ANPC Nazionale

Associazione Nazionale Partigiani Cristiani

Giorno della Memoria 2024: ricordato a Tres Adamello Collini

“Ospitare … è la legge di Dio”. La testimonianza della guida alpina Adamello Collini nel ricordo di Claudio Bassetti

Adamello Collini (Pinzolo TN 1890 – Mauthausen-Melk 1945). Guida alpina della Val Rendena, fondatore del Rifugio Bedole in alta Val di Genova, alle pendici della Presanella e dell’Adamello. Nel corso della guerra, quel rifugio divenne nascondiglio per profughi antifascisti, ebrei, aviatori alleati abbattuti e disertori tedeschi, partigiani. Collini accompagnava i fuggiaschi tra le montagne e i ghiacciai che conosceva alla perfezione fino al Passo del Tonale, tappa della “rat line” che permetteva in breve tempo di raggiungere la salvezza in Svizzera. Il 27 settembre 1943, a seguito di una soffiata, venne catturato nel suo rifugio da militi nazisti travestiti da disertori. Al primo interrogatorio rispose: “Non sono a conoscenza del Codice di Guerra, ma, qualora lo conoscessi, al di sopra di questo Codice vi è una Legge che, anziché proibire, ordina di ospitare, in questi luoghi selvaggi, chiunque chiede aiuto. È la legge di Dio”. Una risposta degna di un interprete autentico di una coscienza civile e cristiana adulte e profonde, assimilabili alla riflessione e alla testimonianza di Dietrich Bonhoeffer, impiccato a Flossemburg. Tutte le sue azioni dopo l’arresto – comprese le possibilità di fuga a cui si sottrasse per non mettere in pericolo la famiglia e i compagni – dimostrarono la medesima determinazione, dignità e coerenza. Collini venne internato nel lager di Mauthausen, pensato per annientare i prigionieri attraverso il lavoro forzato, la malnutrizione e gli stenti. Vi resistette 2 anni, morendo il 12 febbraio del ‘45 all’età di 55 anni e a pochi mesi dalla fine del conflitto. Il 26 luglio 2000 è stata riconosciuta ad Adamello Collini la medaglia d’oro al valor civile dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi.

Il 2 febbraio presso la chiesa parrocchiale di Tres (TN), in occasione della “Giornata della Memoria”, il Coro San Romedio Anaunia ha proposto il recital “Chi salva una vita”. Questo atto unico di Renzo Fracalossi che racconta vicende di coraggio per salvare chi, durante gli anni bui del nazifascismo, fu perseguitato per la propria razza o per il proprio credo. Tra queste Adamello Collini. Proponiamo di seguito la riflessione proposta durante la serata da Claudio Bassetti, presidente del Comitato Trentino-Alto Adige del Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza e già presidente del CAI – SAT Società Alpinisti Tridentini.

M.G.

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La riflessione di Claudio Bassetti (Tres, 2 febbraio 2024)

Perché è così importante ricordare Adamello Collini?

Ottant’anni fa a Melk nel sottocampo dello spaventoso lager di Mauthausen moriva tragicamente il n° 110444. La disumanità nazista eliminava i nomi delle persone, li cancellava da vivi. Il numero identificava Adamello Collini. Perché siamo ancora qui a parlare della sua figura, a ricordarne la vicenda umana, a raccontare ed ascoltare la scelta da lui operata in anni difficilissimi, terribili, a onorare il suo sacrificio? Cerco una risposta e la metto alla vostra attenzione.

