A distanza di 80 anni dal giorno cui don Giuseppe Beotti fu trucidato unitamente a don Francesco Delnevo, parroco di Porcigatone (Pr), e del giovane chierico Italo Subacchi di Bardi, la Diocesi Piacenza -Bobbio, a cui appartiene la parrocchia di Sidolo in Comune di Bardi, provincia di Parma, lo ricorda con una celebrazione eucaristica, per la prima volta da quando è stato proclamato Beato nella sua chiesa di Sidolo, presieduta dal Vescovo mons. Adriano Cevolotto che si terrà, come da locandina, SABATO 20 LUGLIO 2024 ALLE ORE 10.30. Al termine ci si recherà al luogo della fucilazione, un cippo eretto a ricordo nelle vicinanze della chiesa, in cui con una preghiera verranno ricordati sia i sacerdoti che i civili: Benci Bruno, Bozzia Francesco, Brugnoli Giovanni, Brugnoli Girolamo, Ruggeri Giuseppe (di Borgotaro) anch’essi vittime della furia nazista lo stesso giorno.
L’evento è organizzato in collaborazione con l’Associazione Familiari dei Caduti dell’eccidio del Cibeno, ANED, ANPI, ANPC, FIVL, FIAP e ANPPIA.
Milano, 6 luglio 2024 – Il 1944 fu l’anno delle stragi nazi-fasciste più efferate compiute in Italia. Dopo l’Armistizio del settembre del 1943 si susseguirono rastrellamenti e rappresaglie da sud a nord compiute nelle città ma soprattutto in piccoli paesi, località rurali e nascoste tra i monti dove furono barbaramente uccisi civili, prigionieri, ebrei, partigiani e partigiane. Piazzale Loreto a Milano, le Fosse Ardeatine a Roma ma poi Sant’Anna di Stazzema, Marzabotto, Padule di Fucecchio, Gaggio Montano, Bassano del Grappa e tante altre. Tra queste anche Carpi – Fossoli, un luogo noto perché sede del campo di sterminio di transito verso i lager in Germania e Polonia. Lì, il 12 luglio del 1944, nel Poligono di Tiro di Cibeno, vicino a Fossoli, furono uccisi 67 deportati, la maggior parte di origine milanese.
Questa domenica, una cerimonia proprio nel luogo del martirio ricorderà tutte le vittime con la consegna simbolica di 67 pietre di inciampo. Alla commemorazione parteciperà anche la Città di Milano con il suo Gonfalone accompagnato dalla consigliera comunale Diana De Marchi, in rappresentanza dell’Amministrazione comunale.
Venerdì 12 luglio, alle ore 10, in sala Alessi a Palazzo Marino sarà invece la volta del ricordo di Milano con un convegno commemorativo a cui parteciperanno i rappresentanti delle istituzioni cittadine e delle associazioni partigiane e antifasciste. Con loro interverrà il magnifico rettore dell’Alma Mater Studiorum di Bologna Giovanni Molari, familiare di una delle vittime del terribile eccidio. L’ingresso al convengo è libero e aperto alla cittadinanza.
La Strage di Cibeno è un evento di rilevante importanza storica, simbolo della lotta contro il nazifascismo e della resistenza per una società libera e giusta. Questo convegno, che rientra nel palinsesto di Milano è Memoria, rappresenta un momento di riflessione e commemorazione, volto a mantenere viva la memoria di coloro che hanno sacrificato la propria vita per la libertà.
Programma del Convegno:
• Saluti Istituzionali del Comune di Milano • Presentazione dell’Associazione dei Familiari Interventi:
• Giovanni Molari – Magnifico rettore dell’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna e familiare di un caduto • Mimmo Franzinelli – Storico (in collegamento video) • Filippo Biolé – Avvocato patrocinatore delle cause contro la Germania e pronipote di un internato • Manuela Ghizzoni – Presidente della Fondazione Fossoli • Marco Steiner – Membro del CDA della Fondazione Fossoli e Vicepresidente ANED Milano.
Moderazione:
• Roberta Osculati – Vicepresidente del Consiglio Comunale di Milano
Durante l’incontro, gli attori Chiara Cimmino, pronipote di Giovanni Barbera, e Valerio Vittorio Garaffa rappresenteranno lettere e testimonianze dei fatti del Cibeno, mentre sullo schermo scorreranno le immagini dei 67 caduti. Inoltre, verrà proiettato un filmato dei funerali solenni celebrati il 24 maggio 1945 nel Duomo di Milano, la prima cerimonia pubblica, dopo la Liberazione, alla presenza delle maggiori autorità dello Stato italiano e delle forze alleate (Combat Film – Istituto Luce).
