13 giugno 2026 – Sesto San Giovanni: “Essere cittadine”
Pubblichiamo l’intervento di Carla Bianchi Iacono:
Comune di Sesto san Giovanni
13 giugno 1026
Le scelte al femminile dopo l’8 settembre ’43
Inizio il mio intervento citando Ada Gobetti, vedova di Piero, che è stato un martire del primo antifascismo italiano, nel suo libro “Diario partigiano” si legge: “Nella Resistenza la donna fu presente ovunque: sul campo di battaglia come sul luogo di lavoro, nel chiuso della prigione come nella piazza o nell’intimità della casa. Non vi fu attività, lotta, organizzazione, collaborazione a cui ella non partecipasse: come una spola in continuo movimento costruiva e teneva insieme, muovendo instancabile il tessuto sotterraneo della guerra partigiana”
Nel libro “Le lettere dei condannati a morte della Resistenza” di Malvezzi-Pirelli, sono pubblicate 313 lettere di 313 autori: ho scoperto che soltanto quattro erano scritte da donne.
Sono rimasta un po’ spiazzata perché il numero delle donne che hanno partecipato attivamente alla Resistenza è considerevole. Probabilmente perché il contributo delle donne alla guerra di Liberazione ha dovuto attendere diversi decenni per poter venire alla luce.
Due lettere mi hanno colpito in modo particolare.
Paola Garelli di 28 anni, dall’ottobre del ’43 svolgeva attività clandestina nel savonese con il compito di rifornire di viveri e materiali le formazioni partigiane nei dintorni della città. Arrestata dalle milizie fasciste, fucilata il 1° novembre 1944 nella fortezza di Savona.
Scrive la sua ultima lettera alla figlioletta: Mimma cara, la tua mamma se ne va pensandoti e amandoti, sii buona, studia e ubbidisci sempre agli zii che ti allevano, amali come fossi io. Io sono tranquilla. Devi dire ai nostri cari parenti, nonna e gli altri, che mi perdonino il dolore che dò loro: non devi piangere, né vergognarti per me. Quando sarai grande capirai meglio. Ti chiedo una cosa sola: studia, io ti proteggerò dal cielo.
La staffetta Irma Marchiani, 33 anni operava nella zona dell’appennino modenese e aveva combattuto nello scontro di Montefiorino. Catturata e seviziata, condannata prima a morte, poi alla deportazione in Germania. Riesce a fuggire e torna alla sua formazione, della quale diventa prima commissario poi vicecomandante. Catturata di nuovo venne fucilata nel novembre 1944. A Irma poi fui conferita la medaglia d’oro al valor militare alla memoria
Dalla prigione di Pavullo dove era detenuta scrive ai genitori: Sono gli ultimi istanti della mia vita…… non ho mai fatto nessuna cosa che potesse offendere il nostro nome. Ho sentito il richiamo della Patria per la quale ho combattuto… muoio sicura di aver fatto quanto era possibile affinché la libertà trionfasse.
L’ultimo saluto di queste due giovani donne che inviano alle famiglie prima di essere fucilate mi hanno portato a delle considerazioni e riflessioni, non solo per l’emozione che procurano nel leggerle, per la determinazione e chiarezza di idee e per la consapevolezza di aver compiuto delle scelte che la coscienza imponeva loro.
Prima di tutte la scelta della libertà , libertà che avrebbe poi portato alla pace. Probabilmente la pace è stata la molla che ha fatto muovere le migliaia di donne della resistenza; la pace che in quegli anni non c’era più e che volevano per i loro padri, fratelli, mariti, figli; con il loro contributo si sarebbe raggiunta prima. Erano donne serie negli intenti, disposte a rischiare, ma anche allegre e scanzonate negli atteggiamenti, credevano in un’idea, avevano un sogno da realizzare concretamente e per questo hanno lottato, magari con l’incoscienza della giovinezza e con la pacatezza dell’età matura, queste donne volevano costruire un mondo migliore.
Ma come era il loro mondo prima, perché volevano cambiarlo, come era la società nella quale avevano vissuto?
Erano cresciute e si erano formate durante il ventennio fascista. Il regime adottando una politica prettamente maschilista relegava la donna al compito di madre-casalinga facendo della maternità un mero oggetto di esaltazione pubblica. Bisogna ricordare i tributi alle famiglie numerose. Infatti, per motivi prettamente utilitaristici, (frase di Mussolini 50 milioni di baionette nella seconda metà del XX secolo) la questione demografica fu affrontata in nome del superiore interesse dello Stato in termini di quantità, anziché di qualità.
Il diritto di famiglia dell’epoca risaliva ancora al codice Pisanelli promulgato nella seconda metà del 1800, precludeva alle donne ogni decisione di natura giuridica: tutti gli atti legali, le stipule di contratti, la firma di assegni, non potevano essere fatti senza l’autorizzazione del padre o del marito. Anche la Chiesa esaltava il ruolo della maternità e dei valori della famiglia, ma con differenti intenti e paure; la promiscuità, la modernità, avrebbe portato formalmente e più in fretta alla corruzione dei costumi.
Dopo la soppressione di tutti i partiti politici, il regime fascista riconobbe solo due movimenti femminili, quello fascista “le giovani italiane” che fu molto incoraggiato e quello cattolico, di cui faceva parte l’Azione cattolica e la FUCI. Una la conseguenza dell’altra per età di appartenenza.
Le due associazioni però furono solo tollerate, e comunque malviste dal regime.
Negli anni trenta ci furono scontri violenti fra cattolici appartenenti alle due associazioni e i giovani fascisti. E forse il regime aveva visto bene tanto è vero che proprio una buona parte dei resistenti maschi e femmine provenivano dalle fila della Fuci e dall’azione Cattolica.