Perché la sua scelta è una scelta che ci riguarda, perché parla di libertà, di dignità, di riscatto, di coraggio. È una scelta che parla di solidarietà, di umanità, di aiuto. Riguarda quindi la sua ma anche la nostra dimensione personale e tocca anche la dimensione sociale, collettiva, comunitaria. Adamello aveva costruito un rifugio in fondo alla Val Genova, una casa accogliente ed ospitale, bellissima, che ancora adesso è un’icona del paesaggio. Ci andiamo spesso a camminare, per fermarsi lì ad osservare lo spettacolo della natura o proseguire per i ghiacciai dei monti da cui ha preso il nome.   Ma potremmo andarci anche per capire dove è nata la nostra Repubblica, come disse Piero Calamandrei in una memorabile lezione agli studenti nel 1955: “Se volete andare in pellegrinaggio, nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati, dovunque è morto un italiano, per riscattare la libertà e la dignità: andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione”.

Adamello, come Bortolo Donati, Attilio Serini, Giacomo Spada, che con lui collaborarono per aiutare coloro i quali volevano passare la frontiera e rifugiarsi in Svizzera. Tutti si conoscono e conoscono bene la montagna e le sue leggi, che contemplano anche la solidarietà. E così, in modo spontaneo, attorno a quei due rifugi e alle malghe, si crea anche una rete di sostegno a disertori, sbandati, ex prigionieri, perseguitati, ebrei, che dal fondovalle risalgono a cercare rifugio in Svizzera. Adamello come Ettore Castiglioni, come Tita Piaz, come Gigino Battisti, Ugo Perini, Giulio Martini come tanti montanari amanti della libertà e insofferenti alla tirannide fascista. Tutti questi si saranno riconosciuti nella straordinaria risposta che Collini diede al comandante della Gendarmerie Schwarz, che lo arresta con l’aiuto di un delatore e che lo accusa di tradimento: «Non sono a conoscenza del codice di guerra ma anche qualora lo conoscessi, vi è al di sopra di questo codice una legge che, anziché proibire, ordina di ospitare in questi luoghi selvaggi chiunque chieda qualsiasi aiuto. È la legge di Dio».

Sono parole dal valore universale, che valgono soprattutto ora. E che rileggiamo molto simili, in latri contesti, molti anni dopo nella frase del comandante di una nave denunciato per aver salvato dei naufraghi: “Abbiamo ben chiare le leggi del mare. Chi va per mare ha naturalmente fatto sua la naturale e incondizionata solidarietà verso chiunque navighi su un guscio con sotto la chiglia centinaia, spesso migliaia, di metri di buio abisso. Questo si aggiunge alla umana solidarietà verso chi ha il coraggio di fuggire una certa, orrenda fine”.

È la stessa logica che ha mosso la guida alpina francese, Benoit Ducos, insieme ai volontari Anne Moutte e Pierre Mumber della associazione Tous Migrants. Incriminata dallo Stato francese per aver portato in salvo una donna incinta e i suoi parenti, raccolti in una tormenta di neve al confine con l’Italia: “È stato un dovere, non una scelta. Benoît Ducos non ha dubbi: rifarebbe quel che ha fatto «perché è normale aiutare chi ha bisogno e sta male. Nessun ripensamento, doveva salvare quella donna incinta e i suoi familiari persi nella neve alta. E l’ha fatto. Questione di umanità. Benoît è un falegname, guardia alpina volontaria, nonché membro dell’associazione francese «Refuge solidaire» di Briançon, a due passi dal confine italo-francese”.