A Senigallia sabato 29 giugno è avvenuto il passaggio di consegne tra Franco Porcelli e Carlo Tortarolo che si è avvicendato alla guida della ANPC locale. Dopo il saluto del sindaco Massimo Olivetti e del Presidente del Consiglio comunale Massimo Bello che ha ricordato la figura di La Pira sono seguiti alcuni interventi, dalla relazione iniziale di Franco Porcelli al ricordo di Mattei di Eraldo Raffaelli.
Si riporta il testo dell’intervento di Carlo Tortarolo, nuovo referente ANPC: “La nostra storia ci invita ad essere vigili contro ogni rischio che vada a intaccare la democrazia e le istituzioni democratiche. La nostra democrazia ha tanti difetti ma è ancora la forma di governo in cui la libertà si riesce a esprimere meglio. Per questo, un buon partigiano deve rendersi disponibile a lottare nei confronti di ogni fascismo, assolutismo o totalitarismo che dovesse presentarsi nel futuro.
Ma abbiamo dei doveri anche nei confronti del presente. C’è un tipo di fascismo più sottile, più pericoloso di quello storico che si muove di nascosto tra un diritto e l’altro creando confusione, disagio e smarrimento nella società. È un nuovo tipo di fascismo che non ha ideologia, non ha neppure come fine teorico quello di elevare l’uomo ma quello di sottometterlo e renderlo sempre più disumano. E il fascismo dell’algoritmo che per profitto abbiamo accolto e che ci vede come strumenti di produzione. E non come esseri umani venuti nel mondo per vivere un’esperienza e per seguire un percorso in cui, a fianco della verità, ogni giorno troviamo anche il dubbio. Per età anagrafica possiamo ringraziare di essere stati educati in una civiltà cristiana, anche se purtroppo questa civiltà cristiana non esiste più e se esiste non ha più la forza oppure il coraggio di farsi sentire. Per i cristiani lo smarrimento oggi è una parola molto attuale.
In questi ultimi quarant’anni tutti condividiamo la responsabilità di non aver saputo a sufficienza preservare e testimoniare la nostra democrazia e la nostra fede. Ci siamo fatti travolgere da un mondo che aveva priorità diverse dallo sviluppo e dalla crescita spirituale dell’uomo. Abbiamo smesso di vivere e siamo stati travolti da una società sempre più interessata al profitto e alla distrazione dell’uomo attraverso meccanismi che nulla hanno a che fare con lo sviluppo di una civiltà in senso positivo.
In questa sala ci sono professionisti, penso ad esempio agli avvocati che da quando hanno iniziato ad esercitare la professione hanno visto cambiare il codice di procedura civile per 7 o 8 volte in nemmeno una quindicina di anni. Con buona pace per il principio del tempus regit actum. In tutte le professioni: le innovazioni, i corsi di formazione improbabili; le liberalizzazioni selvagge hanno reso la vita impossibile a quelli che un tempo esercitavano un’attività liberale e che avevano anche del tempo per pensare, essere critici attenti ed attivi e poter offrire il proprio contributo alla crescita della società. Questo succede quando non si vuole il dissenso e quindi si tengono impegnate le migliori forze del paese al punto che non riesco ad alzare lo sguardo dalle punte dei piedi e quindi non riescano più a guardare l’orizzonte.
Che è l’unico modo per far sì che una civiltà possa crescere e prosperare. Oggi la crescita della società non è una priorità. Ci troviamo in una società sempre più distaccata, sempre più distante, sempre più disumana. Il nostro credere nei diritti umani si risolve semplicemente in un’abitudine per quanto riguarda sempre più esegui territori occidentali. Ma non c’è più stata una spinta morale ideologica per estendere veramente i diritti umani a tutti gli Stati del mondo. Ci si è limitati a scrivere un po’ di carta che è rimasta spesso lettera morta. Ci siamo limitati ad accogliere povera gente di tutto il mondo se non si trovava in queste condizioni di libertà che abbiamo noi.
