ANPC Nazionale

Associazione Nazionale Partigiani Cristiani

Archivi per il mese di “febbraio, 2024”

Piacenza – 10 febbraio 2024: Commemorazione di don Giuseppe Borea e ricordo delle vittime delle Foibe

79 anni fa veniva ucciso dal regime fascista don Giuseppe Borea, fucilato al cimitero di Piacenza per dare una lezione ai preti piacentini che insieme alla loro gente lottavano per la libertà e desideravano una società senza guerra e oppressione. Sabato 10 febbraio – la fucilazione fu il 9 febbraio 1945 – è stata celebrata una messa nella chiesa di Santa Maria del Suffragio al cimitero di Piacenza con i rappresentanti dell’Associazione Partigiani Cristiani, dell’Anpi e del Comune di Piacenza.

Durante la cerimonia sono anche stati ricordati, nell’anniversario del Giorno del Ricordo, le vittime delle foibe.
Celebrare quest’oggi la messa – ha detto nell’omelia don Davide Maloberti – significa collegarci con il “segreto” della vita di don Borea, impegnato per il bene della sua parrocchia e attento a tutti coloro che erano colpiti dalla violenza della guerra. Lo muoveva la stessa passione che animava Gesù. Nel brano della moltiplicazione dei pani, che la liturgia propone nel giorno di Santa Scolastica, si sottolinea che Gesù è mosso a compassione per la gente che lo seguiva e che, all’ora di cena, avrebbe desiderato sfamarsi. Il miracolo che Gesù compie non è un atto magico, ma nasce dalla compassione che prova per tutta quella gente oppressa da mille problemi. È questo il segreto di Gesù, ed è anche il segreto di don Borea, la forza che lo ha sostenuto.
Così ancora oggi, duemila anni dopo, l’eucaristia può essere anche per noi la forza per compiere di nuovo, in un tempo segnato da guerre e conflitti sociali, il gesto che ha segnato gli ultimi istanti della vita di don Borea: il perdono per i propri nemici, per i soldati che gli avrebbero di lì a poco sparato.

Tra gli intervenuti, al termine della messa. il presidente dell’Associazione Partigiani Cristiani di Piacenza Mario Spezia e Giulia Piroli in rappresentanza dell’Anpi. Hanno preso la parola anche Gloria Sartori, consigliera del Comune di Gropparello, Salvatore Scafuto, consigliere comunale di Piacenza, Paola Gazzolo, presidente del Consiglio comunale di Piacenza, e Giuseppe Borea, nipote del sacerdote, che ha ricordato il percorso compiuto dal 2017 ad oggi per riscoprire la figura del sacerdote. Il momento iniziale – ha detto – è stato una pubblicazione del nostro settimanale voluta dall’Associazione Partigiani Cristiani dedicato proprio a don Borea. Da quella scintilla è nato un cammino che ha portato, di recente, alla seconda edizione del libro sulla vita di don Giuseppe Borea, scritto da Lucia Romiti e edito da Il Duomo.

Al termine della cerimonia, una delegazione composta dai rappresentanti di ANPC Piacenza e dei Comuni di Piacenza e Gropparello, ha deposto una corona d’alloro nella tomba di don Giuseppe Borea, all’interno della cappella del Pio ritiro Cerati presso il cimitero di Piacenza.

Beppe Matulli ci ha lasciati

Una dolorosissima notizia per tutti noi: morto a 85 anni Giuseppe Matulli, che è stato il nostro grandissimo indimenticabile Presidente.  Oggi siamo muti per il dolore e ci associamo ai Suoi Cari, ma fra poco troveremo il modo di ricordarlo doverosamente.

Ex vicesindaco di Firenze e prima vice e poi sindaco a Marradi (Firenze). Laureato in Economia e commercio all’Università di Firenze e ricercatore universitario in statistica, fu prima vice sindaco a Marradi, suo luogo natale, dal 1964 al 1970. Poi venne eletto nelle file della Democrazia Cristiana in Consiglio regionale della Toscana, dove fece tre legislature: la prima dal ’70 al ’75 e le successive dal ’79 all’87, quando venne eletto alla Camera dei deputati, diventando nel 1992 sottosegretario al ministero della Pubblica istruzione nei governi Amato e Ciampi. Successivamente fu sindaco di Marradi dal 1995 al 2002 e successivamente vicesindaco di Firenze dal 2002 al 2009, per poi diventare assessore a Scandicci (Firenze).

