ANPC Nazionale

Associazione Nazionale Partigiani Cristiani

L’attualità di Enrico Mattei nell’Italia che cambia di GIOVANNI BIANCHI

Pubblichiamo l’intervento del Presidente, On. Giovanni Bianchi, alla Manifestazione a Rieti “Santa Barbara nel mondo”.

L’attualità di Enrico Mattei nell’Italia che cambia

 

 

Il mito

 

In Enrico Mattei si raccoglie un mito pluriforme: il capo partigiano, il politico decisionista, il geniale capitalista di Stato. La morte procuratagli dagli avversari internazionali non può che codificarne il mito elevandolo a paradigma del grande italiano, che significa rottura con la rassegnazione che, dai tempi del Leopardi, annovera i migliori di noi tra gli anti-italiani. E invece l’italianità è da Mattei costantemente esibita: è insieme un biglietto da visita e la molla non nascosta che attraversa la sua azione frenetica.

Un manager istancabile che nel mio immaginario è anche un sublime irregolare della politica, il più grande e influente ministro degli esteri del Bel Paese senza essere mai stato titolare della Farnesina. Il culmine di una parabola insieme manageriale e politica è infatti la fondazione dell’Eni il 20 gennaio 1953. Una data che rappresenta insieme la vetta e lo start definitivo di quel complesso mondo che costituisce le Partecipazioni Statali, che viene dopo tanti contrasti riconosciuto nel suo valore insieme all’ammissione che sia stato un errore lasciarlo precipitosamente cadere.

Coglie il nocciolo del problema infatti Giuseppe De Rita quando osserva: “Quel mondo non ha solo fatto autostrade, acciaio e telecomunicazioni, ma anche e specialmente classe dirigente”.[1]

Eccolo probabilmente il problema più grande nella storia unitaria del nostro Paese: la classe dirigente. Un problema perenne e da non ricondurre soltanto alle forme del politico, ma all’antropologia del Paese. Perché tra i materiali più eterogenei e meritevoli di ascolto di questa democrazia sono gli italiani in quanto popolo in faticosa democratizzazione su una troppo lunga penisola.

Popolo costruito e in costruzione: cantiere perennemente aperto dove gli eterogenei materiali dell’antipolitica – dai campanilismi dello strapese alla resistenza sui territori delle organizzazioni della malavita – prendono gradatamente le forme di una cittadinanza frastornata.

Venti milioni di abitanti da rendere cittadini nel 1861, al momento della proclamazione dello Stato unitario. E poi 29 milioni di italiani all’estero, in cerca di lavoro in tutto il mondo… Fino all’approdo di una nave nel porto di Brindisi brulicante di ventimila albanesi l’8 marzo del 1991, che s’insedia nella nostra storia come icona del cambio d’epoca.

Questi italiani non sono granché mutati da quando li analizzava Giacomo Leopardi, sottraendosi già allora alla trita retorica del poveri ma belli e ricordandoci che l’italiano è una figura costruita nel tempo e che la sua persistente “anormalità” si raccoglie intorno all’assenza di classe dirigente e all’assenza di vita interiore.

Per Leopardi l’italiano è inadeguato alla modernità, aduso ad una società delle buone maniere (quella descritta da Monsignor Della Casa), ossia delle maniere false che producono conformismo e trasformismo. Un conformismo e un trasformismo sui quali sarà bene ritornare.

Sostiamo un attimo sul Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’italiani, scritto dal grande di Recanati nel 1824. Vi leggiamo: “Essi dunque passeggiano, vanno agli spettacoli e divertimenti, alla messa e alla predica, alle feste sacre e profane. Ecco tutta la vita e le occupazioni di tutte le classi non bisognose in Italia.”[2]

Ma la disamina dell’indole dei connazionali si fa ben presto, dopo l’apparente notazione sociologica, acutamente attenta, non aliena dal sarcasmo: “Tuttavia è ben certo e da tutti gli stranieri, non meno che da noi, conosciuto e consentito che l’Italia in fatto di scienza filosofica e di cognizione matura e profonda dell’uomo e del mondo è incomparabilmente inferiore alla Francia, all’Inghilterra, alla Germania considerando queste e quella generalmente. Ma con tuttociò è anche certissimo, benché parrà un paradosso, che se le dette nazioni son più filosofe degl’italiani nell’intelletto, gl’italiani nella pratica sono mille volte più filosofi del maggior filosofo che si trovi in qualunque delle dette nazioni. […] Insomma niuna cosa, ancorché menomissima, è disposto un italiano di mondo a sacrificare all’opinion pubblica, e questi italiani di mondo che così pensano ed operano, sono la più gran parte, anzi tutti quelli che partecipano di quella poca vita che in Italia si trova.”[3]

