ANPC Nazionale

Associazione Nazionale Partigiani Cristiani

La giusta memoria della Resistenza nel ricordo di Bruno Olini

Cronaca di un episodio da ricordare in vista del XVI° Congresso dell’Associazione Nazionale Partigiani Cristiani

Lunedì, 27 Ottobre 2008
Ieri sono stato con Bruno Olini, che doveva intervenire, invitato da Gian Luigi Rondi, al dibattito, organizzato dalla Festa del Cinema di Roma, sul film “Il sangue dei vinti”, liberamente tratto dal libro di Giampaolo Pansa.
Va subito detto che il film, con il libro, non c’entra per nulla. Il libro è una documentazione storica sui dolorosi avvenimenti, ritorsioni, vendette, giustizie sommarie ed ingiustizie criminali che accaddero dopo la resa dei tedeschi in Alta Italia.
Il film invece è una vicenda di fantasia, che si svolge in quel periodo. Tutti i fatti che il film racconta sono verosimili e potrebbero essere accaduti. Ma sono una narrazione fantastica. Gli autori utilizzano quel contesto storico per narrare una storia e non la storia. Un romanzo giallo, che si trasforma in un racconto nero, che sfocia in “pulp” cinematografico all’italiana. Una storia atroce, dura, senza respiro, nera senza pause, fitta di nequizie, una notte senza la speranza di una alba. Gli autori seguono una moda che riflette più lo stato d’animo di oggi che il sentimento di allora.
(Un commissario di polizia, interpretato da Placido, indaga un delitto e salva la bambina superstite, durante il bombardamento di Roma, dove muore anche il marito appena sposato di Lucia, sorella del commissario. Il commissario ritrova la sua famiglia al Nord, dove vive il padre, mutilato di guerra con la madre. Il fratello del Commissario, Ettore è un partigiano comunista e la sorella, oppressa dal dolore, si arruola invece nelle brigate nere. Ricompare la bambina con la madre che è diventata staffetta partigiana. Fra una strage e l’altra per orribili rappresaglie di crudeli SS, i partigiani assaltano la casa paterna. Il padre mutilato in carrozzella si fa uccidere dalla moglie e lei a sua volta si suicida per non cadere in mano ai sanguinari partigiani.
Il commissario ritrova la bambina e la madre, prigioniere dei tedeschi. Chiede alla sorella Lucia di salvarle e lei lo aiuta. E l’unico gesto di pietà. I tedeschi delle stragi si arrendono, pretendendo di essere fatti prigionieri senza cedere le armi. Il fratello partigiano Ettore li uccide tutti, violando le regole di guerra. Il reparto “fascista” abbandonato dai tedeschi tenta una sua personale “ridotta della Valtellina” e viene sopraffatto. Lucia segue un irriducibile milite sopra un campanile da dove sparano su un corteo di partigiani che festeggia la vittoria ( ma non un solo abitante festeggia con loro!). Indovinate chi viene ucciso dall’irriducibile prima di morire a sua volta? Il fratello di lei, Ettore. Lucia viene catturata da un gruppo di inferociti di partigiani “comunisti”, gli vengono tagliati i capelli, viene stuprata (e lo stupro è l’unico episodio accennato senza note alte), semi-impiccata ad un palo ed infine fucilata. Il Commissari, anni dopo ritrova la bambina adulta. Ha finalmente risolto il caso al quale ha dedicato tutta la vita, per la soluzione del quale era rimasto neutrale nella “guerra civile”. La madre della bambina non era la vera madre, ma la sorella di lei, prostituta amante di un gerarca, che l’aveva uccisa per rifarsi una nuova personalità e nascondersi fra i partigiani. Così lo zelo del commissario svela che l’unico personaggio positivo era invece il peggiore. Fine del film.)
