29 gennaio 2026 – Commemorazione don Pietro Pappagallo e di Gioacchino Gesmundo
Il 29 gennaio è l’anniversario dell’arresto e della crudele prigionia in via Tasso di don Pietro Pappagallo e Giacchino Gesmundo, martiri alle Fosse Ardeatine. La commemorazione si è svolta in via Urbana 2, dove visse don Pietro Pappagallo e presso il Liceo Cavour dove insegnava Gioacchino Gesmundo.

L’iniziativa promossa dall’ANPI provinciale di Roma, ha visto la partecipazione della sezione di Roma dell’ANPC, di Alessandra Sermoneta, vicepresidente Municipio Roma I Centro, di alunni, docenti e genitori dell’Istituto Comprensivo “Don Pietro Pappagallo-Giacchino Gesmundo” di Terlizzi e di rappresentanti del Comune di Terlizzi.
Nel suo intervento Gianfranco Noferi, Segretario sezione di Roma dell’ANPC, ha letto un messaggio inviato da Mons. Matteo Zuppi, presidente della Conferenza Episcopale Italiana.
Il testo del messaggio:“Il ricordo di oggi è onore dovuto a chi ci ha consegnato la libertà e la democrazia, ha testimoniato il Vangelo che non resta neutrale o al di sopra, ma difende i più fragili e minacciati perché in loro riconosce il volto di Cristo riflesso nei suoi fratelli più piccoli. Il ricordo non è mai solo rivolto al passato, perché ci aiuta a scegliere oggi, rafforza la consapevolezza che non permette accettare i compromessi con l’odio, con la logica della forza, con il disprezza arrogante dell’altro, con le ideologie che sono veri paganesimi che non hanno niente a che fare con il Vangelo di Cristo. Don Pappagallo venne ordinato prete il 3 aprile 1915 a Molfetta. Il testo dell’immaginetta della sua prima messa sembra un segno del destino: «Sgomenti degli orrori di una guerra che travolge popoli e nazioni, ci rifugiamo, o Gesù, come a scampo supremo, nel Vostro amatissimo Cuore; da Voi, Dio delle misericordie, imploriamo con gemiti la cessazione dell’immane flagello; da Voi, Re pacifico, affrettiamo coi voti la sospirata pace. Dal Vostro cuore divino Voi irradiaste nel mondo la carità perché tolta ogni discordia, regnasse tra gli uomini soltanto l’amore».
È un figlio del Sud che arriva a Roma e quando assistette gli operai del convitto della società Cisa Viscosa al quartiere Prenestino di Roma denunciò le condizioni di lavoro degli operai. Scrisse con determinazione e fierezza a Mons. Baldelli che lo sconsigliava e lo rimproverava di queste lotte: «Monsignore io mi riconosco negli operai del convitto. Muovono dalla mia stessa terra. Sono emigrati anche loro. Il fatto che non siano partiti all’estero, non ne rende meno penosa e difficile la condizione: la distanza che li separa dalla famiglia d’origine è notevole e sconvolge ugualmente la loro vita affettiva; la responsabilità nei confronti dei cari che attendono il loro sostegno, li angustia e li induce a ogni forma di privazione. Il lavoro in azienda è disumanizzante: i tempi vengono protratti all’inverosimile, il licenziamento scatta automaticamente in caso di rifiuto degli straordinari, il processo industriale che prevede l’applicazione di sostanze chimiche è potenzialmente nocivo per la loro salute, la discriminazione retributiva è evidente al raffronto fra gli operai del Sud e i loro colleghi della capitale. Io non trovo giusto tutto questo. Né possono rabbonirmi le ragioni di opportunità politica, che anzi non mi interessano affatto. So soltanto che la fede e il senso di umanità non possono contrappormi ai miei fratelli, al cui servizio sono stato posto. Se lei non è con loro, posso solo dirle che rimango sconcertato e nella confusione». Nessuno può sapere quante persone furono da lui salvate. Don Pietro aprì la sua casa ai militari sbandati, ai perseguitati politici, agli ebrei. «È un uomo di Dio, un vero uomo… fraterno, socievole, soccorrevole. L’uomo di maggior spirito che abbia mai conosciuto: di ingegno eccellente, estroso di carattere, di fede intemerata». Era consapevole quando rischiava ma rischiava perché amava, amava Cristo e per questo il prossimo e amava, vincendo paure e prudenze. Fino alla fine. Ecco come si affronta la forza bruta e volgare che irride l’umanità e con essa Dio. La memoria di don Pietro è, una testimonianza della forza debole dei cristiani, non quella arrogante del paganesimo che disprezza la persona e la umilia, ma la forza di amore che non scende mai a nessun compromesso per difendere quell’irripetibile immagine di Dio che è nascosta in qualsiasi membro della famiglia umana. Sia benedetta la memoria di don Pietro e sia di benedizione”.