E’ da questo background che discende l’attitudine tutta italiana e tutta rassegnata a pensare la vita senza prospettiva di miglior sorte futura, senza occupazione, senza scopo, ridotta e tutta rattrappita nel solo presente. Questa disperazione, diventata nei secoli congeniale, unita al disprezzo e al contemporaneo venir meno dell’autostima, coltiva un intimo sentimento della vanità della vita che si rivela non soltanto il maggior nemico del bene operare, ma anche lo zoccolo etico più fertile per rendere questa sorta di italiano autore del male e rassegnato protagonista della immoralità. Per cui può apparire saggezza il ridere indistintamente e abitualmente delle cose d’ognuno, incominciando da sé medesimo…

Per questo gli italiani non cessano di ridere della vita e “ne ridono assai più, e con più verità e persuasione intima di disprezzo e freddezza che non fa niun’altra nazione. […] Le classi superiori d’Italia sono le più ciniche di tutte le loro pari delle altre nazioni. Il popolaccio italiano è il più cinico di tutti i popolacci. Quelli che credono superiore a tutte per cinismo la nazione francese, s’ingannano. Niuna vince né uguaglia in ciò l’italiana.”[4]

Che le cose non siano sensibilmente cambiate è testimoniato dalla presente fase che vede un ceto politico che, pur di perpetuarsi, ha rinunciato ad essere classe dirigente. Di questo il “popolaccio” leopardiano s’è accorto e convinto e la reazione è rappresentata dal disinteresse per la cosa pubblica, dal disincanto per le regole etiche e morali, dall’astensionismo elettorale. Siamo cioè in quel che David Bidussa definisce il “canone italiano”, ripercorrendo l’idealtipo tratteggiato da Giuseppe Prezzolini, alla vigilia dell’avventura fascista, sotto il titolo di Codice della vita italiana.

 

L’eccezione Mattei

 

Ebbene, Enrico Mattei è l’esatto opposto di questa indole e di questo carattere nazionale, rispetto ai quali si muove per tutta la vita in senso ostinatamente contrario. Due miti sembrano quindi scontrarsi: quello di un’antropologia nazionale rassegnata e quello di un titanismo faustiano e tutto fordista che pervade fino alla fine tragica (e da alcuni considerata “eroica”) l’esistenza privata e pubblica del grande marchigiano. Al punto che se si vuole pensare ad uscire dall’inerzia e dal declino sembra utile e perfino inevitabile una riflessione sul carattere e sulla molla che spingeva all’azione Enrico Mattei.

Una riflessione che non deve omettere dall’attuale contesto storico del mondo globalizzato   l’osservazione che il raggio internazionale dell’azione di Mattei va ulteriormente acquisito e rilanciato dal momento che non può darsi futuro italiano al di fuori di quello europeo.[5]

Anche qui si tratta di un futuro difficile ed a rischio se ricordiamo che già nel 1971, nella prefazione italiana a Le categorie del politico, Carl Schmitt parlava di un’Europa “detronizzata”. Viste da Seul cioè Roma, Berlino e Parigi assumono un profilo diverso e meno storicamente enfatico.

Questo dunque il contesto e il punto di vista dal quale guardare Enrico Mattei. Non dunque un anti-italiano, ma piuttosto “un italiano vero “, come cantava Toto Cutugno per la soddisfazione dei nostri emigranti.

Tra i libri dedicati a Mattei la biografia più accurata e accattivante è a mio giudizio quella di “uno che c’era”, Giuseppe Accorinti, uno dei “Mattei boys” sparsi per il mondo. Quarant’anni vissuti all’interno dell’Eni in posizione eminente consentono ad Accorinti di fornirci il ritratto di un Mattei visto da vicino nella trama di una stagione storica di grandi trasformazioni epocali che hanno come base il sistema industriale italiano.