E questo è un bene ma non lo è l’aumento delle differenze, le difficoltà di integrazione e la profonda crisi economica alla quale siamo abituati che è diventata qualcosa di strutturale di stabile come accade per quelle cose che vengono da qualcuno reputate necessarie. Tutte queste cose, questo volere a tutti i costi garantire tutto a tutti, senza discriminare e quindi capire, ci ha fatto perdere le priorità. Ad esempio, un settore tra i più colpiti è quello della sanità dove la difficoltà di abortire provoca più indignazione dell’impossibilità di un malato di tumore di poter fare una tac con il servizio pubblico in tempo utile per curarsi. Persi nei nostri lavori alienanti siamo arrivati al punto in cui non ci rendiamo più conto da dove veniamo. Siamo cresciuti in una società cristiana ci siamo distratti un attimo e questa società è cambiata terribilmente in peggio.
Essere partigiani cristiani oggi ci obbliga a combattere una nuova battaglia che non è più la battaglia di resistenza contro il fascismo. E la battaglia di resistenza contro il nulla è una lotta spirituale in cui la prima cosa che dobbiamo fare è preservare i valori che ci hanno trasmesso i nostri genitori e che noi dobbiamo trasmettere a nostra volta ai nostri figli e alle generazioni che oggi si avvicinano alla politica e alla vita sociale del paese.
È una lotta spirituale per resistere alla tentazione di dissolversi. Una lotta contro una società non condivisibile, che cataloga le persone dividendole calcando sulle differenze. Le campagne di odio e teorie della sessualità che servono ad impedire che si formi una coscienza e una coesione sociale e che fanno diventare persino il genere sessuale un oggetto di consumo. Tutti contro tutti. E sopra di noi miliardari o trilionari con fantasie socialiste che hanno soprattutto a cuore il benessere degli algoritmi. Noi non siamo questo. Il nostro essere cristiani deve spingerci ad essere di nuovo il sale della terra e nel farlo ricordiamoci che Gesù Cristo è venuto per tutti ma non per tutto. Ci sono cose che è meglio non farle e ci sono cose che non possono essere tollerate. Sforziamoci di trovare le cose che uniscono e testimoniamo il nostro essere cristiani con un impegno attivo nella società e nella politica che porti a riflettere e che ispiri il cambiamento di cui la nostra società ha bisogno per essere più giusta, più umana e più cristiana.
Essere partigiani cristiani deve essere anche questo. Grazie”.
80° anniversario Strage dei 67 martiri di Fossoli domenica 7 luglio | ore 9.15 | Campo di Fossoli | via Remesina Esterna 32 | > Ingresso libero e gratuito, senza prenotazione > Diretta streaming sulla pagina facebook della Fondazione Fossoli
Interverranno: Riccardo Righi Sindaco di Carpi Manuela Ghizzoni Presidente Fondazione Fossoli Marco Steiner Cda Fondazione Fossoli Marco De Paolis Procuratore Generale Militare
> Nel corso della cerimonia verranno consegnate simbolicamente le Pietre d’Inciampo intitolate ai 67 Martiri di Fossoli > La cerimonia sarà accompagnata dal Corpo Bandistico “Città di Carpi”
Importante | Modalità di accesso al Campo di Fossoli > Ingresso tassativamente dalle ore 8:45 alle ore 9:15. > Viabilità e parcheggi: la via Remesina Esterna verrà chiusa al traffico alle ore 9:00. I parcheggi saranno su via dei Grilli, a circa 300 metri dall’ingresso del Campo. > Le persone con difficoltà motorie potranno essere accompagnate dai familiari in auto sino all’ingresso del Campo, entro e non oltre le ore 9:00. > Si raccomanda la massima puntualità.Non sarà possibile in alcun modo:transitare sulla via Remesina Esterna dopo le ore 9:00;entrare al Campo di Fossoli dopo le ore 9:15.
Marco De Paolis | Procuratore Generale Militare presso la Corte Militare d’Appello di Roma. È considerato uno dei maggiori esperti in materia giuridica di crimini di guerra della Seconda guerra mondiale, ha istruito e portato a dibattimento 18 processi, dal 2003 al 2012, per le più gravi stragi nazi-fasciste compiute in Italia durante la seconda guerra mondiale tra cui Monte Sole e Sant’Anna di Stazzema. È autore di numerosi saggi e pubblicazioni a carattere scientifico sul tema dei crimini di guerra e nel campo del diritto penale militare, tra cui: La difficile giustizia. I processi per crimini di guerra tedeschi in Italia (1943-2013), Viella 2016; Sant’Anna di Stazzema. Il processo, la storia, i documenti, Viella 2016; Caccia ai nazisti, Rizzoli, 2023.
