ANPC Nazionale

Associazione Nazionale Partigiani Cristiani

Giorno del Ricordo. 10 febbraio 2024

Molto in ritardo ma almeno 20 anni fa è stata approvata la legge istitutiva della Giornata del Ricordo. Il vergognoso misconoscimento della verità. La storia con i fatti sbugiarda le ideologie. Insieme a tutti i nostri concittadini esuli in Italia e con la solidarietà agli amici di ANVGD, il comitato dei Giuliani e Dalmati, vogliamo fare in modo che il ricordo rimanga vivo per risarcire dell’oblio durato troppo a lungo e perché la condivisione delle sofferenze sopportate  da parte di nostri connazionali, consenta una riconciliazione totale con la storia nella comune condivisone dei diritti e dei doveri sui quali la nostra Costituzione ha fondato la nostra democrazia repubblicana.

I deportati “schiavi di Hitler”

Una sentenza del Tribunale di Trento, prima in Italia, ha riconosciuto l’indennizzo a un ex militare trentino degli Alpini deportato in Germania dopo l’8 settembre 1943 e costretto ai lavori forzati nella Germania del Terzo Reich. La sentenza del Tribunale trentino pone sul medesimo piano internati e vittime di guerra. 

Nel lento deposito del frastuono mediatico, che spesso accompagna eventi come le celebrazioni del “Giorno della Memoria” o di quello del “Ricordo”, vengono in superficie talvolta atti di straordinario significato, che dicono molto di più di tante dichiarazioni effimere e di tanta vuota retorica. Fra questi rientra, senza dubbio alcuno, l’Ordinanza n. 4094/2023 del 3 settembre 2023 emessa dal Tribunale di Trento e firmata dal giudice Giuseppe Barbato. Si tratta della prima decisione presa nel nostro Paese, dopo la promulgazione dell’art.43 del D.L. 36/2022, con il quale è stato istituito un “fondo” presso il Ministero dell’Economia e Finanze per il ristoro dei danni patiti dalle vittime di guerra e contro l’umanità compiuti dal III Reich, durante la seconda guerra mondiale.

Al di là del caso specifico – relativo peraltro a un alpino trentino preso prigioniero dai tedeschi dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, deportato in Germania e costretto a lavorare in condizioni di sostanziale schiavitù, riportandone poi danni permanenti fisici e psichici – ciò che colpisce di questa sentenza, che ha visto soccombente la Repubblica Federale di Germania e il nostro Ministero dell’Economia e delle Finanze, responsabile del citato ristoro dei danni subiti dalle vittime del III Reich, è il disseppellimento della Memoria. Nel riconoscere infatti il dovere del risarcimento a quel prigioniero di guerra, il Tribunale compie una scelta fondamentale, quella cioè di riconoscere “alla deportazione ed all’assoggettamento ai lavori forzati in condizioni di sostanziale schiavitù” dei militari italiani la caratteristica di crimine contro l’umanità, un reato che non ha prescrizione e che si fonda su norme del diritto internazionale con effetto anche retroattivo e che quindi può e deve trovare un suo risarcimento.

Come noto, il trattamento inferto ai nostri soldati presi prigionieri dalla Wehrmacht dopo la resa armistiziale è decisamente crudele e drammatico. Gli italiani sono “traditori” e come tali vanno trattati. I primi progetti tedeschi per la cattura e l’internamento dei militari italiani risalgono ancora al 28 luglio 1943, cioè tre giorni dopo la caduta del regime fascista.

Berlino è consapevole da tempo dei tentativi italiani di sganciarsi dall’alleanza e di porre fine ad una guerra ormai insopportabile, sia sotto il profilo delle perdite umane, come economiche e materiali.  La firma dell’armistizio produce però una situazione nuova e ricca di complicazioni, anche a causa della vile fuga del re e del governo che lascia il Paese e le Forze armate senza alcuna disposizione. Non è ancora stata formulata una dichiarazione di guerra del regno d’Italia contro la Germania e quindi i soldati rastrellati e detenuti come vanno considerati, non essendo formalmente nemici? La soluzione adottata dai tedeschi risiede nel concetto di “franco tiratore”, ovvero di attentatore privo di riconoscimento militare. Si tratta di una condizione che non ha alcuna tutela legale e formale e che quindi espone l’individuo ad ogni angheria e sopruso.