Mattei nasce in una regione considerata allora periferica in una famiglia di umili condizioni. Vede la luce il 29 aprile del 1906 ad Acqualagna (Pesaro) da Angela Galvani e da Antonio, secondo di cinque figli. La famiglia è modesta: il padre, brigadiere dei carabinieri, aveva avuto un momento di gloria per aver catturato nel 1911 il brigante Mussolino. Non è agiografia, le cose sono andate esattamente così.

Agli studi mostra di preferire il lavoro in una piccola fabbrica, a 14 anni a Matelica come garzone verniciatore di letti in ferro prima e poi come fattorino nella conceria di Giovanni Fiore fino a diventarne, in quattro anni, direttore del laboratorio.

Salì a Milano a soli 23 anni per cercare fortuna. Prima come piazzista venditore di prodotti chimici della Max Meyer e poi il grande passo come imprenditore privato. Realizzò un proprio stabilimento di produzione con il fratello Umberto, la Industria Chimica Lombarda (ICL) e costruì, in una dozzina di anni, una fortuna economica che gli è stata sufficiente per tutta la vita, per cui in seguito gli stipendi Eni li devolveva in beneficenza, trattenendo per sé solo i rimborsi spese.

Quindi la Lotta di Liberazione contro i nazifascisti, il ruolo di capo dei Partigiani Cristiani che lo vide marciare in prima fila il 5 maggio 1945 a Milano insieme a Ferruccio Parri, Luigi Longo e Raffaele Cadorna.

La nomina – che a posteriori appare provvidenziale – a commissario all’Agip il 28 maggio 1945, con il mandato di liquidarla. La sua storica disubbidienza dal momento che, anziché smobilitare il settore dalla ricerca mineraria come il governo gli aveva ingiunto con l’ordine di vendere le apparecchiature e cessare l’attività, continuò le perforazioni finché non trovò, nel marzo 1946, il metano nello storico pozzo di Gaviaga nel Lodigiano. Un pozzo che eroga ancora il gas a sessant’anni di distanza per il fabbisogno del comune di Lodi.

Parlamentare eletto, ma solo penultimo, nel collegio di Milano Sud, avendo accettato di impegnarsi in politica perché glielo aveva chiesto Alcide De Gasperi in quanto lo considerava l’esponente di spicco dei Partigiani Cristiani.

Proprio in Parlamento combatté la prima battaglia per impedire alle società private e internazionali di avere concessioni di ricerca mineraria nella Valle Padana. Quella Valle Padana che lui chiamò, con uno slogan di grande successo, “la cassaforte aperta degli italiani che allo Stato doveva restare”.

Fino a quel fatidico 10 febbraio 1953 quando nasce finalmente l’Eni (Ente Nazionale degli Idrocarburi), fortemente voluto e costantemente appoggiato da Alcide De Gasperi, presidente del consiglio, ed Ezio Vanoni, mitico ministro delle Finanze e del Bilancio, suoi autentici santi protettori.

Si tratta a questo punto di provare a sintetizzare un’azione irruenta e magmatica, oltre che lungimirante, che forse può essere raccolta intorno al profilo di Mattei insieme leader e manager operativo delle sue eccezionali imprese industriali nel settore dell’energia: Agip Mineraria, Agip Commerciale, Snam, Agip Nucleare, Snam Progetti, Snam Montaggi poi Saipem e Nuovo Pignone. Dapprima solo in Italia e poi, dal 1956, anche all’estero, con la grande sfida della internazionalizzazione lanciata con successo in vari paesi del mondo sette anni prima della sua morte.

Come trovare un punto di vista sintetico dal quale guardare a una iniziativa tanto vasta e proteiforme?Un’osservazione sul linguaggio, suggerita dal solito Giuseppe Accorinti, può essere la chiave più adatta per penetrare il carisma e il successo dell’uomo.

Accorinti ricorda che nel cerchio dei collaboratori Mattei veniva definito e vissuto come “il principale”, e che nei suoi discorsi Enrico Mattei aveva l’abitudine di parlare sempre con il “noi” di un’impresa e di una squadra collettiva e mai con l’”io” di un narcisismo che in questo senso non gli apparteneva.

Perché dovrebbero essere gli altri a dirti che sei grande, in genere post mortem. Soprattutto per uno come Mattei per il quale l’impresa e la sua officina erano la sua vita.

Lo stile

 

Mattei alle parole contrapponeva i fatti, mentre oggi è invalsa l’abitudine inversa di contrapporre le parole ai fatti: questa del resto è la politica senza fondamenti. Con altre caratteristiche che ne rendono singolare il profilo.