Anche la riforma della scuola, la riforma Gentile dal suo promotore, aveva come scopo di inculcare nei giovani l’ideologia dello stato fascista promuovendo e selezionando una élite in modo da far accedere all’istruzione superiore e all’Università solo un numero ristretto di studenti. L’insegnamento di alcune materie fu precluso alle donne; non potevano partecipare ai concorsi per insegnare nei licei, latino, greco, storia e filosofia; il culmine della discriminazione sessuale nel campo del lavoro fu un decreto legge del 1938 che impose una riduzione del 5% del personale femminile impiegato nella pubblica amministrazione.
All’inizio della guerra, la seconda mondiale, il fenomeno del calo occupazionale femminile si ribalta per necessità; le donne occupavano il posto di lavoro degli uomini chiamati alle armi. Vediamo le donne che nelle fabbriche del Nord prendono il posto dei mariti, dei fratelli, dei padri; la scuola riapre i concorsi per le insegnanti di sesso femminile; nelle campagne anche le bimbette si cimentano nei lavori, magari meno faticosi e pesanti.
Dopo l’8 settembre del 43 ritroviamo le donne a far parte di organizzazioni che aiutavano a portare i perseguitati oltre confine; ebrei, perseguitati politici, prigionieri alleati stranieri. che rischiavano i campi di concentramento; se venivano inviati molto difficilmente uscivano vivi.
Si occupavano di far stampare documenti falsi, distribuivano giornali clandestini nelle cassette postali delle portinerie. Ricordiamoci il “ribelle” di Olivelli e Bianchi, il foglio clandestino che ha iniziato la sua pubblicazione nel marzo del 44 ed è uscito fino alla liberazione. Una redattrice, l’unica donna del giornale era Laura Bianchini; insegnava a Brescia in un liceo e fu una delle 21 donne elette all’assemblea costituente.
Mano a mano che la guerra si prolunga, doveva essere una guerra lampo, la partecipazione femminile al mondo del lavoro aumenta sempre di più e porta, attraverso il confronto e il dialogo, alla consapevolezza e alla condivisione del grave momento. Ci sono le pervicaci e nostalgiche fasciste, ci sono le attendiste, aspettano che tutto finisca, ma ci sono anche quelle donne che prendono coscienza della situazione.
Quindi le ragazze e le giovani cresciute in famiglie antifasciste, di qualsiasi condizione e fede , dopo l’8 settembre faranno una scelta, che sarà quella di impegno attivo nella resistenza, che non significava solo andare in montagna a combattere.
Alcune l’hanno fatto; altre invece con gli scritti (articoli sui giornali clandestini) e con la parola (Gruppi di difesa nazionale) hanno contribuito a risvegliare il popolo italiano e a decidere del proprio destino. Molte sentivano la necessità di “non stare a guardare” ed eseguivano incombenze, che potevano sembrare banali, ma di molta utilità per la sopravvivenza dei vari gruppi sia di combattenti che di intellettuali. Incombenze pericolose quasi quanto combattere. Erano tempi in cui non si scherzava, bastava avere in tasca un biglietto da recapitare, o un giornale da consegnare per essere imprigionati, internati in campi di concentramento da dove difficilmente facevano ritorno.
Le situazioni in cui operavano erano differenti sia nelle città e sia nelle campagne.
Il Nord ovviamente è stato più a lungo vessato dalla vicinanza di Salò e della sua Repubblica e dall’esercito tedesco nemico presente sul territorio. Gli operai del triangolo industriale del Nord, già prima dell’8 settembre iniziavano a boicottare le industrie facendo scioperi per fermare la produzione di armi e quindi per accelerare la fine della guerra; ed è stato pagato un prezzo di vite molto alto.
Parte del mondo cattolico deluso dagli eccessi dei militi repubblicani e ancora prima dalla mancata protesta della Chiesa contro le leggi razziali, iniziava ad agire attivamente. Per le donne cattoliche, ma non solo, la scelta delle armi è stata certamente una scelta difficile.
La donna, che è portatrice della vita, comprende bene che con le armi la si può togliere o la si può perdere. Ma non solo, per le donne cattoliche il comandamento “non uccidere” è ben presente. Anche se è compiuto per difendersi o per una giusta causa. “Ho il diritto di uccidere per una idea? “
A questo proposito Tina Anselmi cerca di dare una risposta nella prefazione del libro “Tra la città di Dio e la città dell’uomo – donne cattoliche nella resistenza veneta” scrive: “..La fede ha dato la forza di fare anche delle scelte dirompenti, rischiose, trasgressive. Lottare per la libertà ci ha dato la spinta per impegnarci in politica. Credo infatti che la partecipazione sia il contenuto più ricco che il mondo cattolico abbia dato alla resistenza. Partecipazione che non finisce nell’episodio militare, ma che va oltre e che diventa impegno politico per la vita…”.
“La caratteristica fondamentale della Resistenza femminile, che fu uno degli elementi più vitali della guerra di liberazione, è proprio questo suo carattere collettivo, quasi anonimo, questo suo avere per protagoniste non alcune creature eccezionali, ma vaste masse appartenenti ai più diversi strati della popolazione, questo suo nascere non dalla volontà di poche, ma dall’iniziativa spontanea di molte”.
35.000 combattenti
20.000 patriote
70.000 nei Gruppi di difesa della donna
4653 arrestate
2812 impiccate o fucilate
2750 deportate nei campi di sterminio
1070 cadute in combattimento
891 deferite al Tribunale Speciale nel corso di diciassette anni di attività
19 medaglie d’oro
17 medaglie d’argento