Poi, a dichiarazione di guerra avvenuta, è Hitler stesso che il 20 settembre 1943, in preda all’ira per il “tradimento” degli italiani, impone ai prigionieri italiani il cambio di condizione giuridica: da “prigionieri di guerra” ad “internati”. È questa una condizione profondamente diversa, perché l’internato non è sottoposto a nessun regime convenzionale, come quello stabilito nel 1907 all’Aja e nel 1929 a Ginevra appunto sui prigionieri di guerra ed è quindi lasciato alla mercè dei suoi custodi. L’internato è insomma in una sorta di limbo giuridico segnato dal totale arbitrio dei suoi aguzzini. La decisione tedesca in tal senso è così rigida da opporsi perfino, il 20 novembre 1943, alla richiesta della Croce Rossa Internazionale di poter assistere i prigionieri italiani. Questi sono solo degli internati (“Italienische Militärinternierte” – I.M.I.) e come tali non possono rientrare nel concetto giuridico di prigioniero di guerra e nelle tutele, seppur minime, ad esso connesse.

Nel frattempo ha preso corpo quello “Stato fantoccio”, voluto da Hitler, che passa alla storia con il pomposo nome di Repubblica Sociale Italiana. È questa che si autoproclama “potenza tutrice” degli internati italiani e ciò lascia ulteriore mano libera all’oppressione nazista. Le condizioni di vita dei “badogliani”, come vengono apostrofati i nostri internati, peggiorano rapidamente e senza possibilità di intervento, aiuto o soccorso da parte delle autorità della R.S.I. Queste guardano solo a coloro i quali hanno accettato di arruolarsi sotto le bandiere del rieditato “mussolinismo” e per tutti gli altri – il 70% degli ufficiali e il 78% dei soldati prigionieri – esiste solo l’abbandono, la fame, le malattie ed il lavoro in schiavitù.

La sentenza di Trento fa quindi giustizia. Riconosce cioè la condizione degli internati e li pone sullo stesso piano delle vittime di guerra, consentendo quindi di poter ottenere per i diretti interessati o i loro eredi i benefici economici previsti dal “Fondo” istituito presso il Ministero dell’Economia e delle Finanza. Ma al contempo aiuta a ribadire un concetto mai sufficientemente sottolineato e cioè quello della complicità della R.S.I. nella detenzione e nelle condizioni disumane di trattamento degli internati italiani. La sentenza invita quindi anche ad aprire uno dei tanti capitoli di un libro – quello della nostra Memoria di italiani – che rimane chiuso da troppo tempo.  Ricordare serve solo se si esce dalla dimensione celebrativa e si entra in quella della coscienza e ciò vale per questa vicenda come per molte altre.

Il prossimo 10 febbraio si celebra il “Giorno del Ricordo”, in onore delle vittime delle foibe titine. Si tratta di un atto prezioso ed importante che anche qui chiama in campo le nostre responsabilità nel trattamento incivile imposto ai nostri connazionali in fuga dalla vendetta slava, ai quali riservammo un’accoglienza ai limiti del minimo accettabile, per poi buttare la polvere sotto il tappeto, sperando che il silenzio potesse cancellare ricordi ed appunto responsabilità.

Fino a quando non faremo i conti con tutta la nostra storia, ivi compresa quella delle efferatezze in Jugoslavia come in Africa, non potremo guardare con speranza al senso della storia ed al suo apporto per la formazione di una nuova coscienza civile in questo Paese.

(pubblicato su: https://www.iltrentinonuovo.it/index.php/2024/02/09/i-deportati-schiavi-di-hitler/)

Giorno della Memoria 2024: ricordato a Tres Adamello Collini

“Ospitare … è la legge di Dio”. La testimonianza della guida alpina Adamello Collini nel ricordo di Claudio Bassetti