Vi è chi considera la storia più o meno nietzschianamente   un susseguirsi di grandi biografie. Non conosco il parere di Enrico Mattei in proposito, so tuttavia che quest’uomo – che detestava comparire in pubblico e che si distingueva per un’oratoria difficile ma accattivante – usa, riferendosi come ho già detto ai collaboratori e alle proprie imprese, ogni volta il noi al posto dell’io.

Una nutrita serie di libri ne ha accompagnato la drammatica scomparsa, quando il suo aereo leggero, con a bordo oltre a lui il pilota e un giornalista americano, cadde a Bascapé in condizioni atmosferiche difficili, ma – come ha poi dimostrato una perizia accurata – a seguito di una piccola carica di tritolo che entrò in funzione nel momento in cui il pilota azionò la leva per l’estrazione del carrello a un paio di minuti dall’atterraggio all’aeroporto milanese di Linate.

Ma intanto l’Italia era risorta. E l’Italia risorge, ricostruisce e si sviluppa perché avvia decisamente a soluzione il problema energetico. Mattei ha chiarissimo il ruolo strategico dell’energia nello sviluppo; di un’energia a costi accessibili per un Paese privo di materie prime e che tuttavia non si rassegna a un ruolo marginale.

È tale l’ossessione energetica in Enrico Mattei da giudicare indispensabili per lo sviluppo italiano le tecnologie per la produzione del nucleare. Ipotizzava quaranta centrali nucleari, e sembrarono a tutti un numero esorbitante, salvo poi constatare che la vicina Francia ne ha costruite una cinquantina. Ed è proprio alla Francia che ci siamo rivolti per un approvvigionamento consentito da centrali appena al di là del confine e che quindi non possono non rappresentare potenzialmente un rischio anche per il nostro Paese.

Il capitalismo di Stato di Mattei regge e diventa paradigmatico nei confronti dei privati non perché è supportato dallo Stato, ma perché è più innovatore di quello praticato dai privati, e quindi molto semplicemente più imprenditoriale.

E tuttavia in ogni caso questa smania di produrre e di creare tecnologie avanzate si accompagna alla formazione di nuovi quadri tecnici e quindi di una classe dirigente all’altezza dei tempi.

Sintomatico un episodio narrato da Accorinti: “Era il 1957 e l’ufficio tecnico oli combustibili della Direzione generale Agip inoltrò a Mattei la proposta di assunzione di “2” ingegneri, uno per il Nord e uno per il Centro-Sud. Il promemoria tornò indietro con la sola indicazione a penna del numero “1”: la cosa sembrava impossibile e dopo lunghe esitazioni ebbero il coraggio di tornare a chiedergli l’autorizzazione anche per il secondo ingegnere. La risposta fu sorprendente: “io avevo scritto “1” accanto al vostro “2” perché volevo che ne assumeste 12″. E aggiunse di suo pugno anche una sorta di spiegazione: “perché Eni deve anche preparare ingegneri per l’Italia”. Fu una decisione fortunata per l’Agip perché la metà di loro sono diventati dirigenti e miei ottimi collaboratori per anni”.[6]

Un paese senza imprenditori è un paese senza classe dirigente.

Mi si consenta a questo punto una osservazione di carattere letterario. Giuseppe De Rita ha osservato che Giuseppe Acccorinti ha scritto un prezioso libro-archivio. A mio giudizio Accorinti ha scritto piuttosto un libro-miniera. Una miniera nella quale penetrare e scavare. Un libro costruito con la tecnica di Google, che ha introdotto nel Web lo stile e l’utilità di quelli che al tempo del mio liceo chiamavamo “bigini”. Umili strumenti, disadorni, in grado tuttavia di sollecitare e solidificare la memoria e di indicare insieme utili scorciatoie.

 

Successi e durissimi contrasti

 

Quali sono i fattori del successo di Enrico Mattei? E’ possibile sintetizzarli? Ci si può provare.

Il primo fattore di successo fu l’aver intuito, sin dal 1945-1946, che per l’Italia il principale fattore della ricostruzione, dello sviluppo e dell’aumento dell’occupazione sarebbe stato il disporre di energia abbondante e a costi competitivi rispetto al mercato internazionale.

Il secondo fattore di successo fu che Mattei ricopriva personalmente cariche di gestione delle principali società dell’energia, il che riduceva in maniera drastica i tempi delle decisioni concrete.