Parole di Franco Giacomoni, grande Presidente SAT, scomparso da poco che qui ricordo con grande affetto.  Franco Giacomoni è stato per molti anni anche presidente del Premio SAT che assegnò nel 2019 il Premio SAT per la Categoria “Sociale” all’Associazione Tous Migrants di cui Benoît è parte. Scriveva Franco nel suo discorso introduttivo alla cerimonia: “Ecco, è sufficiente questo: al di là di motivazioni politiche e/o ideologiche, una realtà che applica, come il comandante della nave la legge del mare, la legge della montagna: aiutare, assistere, salvare sempre e comunque chi è in difficoltà, chi chiede aiuto. Con questo Premio la SAT vuole unire, fortunatamente nelle totali diversità storiche, Tous Migrants ai nomi di Adamello Collini e Ettore Castiglioni che, come loro, non hanno visto nazionalità, colore della pelle, condizione sociale, ma semplicemente, donne e uomini in pericolo a cui tendere una mano“. Sperando di aver fornito almeno una risposta sul perché ricordare Adamello Collini, chiudo utilizzando le parole del Presidente Mattarella, nel discorso fatto durante la sua visita ad Auschwitz: “L’odio, il pregiudizio, il razzismo, l’estremismo, l’antisemitismo, l’indifferenza, il delirio, la volontà di potenza sono in agguato, sfidano in permanenza la coscienza delle persone e dei popoli”. “Non può essere ammesso nessun cedimento alle manifestazioni di intolleranza e di violenza, nessun arretramento nella tutela dei diritti e delle libertà fondamentali, base del nostro convivere pacifico”. “Ricordare è dimensione di impegno. È dimostrazione che, contro gli araldi dell’oblio, la memoria vince”.

Commemorazione uccisione don Giuseppe Borea

Anche quest’anno in ricordo del martirio di don Giuseppe Borea si terrà la commemorazione a cura delle sezioni locali di  A.N.P.C. ed A.N.P.I., del comitato spontaneo che si è costituito per ricordarne la figura, e della Diocesi di Piacenza-Bobbio con una Santa Messa che verrà celebrata: Sabato 10 febbraio p.v., alle 9.30, nella chiesa di Santa Maria del Suffragio (cappella del cimitero di Piacenza). 

Celebrerà l’eucarestia don Davide Maloberti, direttore del settimanale diocesano Il Nuovo Giornale, accompagnato all’organo dalla prof.ssa Michaela Mika Mori; a seguire, nello spazio antistante la cappella funeraria del Pio Ritiro Cerati, presso il cimitero, si terrà un momento di preghiera e verrà deposta una corona d’alloro.
Nel ringraziare della partecipazione, alleghiamo l’invito alla commemorazione

Ricordando i partigiani cristiani della Divisione 100 Croci

Erano passati pochi giorni dalla fine della  famosa ” Battaglia del Gottero” dove dove tutti ne vantano meriti ma solo in pochi l’hanno combattuta e l’offensiva nemica dei soldati tedeschi e dei mongoli, mettevano in quelle fredde giornate a dura prova i Partigiani Cristiani della Divisione 100 Croci. Per tanto la Divisione 100 Croci, da sola ostacolava il nemico costringendolo alla ritirata. La neve, ben più alta del metro aiutava è allo stesso tempo indicava al nemico la posizione dei Partigiani costretti a frequenti spostamenti in quanto le postazioni dei mortaisti da entrambe le parti, picchiavano forte con i 75 e i 105mm. Purtroppo, la Divisione garibaldina che avrebbe dovuto guardare le spalle I Partigiani della Cento Croci impegnati  in prima linea, si ritirava in direzione Valletti abbandonando ad un duro e tragico destino i Partigiani ad un più aspro combattimento. Circondati dal nemico formato da truppe tedesche , mongole e reparti degli alpini della Divisione Monte Rosa, si davano già tutti per morti. La nebbia, che ha sempre caratterizzato le giornate invernali dal Cento Croci al Monte Gottero, detta “u cappellâ” cala; la visibilità era di alcuni metri. I Partigiani della Cento Croci con muli al seguito, reparto mortaisti, sabotatori si guardano nel viso  giocano la loro sorte passando tra le fila del nemico. “Sentivamo parlare tedesco” ricorda il Partigiano Armanino Armando e suo fratello Lorenzo del reparto sabotatori, ma o così, oppure la morte certa. Purtroppo, venutasi a creare quella situazione di isolamento da parte di chi doveva proteggere le spalle ai vari reparti d’attacco della 100 Croci, in combattimento che durò alcuni giorni, il 20 gennaio 1945 caddero tre valorosi Partigiani Cristiani: Ameghino Riccardo, Valentino Marchi e Elio Ferrari. Onore e Gloria a questi valorosi Partigiani Cristiani caduti per dare al popolo italiano Libertà e Democrazia senza colore politico.