Adamello Collini (Pinzolo TN 1890 – Mauthausen-Melk 1945). Guida alpina della Val Rendena, fondatore del Rifugio Bedole in alta Val di Genova, alle pendici della Presanella e dell’Adamello. Nel corso della guerra, quel rifugio divenne nascondiglio per profughi antifascisti, ebrei, aviatori alleati abbattuti e disertori tedeschi, partigiani. Collini accompagnava i fuggiaschi tra le montagne e i ghiacciai che conosceva alla perfezione fino al Passo del Tonale, tappa della “rat line” che permetteva in breve tempo di raggiungere la salvezza in Svizzera. Il 27 settembre 1943, a seguito di una soffiata, venne catturato nel suo rifugio da militi nazisti travestiti da disertori. Al primo interrogatorio rispose: “Non sono a conoscenza del Codice di Guerra, ma, qualora lo conoscessi, al di sopra di questo Codice vi è una Legge che, anziché proibire, ordina di ospitare, in questi luoghi selvaggi, chiunque chiede aiuto. È la legge di Dio”. Una risposta degna di un interprete autentico di una coscienza civile e cristiana adulte e profonde, assimilabili alla riflessione e alla testimonianza di Dietrich Bonhoeffer, impiccato a Flossemburg. Tutte le sue azioni dopo l’arresto – comprese le possibilità di fuga a cui si sottrasse per non mettere in pericolo la famiglia e i compagni – dimostrarono la medesima determinazione, dignità e coerenza. Collini venne internato nel lager di Mauthausen, pensato per annientare i prigionieri attraverso il lavoro forzato, la malnutrizione e gli stenti. Vi resistette 2 anni, morendo il 12 febbraio del ‘45 all’età di 55 anni e a pochi mesi dalla fine del conflitto. Il 26 luglio 2000 è stata riconosciuta ad Adamello Collini la medaglia d’oro al valor civile dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi.

Il 2 febbraio presso la chiesa parrocchiale di Tres (TN), in occasione della “Giornata della Memoria”, il Coro San Romedio Anaunia ha proposto il recital “Chi salva una vita”. Questo atto unico di Renzo Fracalossi che racconta vicende di coraggio per salvare chi, durante gli anni bui del nazifascismo, fu perseguitato per la propria razza o per il proprio credo. Tra queste Adamello Collini. Proponiamo di seguito la riflessione proposta durante la serata da Claudio Bassetti, presidente del Comitato Trentino-Alto Adige del Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza e già presidente del CAI – SAT Società Alpinisti Tridentini.

M.G.

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La riflessione di Claudio Bassetti (Tres, 2 febbraio 2024)

Perché è così importante ricordare Adamello Collini?

Ottant’anni fa a Melk nel sottocampo dello spaventoso lager di Mauthausen moriva tragicamente il n° 110444. La disumanità nazista eliminava i nomi delle persone, li cancellava da vivi. Il numero identificava Adamello Collini. Perché siamo ancora qui a parlare della sua figura, a ricordarne la vicenda umana, a raccontare ed ascoltare la scelta da lui operata in anni difficilissimi, terribili, a onorare il suo sacrificio? Cerco una risposta e la metto alla vostra attenzione.

Perché la sua scelta è una scelta che ci riguarda, perché parla di libertà, di dignità, di riscatto, di coraggio. È una scelta che parla di solidarietà, di umanità, di aiuto. Riguarda quindi la sua ma anche la nostra dimensione personale e tocca anche la dimensione sociale, collettiva, comunitaria. Adamello aveva costruito un rifugio in fondo alla Val Genova, una casa accogliente ed ospitale, bellissima, che ancora adesso è un’icona del paesaggio. Ci andiamo spesso a camminare, per fermarsi lì ad osservare lo spettacolo della natura o proseguire per i ghiacciai dei monti da cui ha preso il nome.   Ma potremmo andarci anche per capire dove è nata la nostra Repubblica, come disse Piero Calamandrei in una memorabile lezione agli studenti nel 1955: “Se volete andare in pellegrinaggio, nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati, dovunque è morto un italiano, per riscattare la libertà e la dignità: andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione”.

Adamello, come Bortolo Donati, Attilio Serini, Giacomo Spada, che con lui collaborarono per aiutare coloro i quali volevano passare la frontiera e rifugiarsi in Svizzera. Tutti si conoscono e conoscono bene la montagna e le sue leggi, che contemplano anche la solidarietà. E così, in modo spontaneo, attorno a quei due rifugi e alle malghe, si crea anche una rete di sostegno a disertori, sbandati, ex prigionieri, perseguitati, ebrei, che dal fondovalle risalgono a cercare rifugio in Svizzera. Adamello come Ettore Castiglioni, come Tita Piaz, come Gigino Battisti, Ugo Perini, Giulio Martini come tanti montanari amanti della libertà e insofferenti alla tirannide fascista. Tutti questi si saranno riconosciuti nella straordinaria risposta che Collini diede al comandante della Gendarmerie Schwarz, che lo arresta con l’aiuto di un delatore e che lo accusa di tradimento: «Non sono a conoscenza del codice di guerra ma anche qualora lo conoscessi, vi è al di sopra di questo codice una legge che, anziché proibire, ordina di ospitare in questi luoghi selvaggi chiunque chieda qualsiasi aiuto. È la legge di Dio».