Il terzo fattore di successo fu la indovinata e coraggiosa riorganizzazione dell’Eni in Italia, con una nuova ripartizione delle funzioni tra Agip-Snam e Anic. Nel 1957, appena quattro anni dopo l’istituzione dell’Eni, Mattei intervenne perché andavano emergendo i primi limiti delle strutture iniziali.

Il quarto fattore di successo fu rivoluzionario dal punto di vista dei rapporti e delle innovazioni relative al personale, perché non esistevano quelle che oggi si chiamano “risorse umane pronte” capaci di portare avanti quella sorta di “giocattolo misterioso” che era per l’Italia di allora il petrolio.[7]

Se all’interno delle imprese il potere di Enrico Mattei appare assolutamente incontrastato e monocratico, non mancano tuttavia le critiche, spesso feroci, che la stampa italiana per ragioni di principio ed anche di interesse di parte gli rivolge con assiduità.

Due personalità tra di loro diversissime si oppongono con veemenza e con costante attenzione critica all’azione di Enrico Mattei: si tratta di don Luigi Sturzo, il fondatore del Partito Popolare, e del grande giornalista del “Corriere della Sera” Indro Montanelli.

Bisogna infatti ricordare che uno dei maggiori ostacoli in Italia alla nascita stessa dell’Eni e alle iniziative dell’ingegner Mattei fu proprio don Luigi Sturzo, fiero antifascista e fondatore come si è ricordato del Partito Popolare negli anni 20, e poi per oltre un ventennio esule negli Stati Uniti d’America.

Lo Sturzo fu un grande liberista e contrastò sempre fortemente l’intervento dello Stato in economia e conseguentemente si trovò opposto al campione indiscusso di questo interventismo statale che era appunto Enrico Mattei. Don Sturzo arrivò a rendersi promotore della legge sulle incompatibilità votata dal Parlamento agli inizi del 1953 che costrinse Mattei a dimettersi da deputato. Cosa che Mattei fece immediatamente, conquistandosi l’ammirazione di Alcide De Gasperi.

Pare che Mattei avesse cercato due volte di incontrare don Sturzo ottenendone in entrambe le occasioni un netto rifiuto. Probabilmente l’unico smacco ottenuto sul piano delle relazioni in Italia dall’ingegner Mattei.

Secondo Giulio Andreotti le rigidità sturziane non discendevano dalla cultura liberale e liberista assorbita nell’esilio statunitense. Don Sturzo piuttosto addebitava a Mattei l’erogazione di contributi finanziari a una corrente democristiana – la Base – e ai partiti della sinistra. Si apre qui un discorso a lungo dibattuto e che ha di mira le modalità attraverso le quali la corruzione si è insediata nel Bel Paese quasi come un’autentica categoria del politico. C’è una battuta in proposito che è diventata una sorta di mantra ed un proverbio. Si tratta dell’ormai celebre frase: “Per me i partiti politici sono come i taxi: li prendo perché mi conducono dove voglio, io pago la corsa e scendo”.

La frase fu pronunciata da Mattei per la prima volta rispondendo imbarazzato a qualcuno che lo criticava per aver aiutato il Movimento Sociale Italiano di Giorgio Almirante. Probabilmente il più equilibrato dei giudizi in proposito è quello fornito dal grande giurista Sabino Cassese, che lavorava all’Eni ai tempi di Mattei e quindi parla per esperienza diretta. Dice Cassese che parlare del “primato della politica” per gli anni Cinquanta in riferimento alla preponderanza organizzativa e alla occupazione del potere dello Stato da parte di quei partiti è chiaramente un eccesso. L’Eni del resto non aveva bisogno di contraccambi in termini di appalti e di altri benefici .