Anpc di Codogno per il Giorno della Memoria

L’Anpc di Codogno con l’adesione dell’Aned di Lodi, della Fondazione Taramelli di Lodi, la Piccola Impresa Teatrale “Le stanze di Igor” di Caselle Landi ed il Circolo di Codogno del PD, in occasione della Giornata della Memoria, hanno preparato una mostra fotografica (durata ben due weekend) in Via Carducci 44 a Codogno. La proposta era divisa in due parti.

La prima parte si è svolta sabato 27 e domenica 28 gennaio. Prevedeva una serie di fotografie scattate da Anna e Gian Paolo Bergamaschi durante alcuni viaggi presso i luoghi della memoria italiani: il capo di Fossoli, il Museo del Deportato di Carpi, la Risiera di San Sabba di Trieste e il Binario 21 di Milano. La professoressa Anna Andena, in qualità di guida, ha accompagnato in entrambi i sabati il folto pubblico presente alla scoperte di queste località di dolore e di morte. Al termine del viaggio, gli attori Matteo, Elio ed Agostino del Gruppo Teatrale “Le stanze di Igor” hanno letto una serie di brani e poesie sul tema della giornata.

Il secondo weekend sabato 3 e domenica 4 febbraio prevedeva una serie di scatti realizzati da Gian Paolo, Anna e Francesco Bergamaschi nei capi di concentramento di Mauthausen e Aushwitz e al Museo Yad Vashem di Gerusalemme.

I presenti, in grande silenzio, hanno ascoltato la descrizione e le impressioni sulle fotografie con accurate didascalie, che ripercorrevano luoghi dove milioni di persone sono state internate ed uccise.

Di seguito l’articolo completo pubblicato su “il popolo codognese”.

Giornata della Memoria 2024 a Bergamo

Tante iniziative a Bergamo e Provincia nella settimana della memoria : film, concerti presentazione libri e interventi recitati dai ragazzi di alcune  scuole della città. L’A.N.P.C. era presente: alla Rocca – parco rimembranze dove, davanti alla lapide in ricordo degli ebrei bergamaschi deportati nei campi di sterminio alcuni studenti del Liceo Classico hanno suonato e letto alcune testimonianze dei prigionieri sopravvissuti , poi nella suggestiva chiesetta di Sant’Eufemia un omaggio alla lapide delle ceneri dei deportati nei lager-. Sosta anche alla stazione ferroviaria dove davanti al binario 1 gli studenti del Liceo Scientifico hanno ricordato i lavoratori del Nord Italia deportati nei campi di concentramento perchè rei di aver scioperato contro la produzione di armi nelle loro fabbriche -. Nel parco del Comune di Bergamo un momento di raccoglimento in ricordo di 20 bambini ebrei uccisi  dopo essere stati usati come cavie dal dott. Mengele per i suoi esperimenti scientifici. Particolarmente toccante il ricordo di alcuni  studenti di una scuola media che hanno idealmente dato loro  voce nel raccontare il loro desiderio di riunirsi alla mamma. Altra tappa significativa alla ex-caserma Montelungo (prossimamente Università) dove è stata posta una ” SOGLIA D’INCIAMPO” ( la prima in Lombardia) a ricordo degli 850 lavoratori  qui rinchiusi in attesa di essere spediti nei campi di lavoro tedeschi. Qui i bambini di alcune  scuole elementari hanno incontrato i figli e nipoti dei deportati e ascoltato la loro testimonianza. Tanti stimoli alla conoscenza della fragilità della pace e l’impegno a conservare i valori  di chi ha lottato per la giustizia. 

