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Una bambina e basta, un libro di Lia Levi

La scrittrice Lia Levi nel libro Una bambina e basta, ripercorre la sua storia al tempo delle leggi razziali per farne dono ai bambini di oggi.

Per trent’anni Lia Levi si è dedicata al giornalismo dirigendo il mensile ebraico Shalom. Nel suo primo romanzo Una bambina e basta (Edit. Harper Collins), la scrittrice ripercorre la sua storia al tempo delle leggi razziali del 1938 per farne dono ai bambini di oggi. Con parole semplici ricorda le conseguenze drammatiche delle leggi razziali nella vita delle comunità ebraiche sparse nel Paese.

Con questa semplicità Levi ricorda il lungo elenco delle proibizioni che hanno coinvolto e sconvolto la sua infanzia e quella di tantissimi bambini ebrei: l’espulsione repentina dalla scuola pubblica, come capitò a Milano alla giovanissima Liliana Segre, oggi senatrice della Repubblica Italiana; la perdita del lavoro del padre, la proibizione per un non “ariano” di lavorare per una famiglia ebrea; proibito programmare le vacanze al mare o in altri posti di villeggiatura, proibito persino avere una radio.

A Roma, dopo il rastrellamento del ghetto ebraico (16 ottobre 1943) la situazione della comunità ebraica precipita. I genitori portano Lia e la piccola sorella Vera in un collegio di suore per proteggere la loro vita. Presso gli istituti, conventi, collegi, soprattutto femminili, a Roma trovarono rifugio, e salvezza, più di 4000 ebrei. Nella seconda parte del libro Levi si sofferma dettagliatamente sulla sua esperienza tra le mura del collegio delle suore la ospitavano insieme ad altri ragazze e famiglie ebree. “Sono arrivate di colpo tante, tantissime bambine. Spettinate, spaventate, trascinate senza nemmeno una valigia da genitori ancora spaventati. Se ne stavano tranquillamente nelle loro case, quando i tedeschi hanno cominciato a cercare gli ebrei per portarli via. […] Adesso sono qui, e le suore queste bambine le accettano tutte. Le mettono insieme a noi in una camerata più grande. Prima di ebree eravamo cinque, ora siamo più di trenta”.

Anche tra le mura protettive di un collegio la guerra bussa la sua tragica presenza. “Certe volte vedevamo nel cielo azzurro le bombe cadere, le vedevamo proprio, con la loro forma di bomba ben disegnata, come nelle figure di un libro”. Lina Levi dedica delle suggestive parole dedicate al giorno della liberazione dai tedeschi e l’entrata a Roma dei liberatori americani. “La folla è tantissima e tutti saltano dalla gioia. Gli americani fanno ciao con la mano, ridono, poi dai camion gettano ai bambini cioccolata e caramelle. In poche ore la città si riempie di bandiere. Il verde, bianco e rosso sventola in quel cielo blu e sembra voler dare più colore alla festa”. Dopo la liberazione Lia Levi può finalmente presentarsi semplicemente come una bambina tra le tante. Grazie alla libertà riconquistata la mamma, nell’ultimo capitolo, dice alla piccola Lia: “Non sei una bambina ebrea, sei una bambina e basta”.

18 gennaio ’25                                              Silvio Mengotto

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