Sono parole dal valore universale, che valgono soprattutto ora. E che rileggiamo molto simili, in latri contesti, molti anni dopo nella frase del comandante di una nave denunciato per aver salvato dei naufraghi: “Abbiamo ben chiare le leggi del mare. Chi va per mare ha naturalmente fatto sua la naturale e incondizionata solidarietà verso chiunque navighi su un guscio con sotto la chiglia centinaia, spesso migliaia, di metri di buio abisso. Questo si aggiunge alla umana solidarietà verso chi ha il coraggio di fuggire una certa, orrenda fine”.

È la stessa logica che ha mosso la guida alpina francese, Benoit Ducos, insieme ai volontari Anne Moutte e Pierre Mumber della associazione Tous Migrants. Incriminata dallo Stato francese per aver portato in salvo una donna incinta e i suoi parenti, raccolti in una tormenta di neve al confine con l’Italia: “È stato un dovere, non una scelta. Benoît Ducos non ha dubbi: rifarebbe quel che ha fatto «perché è normale aiutare chi ha bisogno e sta male. Nessun ripensamento, doveva salvare quella donna incinta e i suoi familiari persi nella neve alta. E l’ha fatto. Questione di umanità. Benoît è un falegname, guardia alpina volontaria, nonché membro dell’associazione francese «Refuge solidaire» di Briançon, a due passi dal confine italo-francese”.

Parole di Franco Giacomoni, grande Presidente SAT, scomparso da poco che qui ricordo con grande affetto.  Franco Giacomoni è stato per molti anni anche presidente del Premio SAT che assegnò nel 2019 il Premio SAT per la Categoria “Sociale” all’Associazione Tous Migrants di cui Benoît è parte. Scriveva Franco nel suo discorso introduttivo alla cerimonia: “Ecco, è sufficiente questo: al di là di motivazioni politiche e/o ideologiche, una realtà che applica, come il comandante della nave la legge del mare, la legge della montagna: aiutare, assistere, salvare sempre e comunque chi è in difficoltà, chi chiede aiuto. Con questo Premio la SAT vuole unire, fortunatamente nelle totali diversità storiche, Tous Migrants ai nomi di Adamello Collini e Ettore Castiglioni che, come loro, non hanno visto nazionalità, colore della pelle, condizione sociale, ma semplicemente, donne e uomini in pericolo a cui tendere una mano“. Sperando di aver fornito almeno una risposta sul perché ricordare Adamello Collini, chiudo utilizzando le parole del Presidente Mattarella, nel discorso fatto durante la sua visita ad Auschwitz: “L’odio, il pregiudizio, il razzismo, l’estremismo, l’antisemitismo, l’indifferenza, il delirio, la volontà di potenza sono in agguato, sfidano in permanenza la coscienza delle persone e dei popoli”. “Non può essere ammesso nessun cedimento alle manifestazioni di intolleranza e di violenza, nessun arretramento nella tutela dei diritti e delle libertà fondamentali, base del nostro convivere pacifico”. “Ricordare è dimensione di impegno. È dimostrazione che, contro gli araldi dell’oblio, la memoria vince”.

Commemorazione uccisione don Giuseppe Borea

Anche quest’anno in ricordo del martirio di don Giuseppe Borea si terrà la commemorazione a cura delle sezioni locali di  A.N.P.C. ed A.N.P.I., del comitato spontaneo che si è costituito per ricordarne la figura, e della Diocesi di Piacenza-Bobbio con una Santa Messa che verrà celebrata: Sabato 10 febbraio p.v., alle 9.30, nella chiesa di Santa Maria del Suffragio (cappella del cimitero di Piacenza). 