Celebrazione ufficiale Giornata della Memoria 27 gennaio 2024- Piacenza

Oggi più di ieri è necessario ricordare, a fronte di una ripresa dell’antisemitismo causata dalla guerra iniziata in Palestina dopo l’attacco di Hamas a Israele. Anche Piacenza ieri ha celebrato sabato 27 gennaio scorso il  Giorno della Memoria con la cerimonia istituzionale che onora le vittime della Shoah. Nel  Giardino della Memoria, in Stradone Farnese, sono intervenuti il prefetto Paolo Ponta, la sindaca di Piacenza Katia Tarasconi e la presidente della Provincia Monica Patelli, con un momento di preghiera affidato a don Davide Maloberti in rappresentanza della Diocesi. Poi è stato osservato un minuto di silenzio. Presenti anche numerosi giovani per dare un segnale di speranza alle future generazioni: una rappresentanza del liceo artistico “Cassinari” e della Consulta degli Studenti e Nicholaj Franceschi e Sara De Petra del Campus di Piacenza della Cattolica. Durante la cerimonia, il prefetto e la sindaca hanno onorato la memoria di Luigi Biondi, militare deportato dall’8 settembre 1943 al 1° aprile 1945 e internato presso la Hugo Schneider. Gli è stata assegnata una delle medaglie d’onore concesse dal presidente della Repubblica ai cittadini italiani, militari e civili, deportati e internati nei lager nazisti e destinati al lavoro coatto per l’economia di guerra. La medaglia è stata ritirata da Fabrizio Biondi, figlio di Luigi. Il prefetto ha salutato tutti i presenti, comprese le Associazioni partigiane (A.N.P.I. e A.N.P.C.), le Associazioni combattentistiche, d’Arma e di Categoria, le Associazioni di Volontariato, e i cittadini intervenuti. Con il suo discorso il prefetto di Piacenza, Paolo Ponta, ha voluto sottolineare, tra l’altro, che “purtroppo gli eventi del 7 ottobre in Israele hanno tragicamente riportato alla cronaca attuale fatti e circostanze che, forse ingenuamente, ritenevamo consegnati alla Storia. Per questo, auspicando una pacifica conclusione dei conflitti in atto, non possiamo sottrarci all’imperativo morale e civile di rigettare con il massimo rigore ogni rigurgito di razzismo, di terrorismo e di antisemitismo, da qualsiasi parte provenga”. Patelli ha citato alcune parole scritte da Anna Frank: “Vedo il mondo mutarsi lentamente in un deserto, odo sempre più forte l’avvicinarsi del rombo che ucciderà noi pure, partecipo al dolore di milioni di uomini, eppure quando guardo il cielo, penso che tutto si volgerà nuovamente al bene, che anche questa spietata durezza cesserà, che ritorneranno l’ordine, la pace e la serenità”. Tarasconi ha in particolare ricordato l’infame esclusione dalle scuole che colpì bambini e ragazzi ebrei con le leggi razziali del regime fascista. “Coltivare la memoria, ascoltarne il monito nel presente, trasmetterne gli insegnamenti più dolorosi alle ragazze e ai ragazzi che sono qui insieme a noi in questa ricorrenza, è l’unico modo in cui possiamo tendere la mano verso quella voragine che ha inghiottito milioni di vite. Non le dimenticheremo mai – ha detto la sindaca di Piacenza – ma nel loro nome continueremo a impegnarci per costruire la pace”.

La delegazione ANPC Piacenza con presidente della Provincia, Prefetto Mariodi Piacenza e direttore settimanale diocesano

30 gennaio 1944-2024. Celebrazione 80° della fucilazione di Don Pasquino Borghi 

Celebrazione per l’80 della fucilazione di Don Pasquino Borghi  nella basilica della Ghiara a Reggio Emilia  celebrata da don Giuseppe Dossetti alla presenza del sindaco di Reggio e dei comuni reggiani in cui ha operato Don Pasquino e della sezione ANPC di Reggio. Deposizione corona di alloro nel luogo in cui fu rinchiuso Don Pasquino prima della fucilazione al poligono.