La Sua vita di impegni tutti dediti alla comunità e la Presidenza di ANPC ha coronato i Suoi valori democratici valorizzando le testimonianze dei Partigiani  Cristiani. È il Suo lasciato cui certamente corrisponderemo con gratitudine.

MOSTRA IMI – Briosco (MZ)

Si conclude domenica 11 febbraio 2024 la mostra sugli IMI che sta proseguendo il suo giro nelle province della Lombardia. Inaugurazione martedì 6 febbraio in una sala gremita di cittadini e figlie, figli e nipoti di Giuseppe Villa (di Briosco), uno degli internati rappresentato sui pannelli della mostra.

Alla presenza del Sindaco Antonio Verbicaro e dell’Assessora Antonella Casati, il nostro storico Stefano Contini ed io abbiamo spiegato il motivo di questa mostra itinerante e come sia importante non dimenticare questa pagina della nostra storia. La serata è trascorsa in un clima molto familiare e di soddisfazione per tutti.

Luisa Ghidini – Comotti

Commemorazione del Giorno del Ricordo a Sestri Levante (GE)

Commemorazione del Giorno del Ricordo a Sestri Levante (GE) davanti al cippo dedicato ai martiri delle foibe nella piazza antistante la stazione ferroviaria. Alla presenza delle forze dell’ordine e dei rappresentanti dell’amministrazione comunale, sono intervenuti il delegato dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD) Dino Peretti che ha portato una sua testimonianza e Maura Moracchioli che ha letto un ricordo dell’esule istriano Graziano Stagni, già consigliere comunale di Sestri Levante. A chiudere la cerimonia l’orazione ufficiale del Sindaco Francesco Solinas. Presente anche una delegazione della locale sezione Anpc, guidata al Presidente Umberto Armanino.

Giorno del ricordo – 10 febbraio 2024 a Cassano d’Adda

A Cassano d’Adda oggi, giorno del ricordo, abbiamo ricordato la strage di Vergarolla, con l’aiuto dell’istriana Anna Maria Crasti, vicepresidente del Comitato di Milano dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD). Anna Maria ha ripercorso gran parte della storia dell’Istria, per meglio comprendere le vicissitudini di questo territorio italiano, che nel tempo passò sotto gli Asburgo, ritornò ad essere italiano e poi, dopo il trattato di Parigi del 1947 definitivamente assegnata alla Jugoslavia che l’aveva occupata. Una terra martoriata, con politica di persecuzioni ed eccidi (i massacri delle foibe) durante e subito dopo la fine della seconda guerra mondiale da parte dei partigiani jugoslavi e dell’OZNA.

Ma il 18 agosto del 1946, quando l’Istria era ancora italiana, successe questa immane tragedia sulla spiaggia di Vergarolla (Pola). Lo scoppio di materiale bellico provocò la morte di oltre 100 persone, di cui solo 64 furono identificate. Un terzo erano bambini. In quel periodo l’Istria era rivendicata dalla Jugoslavia di Tito, che l’aveva occupata fin dal maggio 1945. Pola invece era amministrata dalle truppe britanniche e quindi l’unica parte ad essere al di fuori del controllo jugoslavo. Questo fatto contribuì in modo deciso all’esodo degli istriani, che vedevano nell’Italia la loro patria, anche se non furono ben accettati e “sparpagliati” in tutta la penisola. Molto toccante l’intervista rilasciata dalla moglie del medico di Pola, dottor Geppino Micheletti, che a distanza di più di 50 anni dal fatto, ha voluto ricordare quel giorno e il lavoro instancabile del marito che, nonostante avesse perso i due figli di 6 e 9 anni, lavorò instancabilmente in ospedale per curare i feriti. Anna Maria Crasti, istriana, con la sua testimonianza, ci ha trasportato in Istria e ci ha aiutato a capire come il senso di appartenenza di un popolo è molto forte e ne è lei stessa la testimonianza vivente. Instancabile la sua opera di trasmettere la storia, vissuta in prima persona, ai ragazzi con gli incontri nelle scuole, e agli adulti, che tanti fatti non conoscono. A lei un sentito ringraziamento per la dedizione ed il tempo che regala a tutti gli italiani, affinché conoscano realmente i fatti, senza ricostruzioni fantasiose.