Dunque c’era un uso del denaro pubblico, non corruzione nel senso di un interesse delle due parti a uno scambio. Quanto alle assunzioni, “è ben noto che i giovani di sinistra di quell’epoca, in particolare i comunisti, trovavano ospitalità per un lavoro soltanto all’Eni e non certamente in altri enti come per esempio la Cassa per il Mezzogiorno dove si cercava di evitare le “streghe”.”[8]

Severa nel giudizio finale, ma puntuale nel riconoscimento dei meriti la valutazione di Sergio Romano, a lungo titolare della sede di Mosca e che è stato uno dei migliori ambasciatori che il nostro Paese abbia avuto. Così si esprime su Mattei: “Ebbe molti meriti. Allargò gli spazi della politica estera italiana nel Mediterraneo e nel medio oriente; capì che la decolonizzazione avrebbe modificato i rapporti con i paesi in via di sviluppo. Anticipò e favorì il disgelo dei rapporti est-ovest”.[9]

Fuori dagli schemi e per certi versi sorprendente il giudizio di Giorgio Galli, grande politologo e autore del saggio più celebre e fortunato del dopoguerra su Il bipartitismo imperfetto. Comunisti e democristiani in Italia (1967).

Dice Galli di Enrico Mattei: “Comunista non era, fascista certamente no, terzomondista probabilmente sì, e Ruffolo ha usato l’aggettivo populista che è stata una delle mie chiavi di lettura a cominciare dalla prima biografia di Mattei che ho scritto nel 1976, quasi un quarto di secolo fa. […] Ma un neopopulismo diverso da quello dei paesi etnocentrici in Europa da Le Pen alla Lega in Italia; e i vari movimenti in Olanda in Danimarca; e il populismo è stato un movimento che negli Stati Uniti, come in Italia, ha avuto ascendenze culturali; ma il populismo di Mattei, il suo indirizzo e anche la fretta che aveva in certi momenti va nella direzione dell’idea che vi possono essere forti capacità, che si possano interpretare i desideri del popolo e di venire incontro alle profonde aspirazioni popolari”.[10]

Faceva parte della genialità e del metodo di Enrico Mattei tenere i dirigenti sotto pressione e addirittura in apprensione: senza respiro. Un modo di essere costantemente presente nei pensieri dei collaboratori, di tenere loro il fiato sul collo, avendo essi chiaro che le telefonate di servizio potevano arrivare in qualsiasi momento e anche nei giorni di festa. Senza tregua e sempre vivendo a raffiche.

Così si confida Giuseppe Accorinti nel poscritto finale: “Perciò tutti ci consideravamo sempre precari anche perché ci era noto che se sbagliavamo non ci sarebbe stata alcuna “possibilità d’appello”. Ricordo che mio padre, quando a trentadue anni divenni Dirigente e Direttore Agip a Genova (con la macchina e l’autista, tanto per capirci), si congratulò e mi disse: “bravo figlio mio, adesso sei arrivato”. Gli risposi lasciandolo esterrefatto: “no, papà mio, non sono mai stato tanto vicino a essere licenziato”. La cosa mi era chiara sin dal primo momento”…[11]

Interessante perché fuori dal coro è il giudizio che Paul H. Frankel da’ del grande imprenditore pubblico: “Quando Enrico Mattei morì precipitando col suo aereo nell’ottobre del 1962, si ebbe la sensazione generale di una perdita, non soltanto fra i suoi amici e collaboratori, ma anche fra i suoi avversari e nel pubblico generico. Eppure, fuori d’Italia, si aveva un’idea molto vaga dell’uomo e del suo operato”.[12]

Osservazione che non impedisce all’autore di osservare: “L’impronta che l’immagine di Enrico Mattei lasciò nella mente dei suoi contemporanei è più grande dell’uomo stesso. Avviene per lui quel che avvenne per un suo illustre conterraneo, Garibaldi: la sua leggenda fu più importante delle sue imprese e il suo mito oscurò l’operato di Cavour. Coloro che forniscono qualche miraggio ai loro contemporanei generano talvolta quella forza irresistibile che riesce a smuovere cose apparentemente immutabili”.[13]

Un ruolo e un alone – weberianamente si direbbe un’aura – che vanno ben oltre la statura del grande manager nazionale e del grande uomo pubblico internazionale.

Frankel si interroga a lungo intorno al carisma di Enrico Mattei. Dopo averlo paragonato a Garibaldi lo rassomiglia a Davide che sconfigge Golia e a San Giorgio che infilza il drago. Due metafore che gli servono per osservare come Mattei lavorò a lungo sul risentimento degli oppressi e degli esclusi, non solo tra gli italiani, ma anche in Germania tra i bavaresi, ma anche in Algeria. Servendosi di quello che Churchill avrebbe chiamato “il lungo braccio della coincidenza”.