L’immagine di Don Pasquino su sfondo blu nella foto qui sotto è stata realizzata dai ragazzi dell’Istituto Comprensivo di Carpineti (re)intitolato al Sacerdote Medaglia d’Oro al Valor Militare.

Celebrazione della Giornata della memoria a Borgonovo Val Tidone (Piacenza)

27.01.2024 – Don Giuseppe Beotti è stato esempio di uomo e sacerdote che ebbe il coraggio di restare “semplicemente” al proprio posto. Per questo diventò tra gli unici baluardi in un periodo di totale sbandamento. A Borgonovo V.T. sabato 27 gennaio alle ore 16.00 la Giornata della Memoria ha messo al centro la figura del beato, protagonista di un convegno che nei locali dell’oratorio che ha visto la partecipazione di più di cento borgonovesi, e i sindaci di Borgonovo V.T., Monica Patelli (che è anche presidente della Provincia di Piacenza), di Gragnano Trebbiense, Patrizia Calza ed il rappresentante del Comune di Piacenza, Salvatore Scafuto.

Foto di gruppo con relatori, sindaci e allievi scuola media

Alcuni di loro ebbero la fortuna di essere battezzati dal sacerdote, originario di Campremoldo Sotto di Gragnano e che a Borgonovo prestò servizio tra il 1938 e il 1940, prima di essere inviato a Sidolo di Bardi a Parma dove venne fucilato nel luglio del 1944 durante un rastrellamento dei nazifascisti. Con lui vennero assassinati don Francesco Delnevo, parroco di Porcigatone di Borgotaro, e il seminarista Italo Subacchi.
L’invito è stato raccolto dall’amministrazione comunale che insieme alla parrocchia e alle scuole ha organizzato l’affollato evento ieri a Borgonovo. «Don Beotti – ha detto il presidente dell’Associazione Nazionale Partigiani Cristiani sezione di Piacenza, Mario Spezia – è l’esempio di santi che sono in mezzo a noi. Persone che hanno fatto fino in fondo il proprio dovere». «Dopo l’otto settembre del 1943 – ha proseguito Spezia – i sacerdoti, soprattutto quelli di montagna, restarono tra i pochi punti di riferimento. La particolarità di don Beotti fu quella di non scappare. A lui come ad altri venne chiesto di fornire informazioni che non volle mai dare; per questo venne ucciso».

Intervento Mario Spezia, presidente provinciale A.N.P.C. Piacenza

Sempre a proposito di sacerdoti martiri della Resistenza, Spezia ha ricordato il sacrificio di don Giuseppe Borea, parroco di Obolo di Gropparello fucilato nei pressi del cimitero di Piacenza nel febbraio del 1945: per lui e il suo esempio l’associazione presieduta da Spezia ha presentato causa di beatificazione: «Queste sono figure grandissime che vogliamo onorare perché ci hanno permesso di vivere in pace fino ad oggi».
Al convegno organizzato a Borgonovo hanno dato il loro contributo anche gli studenti delle scuole, pronti a rievocare un pezzo atroce di storia di 80 anni fa, «ma che non riguarda solo il nostro passato – ha sottolineato la sindaca Monica Patelli – quanto anche il nostro futuro passato».

Commemorazione don Pietro Pappagallo 29 gennaio

Pubblichiamo l’intervento pronunciato dal Consigliere Gianfranco Noferi  durante la cerimonia di commemorazione dell’80° dell’arresto di don Pietro Pappagallo e del prof. Gioacchino Gesmundo, 29 gennaio 2024, via Urbana – Roma. Organizzata dalla Sezione  ANPI- don Pietro Pappagallo, presenti il sindaco di Terlizzi, rappresentanze della Scuola primaria ”Don Pietro pappagallo” di Terlizzi e la Scuola Media Statale “G. Gesmundo” di Terlizzi, gli assessori alla Memoria del I° e V° municipio di Roma.