Celebrerà l’eucarestia don Davide Maloberti, direttore del settimanale diocesano Il Nuovo Giornale, accompagnato all’organo dalla prof.ssa Michaela Mika Mori; a seguire, nello spazio antistante la cappella funeraria del Pio Ritiro Cerati, presso il cimitero, si terrà un momento di preghiera e verrà deposta una corona d’alloro.
Nel ringraziare della partecipazione, alleghiamo l’invito alla commemorazione

Ricordando i partigiani cristiani della Divisione 100 Croci

Erano passati pochi giorni dalla fine della  famosa ” Battaglia del Gottero” dove dove tutti ne vantano meriti ma solo in pochi l’hanno combattuta e l’offensiva nemica dei soldati tedeschi e dei mongoli, mettevano in quelle fredde giornate a dura prova i Partigiani Cristiani della Divisione 100 Croci. Per tanto la Divisione 100 Croci, da sola ostacolava il nemico costringendolo alla ritirata. La neve, ben più alta del metro aiutava è allo stesso tempo indicava al nemico la posizione dei Partigiani costretti a frequenti spostamenti in quanto le postazioni dei mortaisti da entrambe le parti, picchiavano forte con i 75 e i 105mm. Purtroppo, la Divisione garibaldina che avrebbe dovuto guardare le spalle I Partigiani della Cento Croci impegnati  in prima linea, si ritirava in direzione Valletti abbandonando ad un duro e tragico destino i Partigiani ad un più aspro combattimento. Circondati dal nemico formato da truppe tedesche , mongole e reparti degli alpini della Divisione Monte Rosa, si davano già tutti per morti. La nebbia, che ha sempre caratterizzato le giornate invernali dal Cento Croci al Monte Gottero, detta “u cappellâ” cala; la visibilità era di alcuni metri. I Partigiani della Cento Croci con muli al seguito, reparto mortaisti, sabotatori si guardano nel viso  giocano la loro sorte passando tra le fila del nemico. “Sentivamo parlare tedesco” ricorda il Partigiano Armanino Armando e suo fratello Lorenzo del reparto sabotatori, ma o così, oppure la morte certa. Purtroppo, venutasi a creare quella situazione di isolamento da parte di chi doveva proteggere le spalle ai vari reparti d’attacco della 100 Croci, in combattimento che durò alcuni giorni, il 20 gennaio 1945 caddero tre valorosi Partigiani Cristiani: Ameghino Riccardo, Valentino Marchi e Elio Ferrari. Onore e Gloria a questi valorosi Partigiani Cristiani caduti per dare al popolo italiano Libertà e Democrazia senza colore politico.

Anpc di Codogno per il Giorno della Memoria

L’Anpc di Codogno con l’adesione dell’Aned di Lodi, della Fondazione Taramelli di Lodi, la Piccola Impresa Teatrale “Le stanze di Igor” di Caselle Landi ed il Circolo di Codogno del PD, in occasione della Giornata della Memoria, hanno preparato una mostra fotografica (durata ben due weekend) in Via Carducci 44 a Codogno. La proposta era divisa in due parti.

La prima parte si è svolta sabato 27 e domenica 28 gennaio. Prevedeva una serie di fotografie scattate da Anna e Gian Paolo Bergamaschi durante alcuni viaggi presso i luoghi della memoria italiani: il capo di Fossoli, il Museo del Deportato di Carpi, la Risiera di San Sabba di Trieste e il Binario 21 di Milano. La professoressa Anna Andena, in qualità di guida, ha accompagnato in entrambi i sabati il folto pubblico presente alla scoperte di queste località di dolore e di morte. Al termine del viaggio, gli attori Matteo, Elio ed Agostino del Gruppo Teatrale “Le stanze di Igor” hanno letto una serie di brani e poesie sul tema della giornata.

Il secondo weekend sabato 3 e domenica 4 febbraio prevedeva una serie di scatti realizzati da Gian Paolo, Anna e Francesco Bergamaschi nei capi di concentramento di Mauthausen e Aushwitz e al Museo Yad Vashem di Gerusalemme.

I presenti, in grande silenzio, hanno ascoltato la descrizione e le impressioni sulle fotografie con accurate didascalie, che ripercorrevano luoghi dove milioni di persone sono state internate ed uccise.

Di seguito l’articolo completo pubblicato su “il popolo codognese”.