Soprattutto nella sfera internazionale l’Italia covava il risentimento per essere rimasta marginale non soltanto nel Mediterraneo. Tentò quindi di imitare i francesi, ma lo fece troppo poco e troppo tardi. Per questo la mission di Enrico Mattei si evidenziò come quella di assicurare finalmente un posto al sole alla “grande proletaria” e di combattere la battaglia dell’uomo comune contro i potenti, meglio se magnati stranieri.

Il terreno scelto o assegnatogli dalla sorte non poteva non essere il più adatto: quella del petrolio è un’industria più internazionale di qualsiasi altra industria, con la prevalenza di quei popoli arabi che finalmente cercavano a loro volta un approdo a un benessere da troppo tempo latitante.

Il drago internazionale nell’immaginario di Mattei, ma non soltanto, aveva molte teste, tutte chiaramente individuabili nelle Sette Sorelle del petrolio. Come si presentava il fronte degli avversari? Così come Mattei aveva avuto cura di spazzare via intralci ed avversari nella Valle Padana, allo stesso modo andò a cercare il confronto diretto con i magnati del petrolio.

Infatti, “trovandosi di fronte quelle stupende prospettive che si dispiegarono alla fine della guerra, le sette compagnie petrolifere interessate (la Standard del New Jersey, la Socony-Mobil, la Standard di California, la Texaco, la Gulf Oil, la Shell e l’Anglo-Iranian tutte americane o inglesi) e con esse i rispettivi governi, compresero che era importante non rimuovere le controversie e le zuffe che avevano caratterizzato i loro rapporti negli anni venti, ma coordinare i loro sforzi. Prima ancora che finisse la guerra, e configurandosi come uno dei molti aspetti della pianificazione postbellica, si ebbero trattative tra governi e società interessate e si giunse così agli accordi petroliferi anglo-americani del 1944 e 1945”.[14]

Mattei non ha quindi avuto bisogno per il suo universo mitologico di andarsi a cercare un nemico: c’era già, ben visibile e opportunamente coordinato. Non si fa quindi della retorica letteraria quando si afferma che il campo del petrolio è un’industria più internazionale di qualsiasi altra, tra le più avide e le più coordinate.

Ciò dice che Mattei era anche “costretto a riuscire”, costretto a usare tutti i mezzi disponibili, perché nessuno fa una più meschina figura del coraggioso che inciampa e dello stregone che fallisce. Anche la ragione sociale veniva messa alla prova dei fatti, che come si sa hanno la testa dura.

Perché l’esperienza di Mattei saggiava e rappresentava la ragione d’essere dell’impresa pubblica in paesi non comunisti. Da qui i modi spicci e i metodi spesso spregiudicati, costretto a muoversi tra partiti gelosi e assunzioni di Stato.

È altresì vero che poteva restare aperto l’interrogativo classico e perenne: Quis custodiet ipsos custodes?

 

Quale il senso dell’impresa?

 

Quale allora il senso del “matteismo” ? Che ne è della cosiddetta “economia mista”? Ci vuole davvero un mondo per fare un mondo e farlo nuovo.

E’ qui che ritorna in campo quello che abbiamo definito il carattere italiano. Per questo Mattei e l’Eni Continuano ad essere temi affascinanti di ricerche economiche, storiche, politiche e manageriali . Per questo l’Eni continua ad essere al centro di un’intensa politica “trasversale”.

Per questo Mattei mirava al monopolio in tutto ciò che faceva. Cacciò tutti i concorrenti dalla valle del Po, ossessionato dall’idea che l’Italia mancava di energia a buon mercato assolutamente indispensabile per la sua ricostruzione postbellica e per il suo sviluppo. È questo il chiodo fisso da quando Enrico Mattei diventò consigliere delegato dell’Agip nel 1946.

Allora “l’azienda produceva gas naturale al ritmo di 12.600.000 metri cubi l’anno. Quando fu istituito l’Eni, nel 1953, la produzione era già salita a 2 miliardi di metri cubi; nel 1960 toccò i 6 miliardi e 200 milioni”.[15]

Infatti “la parte che il metano della valle del Po ha giocato nel “miracolo italiano” del dopoguerra è immensa; senza di esso, la spettacolare espansione industriale dell’alta Italia avrebbe probabilmente seguito un andamento diverso, e forse non si sarebbe mai verificata. Benché il suo prezzo si basi su quello dell’olio combustibile importato, il metano è più pulito e più comodo ad usarsi e, nel caso dell’Italia, non grava sulla bilancia dei pagamenti internazionali”.[16]

Se questa è la base materiale sulla quale ha modo di esercitarsi e scatenarsi la genialità di Enrico Mattei, essa d’altra parte non costituisce che il primo passo e quasi la pedana di lancio per gli interventi e i successi successivi.