“Ringrazio per l’invito a portare il saluto dell’Associazione Nazionale Partigiani Cristiani. Ringrazio l’amico Massimo Crisci che mi offre l’onore di leggere un messaggio ricevuto dal Cardinale Matteo Zuppi, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana. “Il ricordo della Shoah, il buio, la notte terribile che ha inghiottito la vita di milioni di persone, è sempre accompagnata dalla luce dei Giusti. Don Pietro Pappagallo è stato una luce mite e coraggiosa, la cui memoria onora la nostra Chiesa e la nostra città, ma anche mostra la colpevole ignavia della maggioranza. La sua testimonianza chiede a tutti , oggi  nelle tenebre di tanta violenza, di sconfiggere l’odio e il pregiudizio, l’arroganza che toglie rispetto e valore alla persona. Per me è anche unita al ricordo di don Pietro Sigurani, uomo che ha cercato sempre di illuminare con la propria vita le tante oscurità del male”.

Non sarebbe necessario,  ma ricordo,  a me per primo,  che don Pietro Sigurani, morto nel 2022 a 86 anni, fino all’ultimo è stato rettore della basilica di Sant’Eustachio, dove aveva creato  la Casa della Misericordia. Il luminoso esempio e il sacrificio di don Pappagallo non fu episodio raro, ma parte di un rapporto molto stretto tra clero e Resistenza in Italia. Le chiese, le sacrestie, gli oratori, i conventi, divennero punto di raccolta per tantissimi giovani, moltissimi dell’Azione Cattolica, che furono indirizzati verso le bande partigiane. Chiese, conventi, oratori, canoniche, seminari,  furono luoghi sicuri dove i CLN e i comandi del CVL potevano riunirsi clandestinamente sin dall’autunno 1943, dove nascondere le armi,  la stampa clandestina  e i viveri, alcune volte divennero “tesorerie” per le somme di denaro  destinate alle bande in montagna, erano spesso le infermerie per i feriti in combattimento. I sacerdoti, le suore, i religiosi non solo assistevano  partigiani e fuggiaschi, ma costituivano la capillare rete informativa della Resistenza. Come scrisse Giorgio Bocca: «Senza l’aiuto del clero la pianura padana e le valli montane  sarebbero rimasti chiusi e difficilmente accessibili alla ribellione». Del resto senza i luoghi sicuri, senza le parrocchie, i conventi, i seminari, non si sarebbero tenute neanche le riunioni clandestine dei vertici della Resistenza. Due esempi a Milano: le riunioni del CLNAI si tenevano dai salesiani di Sant’Ambrogio a Milano e all’Università Cattolica di padre Gemelli; quelle del Comando Generale Corpo Volontari della Libertà nel convento di suore delle Stelline di Corso Magenta. Tutte le bande partigiane avevano un cappellano, anche le Brigate Garibaldi, che portava conforto ai combattenti, facilitava i rapporti con le comunità locali, trasportava messaggi, armi, rifornimenti, e spesso cercava senza riuscirci, di mitigare o impedire azioni insanamente violente. Esponenti religiosi  diedero  un grande tributo di sangue con morti, feriti, deportati, incarcerati:  a molti si  riconobbero doverose onorificenze  al valore. Come non furono rare le figure di preti combattenti, comandanti partigiani o commissari delle formazioni partigiane.