La guerra è civile (vale a dire che è condotta senza quelle regole di umanità che si tenta di rispettare con gli stranieri); la ferocia è equamente distribuita fra i contendenti; nessun particolare ci viene risparmiato, secondo una moda che coinvolge tutti i film d’azione. L’unica differenza sottolineata fra le due ferocie è questa. I partigiani sono sepolti in un cimitero, i fascisti nella fossa comune. Dal lato artistico ci manca la pietà dei buoni. Dove sono le donne che nascondevano i fuggiaschi, stranieri, ebrei, perseguitati? Dove sono le persone pietose che seppellivano i morti? Non c’era di passaggio uno dei quattrocento sacerdoti morti nella Resistenza senza impugnare le armi? Io sono discepolo di un capo partigiano che partecipava alle azioni militari disarmato, per obiezione di coscienza. Pietà l’è morta.
In una opera d’arte non si vede quanto è buia la notte se non la si paragona ad una qualche luce.
La virtù (o la viltà) del Commissario, poliziotto da film giallo che persegue il suo compito con tenacia, qualsiasi cosa avvenga e l’assenza assoluta ed assurda di ogni forma di vita civile (non un infermiere, non un becchino, non un pastore, non un contadino, non una donna che non fosse ausiliaria fascista o prostituta staffetta partigiana, non un passante, non un prete dei quattrocento che furono uccisi) quasi ad indicare che tutta la lotta era fra due fazioni armate, con il popolo italiano assente e neutrale, occupato a sopravvivere. In questa maniera si deve concludere che tutti gli italiani sono stati collocati dal film nella zona grigia.
Nel dibattito che ne è seguito abbiamo trascurato i meriti artistici del film, perché siamo stati coinvolti dal problema della Zona grigia sostenuta dai revisionisti.
Savino Pezzotta ha ricordato la pietà ed il compianto per tutti i morti, ma ha ribadito senza odio che alcuni di loro erano dalla parte sbagliata. Come avviene nella storia, quelli che erano dalla parte sbagliata non erano necessariamente dei banditi e quelli che erano dalla parte giusta non erano sicuramente santi. Ma una cosa è combattere con i popoli liberi per la libertà dell’Europa, ed altra cosa è combattere per il dominio di Hitler sull’Europa. Bruno Olini insiste sul concetto di una Resistenza armata (ed egli è stato un valoroso combattente della guerra di Liberazione) che aveva però un rapporto profondo con la Resistenza civile della società italiana che, con i suoi valori cristiani, non voleva imbarbarirsi.
E cita chiaramente il giudizio di Pietro Scoppola che qui riportiamo:
“Nel quadro delle pole¬miche suscitate dal revisionismo degli anni Novanta, due sono i motivi centrali delle tesi revisioniste: il primo è quello della «lunga zona grigia» di indifferenza e passività fra le due posizioni minori¬tarie in lotta crudele fra loro, quella dei resistenti e quella di coloro che si batterono per la Repubblica di Salò; il secondo è quello della crisi della nazione, qua¬le si era faticosamente venuta formando negli anni del Risorgimento e dell’ Italia unitaria, nella tragedia dell’8 settembre, che diventa la data simbolo della «morte della patria».
La conseguenza di queste idee largamente proposte e diffuse a livello di opinione pubblica è stata quella di tagliare per così dire le radici stesse della Repubblica e della Costituzione con l’evidente e spesso esplicito in¬tento – ed effetto politico – di dare fondamento ad una radicale discontinuità. E’ evidente che se è fondata l’immagine di un paese immerso nella zona grigia, se la Resistenza è un fatto sostanzialmente marginale, al¬lora l’ 8 settembre e non più il 25 aprile diventa l’ele¬mento centrale di tutta la vicenda; la Costituzione non ha più un riferimento forte nella Resistenza; non ha d’altra parte un fondamento in una tradizione nazio¬nale italiana travolta dalle vicende belliche; la Costitu¬zione perde rilievo storico e torna ad essere tutto e so¬lo un compromesso fra i partiti.