Si può discutere circa le diverse modalità del management italiano e straniero, e di quella “diffidenza” che caratterizzerebbe il banco di prova degli italiani in produzione. E del resto sull’antropologia del Bel Paese si è già avuto modo di disquisire a partire dai nostri classici. Quel che ora deve essere messo in rilievo è la forza innovativa dell’azione politica, del “fiuto” di Enrico Mattei. Di più, della sua visione delle cose e del nuovo modo di cogliere i segni dei tempi nei rapporti internazionali.

Gli accordi dell’Eni con i Paesi che allora si definivano del terzo mondo provocarono un coro di proteste da parte dei membri del “club” petrolifero, gettati nell’angoscia dell’adozione della formula 75-25, “dalla clausola per la fondazione di una società italo-persiana e dalla presenza nell’industria internazionale del petrolio di un concorrente abile e spietato che non apparteneva al “club” e non si uniformava alle sue regole”. [17]

Un vero colpo di tuono, anzi, un terremoto economico e politico. Ancora più dirompente l’idea di una società italo-persiana con consiglio di amministrazione composto a metà da persiani e un presidente scelto fra questi. Non a caso uno dei motivi polemici di Mattei erano le accuse ai monopoli stranieri di ottenere fantastici margini di profitto. In un ambiente peraltro dove il rispetto della legalità risultava ovunque piuttosto disinvolto.

Resta un problema e forse un rebus finale intorno a quello che potremmo chiamare il potere inabituale di Enrico Mattei.

Secondo i critici esso risiederebbe in primo luogo in Mattei stesso, ossia nel suo carisma, e in secondo luogo nell’assenza di controlli. Non a caso molti di essi hanno adottato la formula di “un uomo insolito”.

Non mancano le critiche velenose di chi osserva che Mattei non ama leggere libri e che l’unico limite al suo strapotere sia rappresentato dalla natura mortale di Mattei… Egli infatti può contare soprattutto sulla possibilità di togliere il proprio appoggio finanziario a molti uomini politici della sua parte ed anche delle parti avverse.

Resta indubitabile la fortuna di Mattei e la sua enorme capacità di innovazione. Resta ovviamente l’eterno problema del controllo dei poteri. Non a caso la pubblicazione di quella lunga serie di libri di cui si è detto, gran parte dei quali non risultano celebrativi.

A chi guarda le cose dall’Italia di oggi Mattei non può non apparire un esempio non facile da seguire, uno che ha osato un sogno collettivo e nazionale. E comunque resta un riferimento ineludibile, anche per il futuro.

Che usasse nei discorsi il “noi” al posto dell’”io” non era certamente un vezzo letterario.

 

 

                                                                                     Dicembre 2014   Giovanni Bianchi

 

 

[1] Giuseppe De Rita, presentazione di Giuseppe Accorinti, Quando Mattei era l’impresa energetica, Hacca Edizioni, Ascoli Piceno 2008, p. 9

[2] A cura di David Bidussa, Siamo italiani, chiare lettere, Milano, 2007, p. 43.

[3] Ivi, pp. 44 – 45.

[4] Ivi, p. 50.

[5] Per avere un’idea documentata della visione globale e dei progetti di Enrico Mattei si veda Enrico Mattei. Scritti e discorsi (1945-1962), raccolta integrale dall’archivio storico Eni, con la prefazione di Paolo Mieli, Rizzoli, Milano 2012

[6] Giuseppe Accorinti, Quando Mattei era l’impresa energetica, op.cit., p. 245

[7] Cfr. Accorinti, pp. 248-254

[8] Giuseppe Accorinti, op. cit., p. 367

[9] Ivi, p. 368

[10] Ivi, p. 314

[11] Ivi, p. 422

[12] Paul H. Frankel, Petrolio e potere. Enrico Mattei, La Nuova Italia, Firenze 1970, p.11

[13] Ivi, p. 15

[14] Ivi, pp. 85-86

[15] Dow Votaw, Il cane a sei zampe, Feltrinelli, Milano 1965, p. 47

[16] Ivi, p. 75

[17] Ivi, p. 103

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