Nel Martirologio del clero italiano 1940-1947  sono riportate le schede biografiche di 729 Vescovi, Sacerdoti, Religiosi, Chierici, Seminaristi e Fratelli Laici che morirono nel corso della II Guerra Mondiale e negli anni successivi. Tra settembre 1943 e maggio 1945, si ebbero in Italia 425 sacerdoti uccisi (di cui 57 morti in combattimento), dei quali 191 per mano fascista e 125 per opera dei tedeschi, 109 per odio di parte. Solo tre nomi tra i sacerdoti combattenti sopravvissuti don Primo Mazzolari (Fiamme Verdi bresciane) e don Domenico Orlandini ( comandante di una brigata Julia nel reggiano); don Barbareschi fondatore dell’OSCAR e imprigionato e torturato a San Vittore; tra i martiri un nome per tutti,  don Giuseppe Morosini, cappellano della formazione partigiana Monte Mario fucilato a Forte Bravetta.

Consentitemi  un ricordo della mia città:  il cardinale Boetto arcivescovo di  Genova, aiutò  la fuga degli ebrei, tenne stretti rapporti con il CLN  e si fece tramite per la resa dei tedeschi ai partigiani, unico esempio in Europa di una potente formazione militare nazista che si arrendesse alle forze della Resistenza. Auspico che l’anno prossimo, 80° anniversario della Liberazione,  l’ANPC sarà tra i promotori di questa commemorazione in ricordo del sacrificio di  don Pietro Pappagallo e del prof. Gioacchino Gesmundo, l’uno sacerdote e l’altro comunista, che vissero e si sacrificarono nello spirito di unità antifascista. Rivolgo anche un invito a tutti di partecipare agli eventi organizzati dalle associazioni alla Casa della memoria e della storia di Roma, e alla futura   Festa della Resistenza di Roma che si terrà al Quadraro-Quarticciolo i prossimi 24-26 aprile.

Intervento scaricabile in formato pdf:

Padre Gianfranco Chiti da Gignese riconosciuto Venerabile

Ieri ad Orvieto il Vescovo ha annunciato nella piccola chiesa del convento dei Cappuccini che è stato riconosciuto Venerabile, da Papa Francesco e da una commissione di teologi all’unanimità, Padre  Gianfranco Chiti da Gignese, piccolo paese sul versante occidentale del lago Maggiore. Ventitrenne, pur essendo inquadrato nella parte di esercito italiano che, allo sbando dopo l’8 settembre 43, proseguì la guerra dal lato degli aggressori (i nazisti), avendo trovato durante i rastrellamenti nelle Langhe sia partigiani che cittadini italiani di religione ebraica, non li consegno’ alla polizia bensì li nascose e in alcuni casi aiutò a sopravvivere. Le testimonianze sono custodite presso la Sinagoga di Torino. Tra i salvati anche membri della famiglia Segre torinese. Già nell’anno precedente, durante la drammatica ritirata di Russia, dove perdemmo 125.000 soldati nella neve, aveva aiutato decine di suoi giovani sottoposti a sopravvivere. Nel ’44 o ’45, giunti durante un rastrellamento nella casa di campagna di Luigi Einaudi, rettore di Torino, ricercato, esule a Ginevra con decine di altri piemontesi e lombardi, ordinò di non toccare in alcun modo la casa con la preziosa biblioteca su cui si formo’ il nostro futuro Presidente della Repubblica, uno dei migliori economisti d’Europa. Per il resto della sua vita aiutò il prossimo e, diventato generale, scelse la via dei frati minori francescani, come per espiare fino all’ultimo le atrocità viste sul fronte albanese, greco, russo e del nord Italia.  Non l’ho mai sentito esprimere un giudizio negativo su nessuno, ma solo visto dare esempi concreti positivi. La dimostrazione vivente che chiunque, pur trovandosi per colpa di altri, di pochi disonesti, coinvolto in una guerra micidiale come fu la seconda guerra mondiale con circa 45 milioni di morti, può, deve, seguire la propria coscienza. Nei giorni della Memoria crediamo che questo riconoscimento della Santa Sede sia stato provvidenziale, contro l’assurdità di tutte le guerre che arricchiscono solo una manciata di persone e danneggiano per decenni chi la subisce.

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