Il 12 luglio 1944, 67 internati politici, prelevati dal vicino Campo di concentramento di Fossoli, furono trucidati dalle SS naziste all’interno del poligono di tiro di Cibeno. Le vittime della strage provenivano da 27 province italiane, avevano diversa estrazione sociale e rappresentavano le varie anime antifasciste dell’epoca. Molti dei compagni di prigionia riferiranno nelle testimonianze e deposizioni successive che si trattava dei “migliori”; migliori perché anche all’interno del campo, dopo aver subito la durezza del carcere e pur vivendo nella costante incertezza della loro sorte, molti di loro non avevano ceduto e, anche in quelle condizioni difficili, continuavano il loro lavoro di resistenza.
La mattina del 12 luglio del 1944 per ordine della Gestapo sono prelevati dal campo di concentramento di Fossoli 69 internati politici, condotti al poligono di tiro di Cibeno per essere fucilati. Sono uomini con diverse esperienze e di età differenti, provenienti da varie regioni dell’Italia. Tutti sono stati rinchiusi a Fossoli perché oppositori del nazifascismo. La sera precedente, dopo l’appello, 71 internati sono chiamati e avvisati di prepararsi alla partenza per la Germania. Dall’elenco sarà escluso Bernardo Carenini, mentre Teresio Olivelli riuscirà a nascondersi all’interno del campo. All’alba del 12 luglio, in tre riprese i 69 prigionieri sono caricati su camion e condotti al poligono di tiro distante pochi chilometri dal Campo. Vengono fatti allineare ai bordi di una fossa, che alcuni internati ebrei sono stati costretti a scavare il giorno prima, e ascoltano la sentenza: condanna a morte come rappresaglia per un attentato a Genova contro militari tedeschi. Si rivela inutile anche l’intervento del vescovo di Carpi, Vigilio Federico Dalla Zuanna, accorso sul luogo e la condanna a morte viene eseguita. Solo due internati del secondo gruppo, Mario Fasoli e Eugenio Jemina, riescono a fuggire e a salvarsi nascosti dal movimento partigiano. Il 17 e il 18 maggio 1945, a meno di un mese dalla liberazione, ha luogo la riesumazione e il riconoscimento delle 67 vittime. Le esequie solenni si svolgono nel Duomo di Milano con grande e commossa partecipazione di cittadini. Sulla strage di Cibeno ancora oggi, come per altre stragi che hanno insanguinato il Paese, si attende chiarezza e giustizia.
Domenica pomeriggio 23 giugno, nel Duomo di Parma, il vescovo Enrico Solmi ha consacrato sei nuovi diaconi. Fra questi il nostro socio ANPC Luigi Lughetti.
La nostra Associazione era rappresentata da Ferdinando Sandroni e dal consigliere provinciale Gabriele Ferrari. A Luigi, attivo sostenitore di ANPC, i nostri auguri di una proficua attività nella Chiesa di Parma.
La Presidente Garavaglia: “A Luigi Lughetti tanti affettuosi auguri da parte di tutta l’Anpc. Nei Suoi servizi porti nel cuore noi tutti e la nostra comune ansia di pace”.
Pubblichiamo la recensione di Claudio Consonni su il libro “Il prete partigiano. Don Battista Testa” di Ezio Meroni, Itaca (Castel Bolognese), 2022
Si legge molto volentieri il volume di Ezio Meroni su “il prete partigiano Don Battista Testa”. Una lunga biografia che parte dalla nascita, avvenuta il 17 marzo 1916 in una cascina della pianura bergamasca che ricorda il famoso film di Ermanno Olmi, per finire agli anni da Parroco nell’ altro piccolo ambiente di Premezzo (Va), agli opposti estremi geografici ambrosiani. Il protagonista è Battista Testa che sin da bambino rivela interesse e propensione per la vita religiosa, entra nel “seminarietto” del Duomo di Milano e pensa in grande e cioè alle Missioni.
Il libro accompagna la vicenda grazie ad un album fotografico di rara completezza che Meroni ha avuto la fortuna di maneggiare e ad un certo punto si lascia scappare un: “basta vedere…” che non può che incuriosire il lettore. Meroni infatti utilizza al meglio e pubblica alcune delle ottime foto con le chiare didascalie manoscritte. L’antifascismo del giovane, poi seminarista e sacerdote, cresce di pari passo a quello di molti connazionali a fronte degli azzardi del Duce sia nell’entrata in guerra contro la Francia che, soprattutto, nel diventare burattino di Hitler.
