sia nella Resistenza armata che in quella civile, disarmata, la quale operava nel tessuto di una società sfibrata, affamata, e  poi anche divisa. Di fatto dopo l’armistizio del ’43 molte persone si trovarono nella condizione di ricercati, per cui dovettero cercare rapidamente soccorsi in clandestinità: ebrei, renitenti alla leva, antifascisti, carabinieri, giovani e uomini rastrellati per i lavori forzati, politici. Molte famiglie e sacerdoti li aiutarono. Molte donne agirono con coraggio. Alcune studiose hanno messo in luce il loro supporto sia per nascondere, sia per curare, nutrire, procurare abiti civili e favorire la fuga, ma non hanno considerato le religiose, quasi non fossero donne anch’esse. Solo più recentemente è emerso un gran numero di comunità religiose femminili che si prestarono in molti modi per difendere la vita, in nome dell’umanità e della fede cristiana. Attraverso le testimonianze dei protagonisti ora conosciamo i nomi di molte religiose di vita attiva e anche di monache di clausura che, andando oltre l’osservanza delle Regole, si adoperarono in diversi modi. Nascosero in casa persone, a volte anche armi e beni di famiglia, inoltre appoggiarono partigiani e feriti nei numerosi ospedali e carceri. Il coraggio fu a volte pagato con l’arresto, estenuanti interrogatori, la detenzione e la condanna a morte, mutata in domicilio coatto in ospedali psichiatrici. Ma  le storie più inaspettate riguardano diverse religiose che agirono direttamente sul campo, come staffette partigiane, portando informazioni, ma anche cibo e cure ai feriti, e persino entrando nei servizi segreti. Non poche volte presero la parola, tremando e confidando, per mediare tra le parti ed evitare rastrellamenti di massa, fucilazioni ed eccidi.

Le scelte di comunità che parteciparono alle paure e alle strettezze della guerra assistendo malati, orfani, profughi; raccogliendo morti per le strade, preparando minestre per i molti affamati e vestiti da  ogni pezzo di stoffa disponibile, ma non si esposero fino a quel punto di rischio, mette in luce la determinazione insospettata di tante altre. Interrogate in seguito, diverse dichiararono di aver agito mosse dalla carità, dal Vangelo, come «partigiane di Cristo». La difesa della persona umana, al di là di ogni discriminazione, vissuta per lo più in modo prepolitico, preparava l’affermazione della democrazia e la partecipazione delle donne ai diritti civili, attuata con il voto del 1946. Le religiose dichiarate Giuste tra le Nazioni dallo Yad Vashem, per aver nascosto ebrei in Italia, assumendo il rischio della vita, sono 29; e 20 quelle che hanno ricevuto un riconoscimento civile ufficiale. Dietro ciascuna, quasi sempre, rischiava un’intera comunità. Diversi convegni di studio, tenuti a Camaldoli, Lucca, Modena si sono interessati alle religiose che presero parte attiva nell’emergenza della società. La ricerca è ancora in progress, pertanto chi avesse documentazione e informazioni è pregato di farle pervenire a Grazia Loparco: grazialoparco@gmail.com ai fini di una ricostruzione più articolata e completa della Resistenza. Una pagina di storia che merita di essere trasmessa ai giovani.

(pubblicato su: https://www.avvenire.it/chiesa/la-resistenza-senzarmi-delle-suore-una-storia-ancora-da-scrivere_101880?fbclid=IwdGRzaAOmsXZjbGNrA6axC2V4dG4DYWVtAjExAHNydGMGYXBwX2lkDDM1MDY4NTUzMTcyOAABHssv0qZUc4bIivz8xjdXn21c-aA2f8exnNI8tMXYyOeMQL377JkiSBwqxIXa_aem_8Cb6G3_WhX7JjRAWZcc75g&sfnsn=scwspwa)

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