Giornata della Memoria 2024 a Bergamo

Tante iniziative a Bergamo e Provincia nella settimana della memoria : film, concerti presentazione libri e interventi recitati dai ragazzi di alcune  scuole della città. L’A.N.P.C. era presente: alla Rocca – parco rimembranze dove, davanti alla lapide in ricordo degli ebrei bergamaschi deportati nei campi di sterminio alcuni studenti del Liceo Classico hanno suonato e letto alcune testimonianze dei prigionieri sopravvissuti , poi nella suggestiva chiesetta di Sant’Eufemia un omaggio alla lapide delle ceneri dei deportati nei lager-. Sosta anche alla stazione ferroviaria dove davanti al binario 1 gli studenti del Liceo Scientifico hanno ricordato i lavoratori del Nord Italia deportati nei campi di concentramento perchè rei di aver scioperato contro la produzione di armi nelle loro fabbriche -. Nel parco del Comune di Bergamo un momento di raccoglimento in ricordo di 20 bambini ebrei uccisi  dopo essere stati usati come cavie dal dott. Mengele per i suoi esperimenti scientifici. Particolarmente toccante il ricordo di alcuni  studenti di una scuola media che hanno idealmente dato loro  voce nel raccontare il loro desiderio di riunirsi alla mamma. Altra tappa significativa alla ex-caserma Montelungo (prossimamente Università) dove è stata posta una ” SOGLIA D’INCIAMPO” ( la prima in Lombardia) a ricordo degli 850 lavoratori  qui rinchiusi in attesa di essere spediti nei campi di lavoro tedeschi. Qui i bambini di alcune  scuole elementari hanno incontrato i figli e nipoti dei deportati e ascoltato la loro testimonianza. Tanti stimoli alla conoscenza della fragilità della pace e l’impegno a conservare i valori  di chi ha lottato per la giustizia. 

Celebrazione ufficiale Giornata della Memoria 27 gennaio 2024- Piacenza

Oggi più di ieri è necessario ricordare, a fronte di una ripresa dell’antisemitismo causata dalla guerra iniziata in Palestina dopo l’attacco di Hamas a Israele. Anche Piacenza ieri ha celebrato sabato 27 gennaio scorso il  Giorno della Memoria con la cerimonia istituzionale che onora le vittime della Shoah. Nel  Giardino della Memoria, in Stradone Farnese, sono intervenuti il prefetto Paolo Ponta, la sindaca di Piacenza Katia Tarasconi e la presidente della Provincia Monica Patelli, con un momento di preghiera affidato a don Davide Maloberti in rappresentanza della Diocesi. Poi è stato osservato un minuto di silenzio. Presenti anche numerosi giovani per dare un segnale di speranza alle future generazioni: una rappresentanza del liceo artistico “Cassinari” e della Consulta degli Studenti e Nicholaj Franceschi e Sara De Petra del Campus di Piacenza della Cattolica. Durante la cerimonia, il prefetto e la sindaca hanno onorato la memoria di Luigi Biondi, militare deportato dall’8 settembre 1943 al 1° aprile 1945 e internato presso la Hugo Schneider. Gli è stata assegnata una delle medaglie d’onore concesse dal presidente della Repubblica ai cittadini italiani, militari e civili, deportati e internati nei lager nazisti e destinati al lavoro coatto per l’economia di guerra. La medaglia è stata ritirata da Fabrizio Biondi, figlio di Luigi. Il prefetto ha salutato tutti i presenti, comprese le Associazioni partigiane (A.N.P.I. e A.N.P.C.), le Associazioni combattentistiche, d’Arma e di Categoria, le Associazioni di Volontariato, e i cittadini intervenuti. Con il suo discorso il prefetto di Piacenza, Paolo Ponta, ha voluto sottolineare, tra l’altro, che “purtroppo gli eventi del 7 ottobre in Israele hanno tragicamente riportato alla cronaca attuale fatti e circostanze che, forse ingenuamente, ritenevamo consegnati alla Storia. Per questo, auspicando una pacifica conclusione dei conflitti in atto, non possiamo sottrarci all’imperativo morale e civile di rigettare con il massimo rigore ogni rigurgito di razzismo, di terrorismo e di antisemitismo, da qualsiasi parte provenga”. Patelli ha citato alcune parole scritte da Anna Frank: “Vedo il mondo mutarsi lentamente in un deserto, odo sempre più forte l’avvicinarsi del rombo che ucciderà noi pure, partecipo al dolore di milioni di uomini, eppure quando guardo il cielo, penso che tutto si volgerà nuovamente al bene, che anche questa spietata durezza cesserà, che ritorneranno l’ordine, la pace e la serenità”. Tarasconi ha in particolare ricordato l’infame esclusione dalle scuole che colpì bambini e ragazzi ebrei con le leggi razziali del regime fascista. “Coltivare la memoria, ascoltarne il monito nel presente, trasmetterne gli insegnamenti più dolorosi alle ragazze e ai ragazzi che sono qui insieme a noi in questa ricorrenza, è l’unico modo in cui possiamo tendere la mano verso quella voragine che ha inghiottito milioni di vite. Non le dimenticheremo mai – ha detto la sindaca di Piacenza – ma nel loro nome continueremo a impegnarci per costruire la pace”.