Ordinato nel Duomo di Milano il 18 maggio1940 svolge il compito di coadiutore per soli venti mesi in Sesto San Giovanni per poi dopo un trasferimento “non per demeriti. – scrive Meroni senza spiegare – semmai il contrario” passare alla quasi confinante parrocchia di Cinisello. Molte pagine del Meroni, storico locale molto documentato, aiutano a comprendere e contestualizzare tantissime vicende allargandole al Comune e quindi andando in parallelo sui sacerdoti delle due parrocchie.
L’attuale importanza e la densità abitativa del Comune di Cinisello Balsamo, attraversato dalla A4 poco sopra Milano, richiede uno sforzo al lettore per raffigurarsi la consistenza che trovò il Cardinal Schuster nelle sue “Peregrinazioni apostoliche 1941-1944”. Cinisello contava 8.500 anime e Balsamo 4.200; questa era la popolazione “in continuo aumento per i vicini stabilimenti industriali” con la quale aveva a che fare Don Battista e il volume cita molti capifamiglia protagonisti per vari aspetti della vita civile e religiosa. Anche la scelta fascista di unificare i due vecchi ma vivaci Comuni non convinse nessun residente il 13 settembre del 1928 ma nemmeno nei decenni a seguire.
Oltre a guida non solo spirituale, Don Battista svolge compiti partigiani di responsabilità quando ospita la radio della missione Nemo con questo o quell’operatore clandestino e nasconde un soldato russo. Nel libro viene diverse volte ricordata la figura di Don Virginio Zaroli, antifascista sin dagli anni in Seminario, coadiutore a Villasanta anche se, a mio avviso, non vengono adeguatamente messe in relazione decisioni comuni. La scelta delle locali Brigate del popolo dopo la Liberazione di non consegnare tutte le armi, per precauzione a fronte del pericolo di una rivoluzione bolscevica e dunque fino al ‘47-48, non si limitò nemmeno a quei due paesi.
Molte pagine sono dedicate alla collaborazione, fino a poco dopo la Liberazione, tra cattolici e comunisti (riproposta in una sorta di postfazione ‘nascosta’ alla p. 272) e all’aspro confronto che è seguito nel ricordo e la reinterpretazione di alcune vicende della Resistenza.
L’ampio spettro geografico della guerra e della Resistenza è sotto gli occhi dei cinisellesi coi bombardamenti in loco, i molti su Milano e sul vicino aeroporto, sulle grandi fabbriche ma anche sulle Prealpi in cui si andava a portare rifornimenti e a combattere.
L’oro di Dongo e tutto ciò che evoca, secondo l’Autore, ancora oggi c’entra perché alcuni dei partigiani coinvolti nelle tragiche vicende connesse erano di Cinisello Balsamo. Il duro confronto che si è consumato in paese anzitutto sulle esecuzioni sommarie dei fascisti più in vista sempre in altre località, si svolse anche a suon di schiaffi, pugni, volantini, comunicati stampa e lettere al Cardinale. Come in altri paesi e città non sono mancate polemiche sulla distribuzione di aiuti economici durante la Resistenza, sugli impegni più o meno convinti e durevoli nei venti mesi nonchè sugli aiuti dopo la Liberazione.
Il libro come si vede dall’indice riportato dà conto di molti documenti e corrispondenze lasciando però la curiosità di poterne leggere integralmente un paio; non cita invece documenti o riconoscimenti partigiani, nemmeno americani, sulla partecipazione attiva all’Operazione Nemo, ma potrebbero non essere ancora stati rinvenuti.
Molto importante la stampa locale anche se non si riproducono le due interviste complete concesse nel 1975 da Don Battista, più volte richiamate e citate a brani. Tra le testate di stampa locale un certo punto compare il Cittadino, bisettimanale all’epoca cattolico di Monza e Brianza al posto del “Luce” dell’area di Sesto San Giovanni. Don Testa lascia la parrocchia di Cinisello prima per un periodo di convalescenza e poi per divenire Parroco in provincia di Varese il 29 ottobre 1950 e restare fino alla morte del 1986.