Nel suo intervento Gianfranco Noferi ha delineato alcuni momenti significativi della vita di don Pietro.
Nel 1926 don Pietro Pappagallo è da poco arrivato a Roma da Terlizzi a lui viene affidato il compito di gestire il convitto della Cisa Viscosa destinato ai lavoratori fuori sede, per la maggioranza immigrati dal sud. Una manovalanza sfruttata, sottoposta a turni massacranti, sotto licenziamento se non accetta lunghe ore di straordinari, con paghe inferiori agli altri lavoratori, con la salute minata dalla esposizione al solfuro di carbonio, materia chimica necessaria per la lavorazione della seta artificiale. Don Pietro difende questi lavoratori, accusa la proprietà, ma questa fa pressione sulla Curia romana. Interviene Mons. Ferdinando Baldelli, che ferma don Pietro ricordando che il prete non è un sindacalista, che la politica aziendale è connessa al regime di autarchia, che altrimenti il destino di quei lavoratori è l’emigrazione. Di fatto questo è un momento delicato perché si sta lavorando al Concordato tra Santa Sede e regime fascista. Don Pietro segue gli insegnamenti della Dottrina Sociale della Chiesae della Rerum Novarum di papa Leone XIII per la difesa del lavoratori dalla sfruttamento e la giustizia sociale. Risponde in modo fermo a Mons Baldelli come ha ricordato nel suo messaggio S. E. Mons. ZUPPI. Successivamente don Pietro è cappellano delle Suore Oblate del bambino Gesù di via Urbana. L’opera pastorale di don Pietro è sulla stessa linea di don Minzoni, ucciso dai fascisti perché difendeva i contadini del Polesine riuniti nelle Leghe, di don Primo Mazzolari, di padre Davide Maria Turoldo, di don Giovanni Barbareschi, don Enrico Mapelli, di don Andrea Gallo, di don Bartolomeo Ferrari “don Berto”, e dei tanti religiosi accomunati dall’aver partecipato attivamente alla Resistenza, una azione pastorale che ritroveremo in don Lorenzo Milani e nei preti operai.
Già dall’8 settembre don Pietro era in contatto con l’amico d’infanzia di Terlizzi, il filosofo e insegnante Gioacchino Gesmundo, dirigente del PCd’I clandestino e del CLN, partigiano dei GAP e martire alle Fosse Ardeatine. Nei mesi dell’occupazione don Pietro collaborava con il Fronte Militare Clandestino del Col. Montezemolo, che fu arrestato, torturato a via Tasso, ucciso alle Fosse Ardeatine. Ospitava ebrei, partigiani, soldati alleati, produceva documenti falsi con l’aiuto del cugino tipografo, nascondeva la stampa clandestina. Con lui collaboravano le suore del Convento Figlie di Nostra Signora di Namur.
Ricordiamo che solo a Roma 235 Istituti religiosi nascosero e diedero aiuto a oltre4.500 tra ebrei, antifascisti, militari. Di questi84 erano maschili e 151 femminili. Per la delazione di Gino Crescentini, don Pietro è arrestato. La spia era un disertore ospitato nel convento di Cosma e Damiano, figlio della proprietaria dell’hotel LITTORIO, sede di collaborazionisti. Nel dopoguerra sarà denunciato dalla governante di don Pietro, processato e condannato. Ma un’atra persona, chiamata “La contessa”, fu aiutata da don Pietro, ma questa era confidente del maggiore Kappler, che era al corrente dell’attività clandestina. Il compagno di cella di don Pietro a via Tasso, Oscar Cageggi, ha testimoniato la dignità e lo spirito cristiano con il quale don Pietro sopportava le torture e le umiliazioni. E a via Tasso, don Pietro ritrovò Tigrino Sabatini, ex operaio della Viscosa e partigiano di Bandiera Rossa. Ricordiamo che al Parco della ENERGIE dove sorgeva il Convitto Viscosa è stata posta una lapide in ricordo di don Pietro.


Per il Giubileo del 2000, san Giovanni Paolo II lo ha inserito tra i martiri del XX secolo. Nel 2021 è stato riconosciuto Giusto tra le nazioni dallo Yed Vashem di Gerusalemme. Ricordiamo che durante la guerra di Liberazione in Italia i preti torturati e uccisi dai nazifascisti furono numerosi: 49 nei campi di sterminio, 191 dai fascisti, 120 dai nazisti, (50 morirono in combattimento).
Un accanirsi con i sacerdoti cattolici che portò a oltre 200 preti trucidati in Germania e oltre 3.000 in Polonia. Nella vicenda di don Pietro Pappagallo ritroviamo la sintesi di quello che fu la resistenza, popolare e unitaria: un prete che difendeva i lavoratori e gli immigrati, che collaborava con comunisti dei GAP, con i militari del Fronte militare clandestino, che ha condiviso la sorte dei partigiani uccisi alle fosse ardeatine, che utilizzava la capillare rete di sostegno resistenziale come quella fornita dal cugino tipografo, che riceveva sostegno e aiuto dalle Suore nel nascondere ebrei e antifascisti, che fu denunciato da spie e delatori e trucidato nel più grande massacro perpetrato dai nazifascisti in una città europea. Come ha detto mons. Zuppi: «Sia benedetta la memoria di don Pietro e sia di benedizione».