La delegazione ANPC Piacenza con presidente della Provincia, Prefetto Mariodi Piacenza e direttore settimanale diocesano

30 gennaio 1944-2024. Celebrazione 80° della fucilazione di Don Pasquino Borghi 

Celebrazione per l’80 della fucilazione di Don Pasquino Borghi  nella basilica della Ghiara a Reggio Emilia  celebrata da don Giuseppe Dossetti alla presenza del sindaco di Reggio e dei comuni reggiani in cui ha operato Don Pasquino e della sezione ANPC di Reggio. Deposizione corona di alloro nel luogo in cui fu rinchiuso Don Pasquino prima della fucilazione al poligono.

L’immagine di Don Pasquino su sfondo blu nella foto qui sotto è stata realizzata dai ragazzi dell’Istituto Comprensivo di Carpineti (re)intitolato al Sacerdote Medaglia d’Oro al Valor Militare.

Celebrazione della Giornata della memoria a Borgonovo Val Tidone (Piacenza)

27.01.2024 – Don Giuseppe Beotti è stato esempio di uomo e sacerdote che ebbe il coraggio di restare “semplicemente” al proprio posto. Per questo diventò tra gli unici baluardi in un periodo di totale sbandamento. A Borgonovo V.T. sabato 27 gennaio alle ore 16.00 la Giornata della Memoria ha messo al centro la figura del beato, protagonista di un convegno che nei locali dell’oratorio che ha visto la partecipazione di più di cento borgonovesi, e i sindaci di Borgonovo V.T., Monica Patelli (che è anche presidente della Provincia di Piacenza), di Gragnano Trebbiense, Patrizia Calza ed il rappresentante del Comune di Piacenza, Salvatore Scafuto.

Foto di gruppo con relatori, sindaci e allievi scuola media

Alcuni di loro ebbero la fortuna di essere battezzati dal sacerdote, originario di Campremoldo Sotto di Gragnano e che a Borgonovo prestò servizio tra il 1938 e il 1940, prima di essere inviato a Sidolo di Bardi a Parma dove venne fucilato nel luglio del 1944 durante un rastrellamento dei nazifascisti. Con lui vennero assassinati don Francesco Delnevo, parroco di Porcigatone di Borgotaro, e il seminarista Italo Subacchi.
L’invito è stato raccolto dall’amministrazione comunale che insieme alla parrocchia e alle scuole ha organizzato l’affollato evento ieri a Borgonovo. «Don Beotti – ha detto il presidente dell’Associazione Nazionale Partigiani Cristiani sezione di Piacenza, Mario Spezia – è l’esempio di santi che sono in mezzo a noi. Persone che hanno fatto fino in fondo il proprio dovere». «Dopo l’otto settembre del 1943 – ha proseguito Spezia – i sacerdoti, soprattutto quelli di montagna, restarono tra i pochi punti di riferimento. La particolarità di don Beotti fu quella di non scappare. A lui come ad altri venne chiesto di fornire informazioni che non volle mai dare; per questo venne ucciso».

Intervento Mario Spezia, presidente provinciale A.N.P.C. Piacenza

Sempre a proposito di sacerdoti martiri della Resistenza, Spezia ha ricordato il sacrificio di don Giuseppe Borea, parroco di Obolo di Gropparello fucilato nei pressi del cimitero di Piacenza nel febbraio del 1945: per lui e il suo esempio l’associazione presieduta da Spezia ha presentato causa di beatificazione: «Queste sono figure grandissime che vogliamo onorare perché ci hanno permesso di vivere in pace fino ad oggi».
Al convegno organizzato a Borgonovo hanno dato il loro contributo anche gli studenti delle scuole, pronti a rievocare un pezzo atroce di storia di 80 anni fa, «ma che non riguarda solo il nostro passato – ha sottolineato la sindaca Monica Patelli – quanto anche il nostro futuro passato».

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