Le numerose foto pubblicate, oltre a quelle dell’album, sono state concesse dall’Archivio ANPI di Cinisello Balsamo e dagli Archivi storici del Seminario di Venegono e della Diocesi di Milano.
Nessuna prefazione apre il volume senza dunque impegnare Parrocchia, Comune associazioni locali o combattentistiche. La bibliografia è molto ricca come pure gli essenziali indici alfabetici delle persone e dei luoghi. L’autore ha potuto liberamente consultare gli archivi delle parrocchie interessate non solo a Don Battista (Treviglio e Cinisello) ma anche a quella di Balsamo e altri otto istituzionali lombardi.
Il prete partigiano. Don Battista Testa di Ezio Meroni, Itaca (Castel Bolognese), 2022
Si tratta di un’interessante opera di consultazione realizzata, grazie al contributo della Regione Emilia Romagna, dal Comitato Provinciale A.N.P.I di Piacenza con la collaborazione di
– ANPC – Sede di Piacenza
– ANCR- Sezione di Piacenza
– ANFCDG- Comitato prov.le di Piacenza
COM’È STRUTTURATA L’ENCICLOPEDIA
Sintesi storica cronologica settembre 1943 – aprile 1945
– voci enciclopediche con immagini, link, documenti storici, testi di approfondimento e video testimonianze
– riproduzione documenti storici delle formazioni partigiane da Archivio ANPI Piacenza e documenti di altri fondi
– elenco nominativo dei caduti partigiani con elementi biografici
– accesso all’elenco nominativo dei partigiani piacentini (e di tutte le province emiliano romagnole) con i rispettivi dati personali
– area con indicazioni e documenti per le ricerche scolastiche
Si prevede di completare l’enciclopedia, nelle sue diverse parti e con le voci fondamentali, nel 2025, 80° della Liberazione. In seguito ospiterà anche i risultati di nuove ricerche storiche.
Lunedì 10 giugno 2024 tanti italiani, non tutti, hanno voluto ricordare la figura di Giacomo Matteotti in occasione del centesimo anniversario della sua barbara uccisione.
Dopo la presa del potere da parte del fascismo, a fine ottobre 1922, il governo guidato da Mussolini avviò subito la fascistizzazione dello Stato: la Milizia fascista divenne organo dello Stato, fu introdotto il Gran Consiglio del fascismo, fu adottata una nuova legge elettorale, maggioritaria, applicata nelle elezioni del 6 aprile 1924. Il 30 maggio 1924 Matteotti in un coraggioso e contestato discorso tenutosi alla Camera, denunciò le violenze e i brogli avvenuti in campagna elettorale e del modo in cui Mussolini e i fascisti, tramite lo stravolgimento della legge elettorale e con nuove violenze ed intimidazioni, nelle elezioni del 6 aprile di quell’anno si erano assicurati una maggioranza di oltre i due terzi dei parlamentari. Mussolini mandò espliciti segnali affinché il suo oppositore più tenace venisse eliminato. Se ne incaricò una banda criminale di squadristi – che fruiva di lauti finanziamenti e di protezioni altolocate – e al mattino del 10 giugno Giacomo Matteotti fu preso mentre usciva di casa per recarsi al Parlamento, caricato di forza su una auto e ucciso subito a pugnalate. L’assassinio produsse al momento in Italia un’ondata d’indignazione, ma indicò anche quale sarebbe stato il destino degli oppositori al fascismo. Mussolini non ebbe così difficoltà a varare le leggi speciali liberticide che vietavano e reprimevano duramente ogni forma di opposizione alla sua dittatura. Il 3 gennaio 1925 Mussolini, in un discorso alla Camera, si assunse la “responsabilità politica, morale e storica” del delitto, avviando poi la soppressione delle libertà e della democrazia. Ma ai fascisti – che già con la violenza fino all’assassinio, e quindi con il terrore, avevano cacciato gli amministratori delle Province e dei Comuni liberamente eletti e abbattuto le libere organizzazioni del mondo del lavoro – non bastava essersi assicurato il dominio anche della Camera dei deputati. Non potevano nemmeno ammettere in quella alcuna voce critica.