Così tutto l’edificio della Repubblica resta privo di fondamento e la Costi¬tuzione perciò destinata ad essere archiviata con il superamento di quel quadro storico e con la scomparsa di quei soggetti politici. Queste interpretazioni, proprio per le reazioni che hanno suscitato, hanno contribuito alla maturazione di una più comprensiva visione di quel periodo storico. L’immagine della zona grigia è inaccettabile: la popolazione italiana nel suo insieme non fu inerte e indifferente di fronte ai mille drammi umani provocati dall’8 settem¬bre: i soldati allo sbando furono accolti e rivestiti, inglesi e americani in fuga dai campi di prigionia furono ospitati e nascosti a rischio della vita, molti ebrei furo¬no salvati.
Il rifiuto del¬la violenza e l’accentuarsi della volontà di pace non so¬no sentimenti “grigi” e non saranno di fatto irrilevan¬ti per un’ opera di ricostruzione della convivenza civi¬le. In questi spazi si colloca il ruolo della presenza cat¬tolica intuito da Chabod ma poi confinato nella cate¬goria dell’attendismo. Si ha l’impressione di una lotta di resistenza armata dura ma senza odio e cru¬deltà; e intorno a questa lotta una vasta zona di resi¬stenza civile che alla fine coinvolge tutto il paese. Si sot¬tolinea il ruolo del mondo femminile: in una concezio¬ne ampia della Resistenza, che non si limita alla lotta armata, le donne hanno una parte centrale. Dobbiamo dire ormai con chiarezza che il prendere le armi non si può considerare l’unica forma di parteci¬pazione e di coinvolgimento, senza cedere proprio a quella concezione della Resistenza che i comunisti pro¬ponevano con la loro accanita polemica contro gli atten¬disti.
È il concetto stesso di Resistenza che va ripensato, recuperando il significo originario del resistere.
Insomma il fenomeno della lotta armata, che con¬serva tutto il suo valore, non può essere isolato dalle innumerevoli forme di “resistenza civile”. Vi è una ricostruzione dal basso delle ragioni della convivenza e perciò della identità collettiva che lo storico deve at¬tentamente osservare”.
La citazione di Olini non poteva essere più appropriata di fronte alla descrizione dei fatti come avveniva nel film.
Durante il dibattito Pansa è stato battagliero e distratto, inutilmente polemico contro il povero Olini che rappresentava i Partigiani Cristiani. A Pansa che ricordava quegli anni dal ’43 al ‘49 come un susseguirsi di guerre civili, Olini ha ricordato, interrompendolo, che c’erano state in mezzo, anche una Costituente, una Costituzione ed una Repubblica. Ma Pansa non voleva essere interrotto.
Gasparri era focoso, battagliero e confuso. Agitava il libro di Pansa come un manganello. Devo dire che non è stato simpatico sentire un ministro in carica minacciare con parole ambigue i dirigenti Rai perché avrebbero dovuto fare un Sangue dei vinti numero 2, dedicato agli anni che vanno dal ‘46 al ‘48. Ha anche detto che non si soffermava troppo sulle dichiarazioni di rispetto della democrazia perché dopo quello che aveva detto Fini, sulla parte sbagliata non c’era altro da dire. Gli si è ricordato maliziosamente che, in questa richiesta pacificazione fra vincitori e vinti, come se tutti avessero ragione, sarebbe stato giusto restituire l’onore ai fucilati di Verona, a quei coraggiosi fascisti che avevano abolito il fascismo il 25 Luglio.
Placido è stato volenterosamente polemico, accusando con passione la Democrazia Cristiana di avere tenuto nascosto lo strascico criminale degli assassini compiuti negli anni successivi alla Resistenza. Dal suo punto di vista ha ragione: non ci frequentava e non poteva sapere che noi celebravamo e piangevamo anche per i nostri morti. E non si è neppure accorto che quei delitti non sono finiti con il ‘48. Non ha sentito parlare di Moro, di Bachelet, di Ruffilli. Per colpa di una Democrazia Cristiana abituata a nascondere i delitti. Quando se ne accorgerà, magari con Sangue dei vinti, numero 3, chissà quale appassionato rimprovero ci declamerà.
Bartolo Ciccardini

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