L’onorevole socialista Giacomo Matteotti, vissuto nella memoria popolare soprattutto per la sua barbara uccisione, è rimasto a lungo poco conosciuto nelle sue scelte e nella sua integrale testimonianza di uomo e di politico che aveva a cuore la libertà, la giustizia sociale, la nonviolenza, ci si è accontentati di intitolargli un’infinità di Vie, Vicoli e Piazze in tutta Italia, soprattutto dove andavano rimossi i nominativi più legati al regime. In questi giorni si sono tenuti gli esami di licenza media anche nella nostra città. Ci risulta che almeno per qualche classe è stato ignorato questo fatto che ha segnato la storia della nostra nazione: non è certamente un bel segnale; questi eventi andrebbero ricordati in tutte le aule delle scuole di ogni ordine e grado. Analoga dimenticanza, purtroppo l’abbiamo riscontrata anche in occasione dell’anniversario 23 maggio 1992, anniversario della Strage di Capaci con l’uccisione del Giudice Falcone e della sua scorta. Sono passati 32 anni da quel 23 maggio 1992 quando la strage di Capaci ha cambiato la storia della lotta alla mafia: in televisione abbiamo assistito a tante iniziative in tutta Italia con la presenza di tanti giovani studenti, invitiamo non solo le istituzioni, ma tutto il mondo dell’associazionismo a divulgare il seme della democrazia per non far calare il buio sulle coscienze.
Le associazioni antifasciste riconfermano l’impegno a promuovere i valori fondanti della democrazia e dello sviluppo solidale e di cooperazione fra i popoli a presidio della pace che non ha colore politico.
In Petrolio Pier Paolo Pasolini scrive la storia dell’ENI e di Enrico Mattei il suo primo presidente. Ne parla nell’articolo di seguito Silvio Mengotto.
Pasolini: “Io so”
In Petrolio Pier Paolo Pasolini scrive la storia dell’ENI e di Enrico Mattei il suo primo presidente. Per capire queste pagine bisogna riavvolgere il nastro di una storia oscura iniziata all’idroscalo di Ostia dove, il 2 novembre 1975, Pasolini viene barbaramente ucciso. I filmati dell’epoca riportano le immagini di una folla caotica sul luogo dell’uccisione di Pasolini. Lo stesso caos che circondava l’auto rossa dove Aldo Moro era stato ucciso dalle Brigate rosse in via Fani. Ricomponendo i pezzi del puzzle si è arrivati a formulare tre ipotesi e una sola certezza. La notte della mattanza Giuseppe Pelosi non era solo. “Se si codifica – dice Walter Veltroni – la certezza cambia tutta la lettura dell’omicidio di Pasolini”. L’unico che aveva capito questa certezza è l’avvocato Alfredo Carlo Moro, fratello di Aldo Moro, giudice dei minori. Nella sua indagine sull’uccisione di Pasolini disse che il Pelosi aveva agito in concorso con altri.
“La verità vi farà liberi”
Questa verità, anzi questa certezza, Pelosi se l’è portata nella tomba. Nel 2011 Giuseppe Pelosi, alla presentazione di un libro, volle incontrare Veltroni al quale, sull’episodio all’idroscalo di Ostia, confidò circostanze confuse dove, al loro interno, custodivano la verità. Veltroni ricorda un Pelosi ancora spaventato. I mandanti della mattanza, ancora vivi, ricattavano la famiglia Pelosi. “La paura – disse Veltroni – è stato l’elemento di tutta la sua vita”. Un Pelosi imbavagliato nel silenzio. Per questo è assurda la versione di un incontro con Pelosi, allo scopo di restituire la pellicola rubata del suo ultimo film Salò o le 120 giornate di Sodoma, finito male. Pasolini avrebbe pagato la somma del ricatto e tutto si sarebbe concluso senza violenza. Perché Pasolini viene ucciso con una atrocità bestiale? Rimangono due ipotesi che si sposano perfettamente. Pasolini stava scrivendo da tempo Petrolio. Un anno prima, dalla sua morte, sul Corriere della sera (14 novembre 1974) pubblica l’articolo “Io so”. Da intellettuale, non da investigatore, nell’articolo scrive nomi e cognomi dei mandanti delle stragi che colpirono il Paese (P.za Fontana, Brescia, Bologna, etc), ma non aveva le prove. Con la stessa ansia per la verità Pasolini si era infilato nelle vicende dell’ENI, che grondavano di corruzione, lotte intestine, attorno alla nera figura di Eugenio Cefis, che aveva preso il posto di Mattei. Poco prima della sua morte Mattei cacciò Cefis dalla sua carica.
Petrolio raccoglie un insieme di capitoli, appunti dove emergono i personaggi di Carlo e Troya che rappresentano rispettivamente le figure di Enrico Mattei presidente ENI, ed Eugenio Cefis. Nell’Appunto 21 “Lampi su Eni”, pubblicato successivamente, Pasolini fa precisi riferimenti su come inserire il capitolo e cosa deve riportare. I discorsi di Cefis servivano a dividere in due parti il romanzo perfettamente simmetrico, un passaggio chiave del libro. L’Appunto 21 descrive Cefis come esponente di un nuovo potere clerico-fascista, collegato ad ambienti mafiosi che le sinistre ignoravano totalmente. Per Pasolini l’ENI è il simbolo del potere e Carlo, cioè Mattei, è l’uomo influente in quel periodo di ricostruzione del Paese e acerrimo antagonista di Eugenio Cefis.
L’altra ipotesi sull’uccisione di Pasolini è quella che un gruppo di neofascisti, forse spalleggiati dalla mala vita, lo abbia ucciso sia per dargli una lezione, sia per le sue idee che cercavano sempre verità scomode e nascoste.
Profezie inascoltate
Gli anni settanta ricordano la strage di Brescia (’74), il rischio di un golpe, un Paese attraversato da forti contraddizioni sociali. Per Pasolini sono anni di melma, di un consumismo esasperato, di un falso progresso denunciato con coraggio e in solitudine. La fotografia alla biennale di Venezia, scattata da Marco Tullio Giordana, immortala Aldo Moro con Pier Paolo Pasolini entrambi morti tragicamente senza una verità acquisita. Gli omicidi chirurgici di Moro e Pasolini avvengono in una Italia ancora attraversata dalla guerra fredda, realizzati da menti sopraffini. Con lucida criminalità colpiscono gli anelli strategici di un possibile cambiamento che, ognuno nel suo spazio, Pasolini e Moro rappresentavano nella loro vita.
Pasolini aveva una sua visione del cambiamento nella società. Poche ore prima della sua morte rilasciò un’intervista cruda e spiazzante. Con disarmante capacità profetica Pasolini denunciava che in Italia la forbice tra ricchi e poveri si allargava, mentre il consumismo prometteva a tutti un futuro che non sarebbe mai arrivato. Rileggendo i saggi giornalistici di Pasolini (Lettere luterane e Scritti corsari) fanno più impressione di quanto facessero nel momento della loro pubblicazione. In questi articoli troviamo tutto lo spessore, il carattere, di Pasolini: dolore, provocazione, solitudine, persino con i suoi amici più cari (Moravia, Calvino). Emerge il senso della sofferenza per la sua condizione di omosessuale perseguitato a vita, anche da chi lo avrebbe dovuto difenderlo. Chiara, spiazzante anche oggi, l’idea che sviluppo e progresso si stavano separando. Per Pasolini il totem del consumismo ha creato una omologazione al ribasso che incarcerava le persone nel modernissimo “penitenziario dei consumi”. Il consumismo cancellava anche la meraviglia delle differenze e dei dialetti, riducendo le persone in “merce” da scartare, barattare. Un consumismo che iniziava ad aggredire la natura, il paesaggio, un vero scempio.
Sul tema dell’aborto la posizione di Pasolini non è quella di un integralista cattolica. “Voi siete – accusava Pasolini – favorevoli all’aborto perché non avete il coraggio di mettere in discussione i pregiudizi che avete sulla sessualità”. Pasolini è sempre stato contro l’aborto, ma per la sua legalizzazione perché voleva fermare la criminale pratica clandestina dell’aborto. Sul Corriere della sera, il 20 marzo 1975, scrive: “Chi è a favore dell’aborto? Nessuno, evidentemente. Bisognerebbe essere pazzi per essere a favore dell’aborto. Il problema non è di essere a favore o contro l’aborto, ma a favore o contro la sua legalizzazione. Ebbene io mi sono pronunciato contro l’aborto, e a favore della sua legalizzazione. Naturalmente, essendo contro l’aborto, non posso essere per una legalizzazione indiscriminata, totale, fanatica, retorica. Quasi che legalizzare l’aborto fosse una vittoria allegra e rappacificante. Sono per una legalizzazione prudente e dolorosa”.
11 giugno 2024 Silvio Mengotto
Nelle foto la locandina del libro e una fotografia al festival di Venezia (1964) di Aldo Moro con Pasolini citati nell’articolo
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