Luisa Ghidini Comotti

Presidente  ANPC Città Metropolitana di Milano

Comunicato del Forum sul Treno del Ricordo

Il comunicato del Forum delle Associazioni antifasciste e della Resistenza sul Treno del Ricordo.

Giorno del Ricordo. 10 febbraio 2024

Molto in ritardo ma almeno 20 anni fa è stata approvata la legge istitutiva della Giornata del Ricordo. Il vergognoso misconoscimento della verità. La storia con i fatti sbugiarda le ideologie. Insieme a tutti i nostri concittadini esuli in Italia e con la solidarietà agli amici di ANVGD, il comitato dei Giuliani e Dalmati, vogliamo fare in modo che il ricordo rimanga vivo per risarcire dell’oblio durato troppo a lungo e perché la condivisione delle sofferenze sopportate  da parte di nostri connazionali, consenta una riconciliazione totale con la storia nella comune condivisone dei diritti e dei doveri sui quali la nostra Costituzione ha fondato la nostra democrazia repubblicana.

I deportati “schiavi di Hitler”

Una sentenza del Tribunale di Trento, prima in Italia, ha riconosciuto l’indennizzo a un ex militare trentino degli Alpini deportato in Germania dopo l’8 settembre 1943 e costretto ai lavori forzati nella Germania del Terzo Reich. La sentenza del Tribunale trentino pone sul medesimo piano internati e vittime di guerra. 

Nel lento deposito del frastuono mediatico, che spesso accompagna eventi come le celebrazioni del “Giorno della Memoria” o di quello del “Ricordo”, vengono in superficie talvolta atti di straordinario significato, che dicono molto di più di tante dichiarazioni effimere e di tanta vuota retorica. Fra questi rientra, senza dubbio alcuno, l’Ordinanza n. 4094/2023 del 3 settembre 2023 emessa dal Tribunale di Trento e firmata dal giudice Giuseppe Barbato. Si tratta della prima decisione presa nel nostro Paese, dopo la promulgazione dell’art.43 del D.L. 36/2022, con il quale è stato istituito un “fondo” presso il Ministero dell’Economia e Finanze per il ristoro dei danni patiti dalle vittime di guerra e contro l’umanità compiuti dal III Reich, durante la seconda guerra mondiale.

Al di là del caso specifico – relativo peraltro a un alpino trentino preso prigioniero dai tedeschi dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, deportato in Germania e costretto a lavorare in condizioni di sostanziale schiavitù, riportandone poi danni permanenti fisici e psichici – ciò che colpisce di questa sentenza, che ha visto soccombente la Repubblica Federale di Germania e il nostro Ministero dell’Economia e delle Finanze, responsabile del citato ristoro dei danni subiti dalle vittime del III Reich, è il disseppellimento della Memoria. Nel riconoscere infatti il dovere del risarcimento a quel prigioniero di guerra, il Tribunale compie una scelta fondamentale, quella cioè di riconoscere “alla deportazione ed all’assoggettamento ai lavori forzati in condizioni di sostanziale schiavitù” dei militari italiani la caratteristica di crimine contro l’umanità, un reato che non ha prescrizione e che si fonda su norme del diritto internazionale con effetto anche retroattivo e che quindi può e deve trovare un suo risarcimento.

Come noto, il trattamento inferto ai nostri soldati presi prigionieri dalla Wehrmacht dopo la resa armistiziale è decisamente crudele e drammatico. Gli italiani sono “traditori” e come tali vanno trattati. I primi progetti tedeschi per la cattura e l’internamento dei militari italiani risalgono ancora al 28 luglio 1943, cioè tre giorni dopo la caduta del regime fascista.

Berlino è consapevole da tempo dei tentativi italiani di sganciarsi dall’alleanza e di porre fine ad una guerra ormai insopportabile, sia sotto il profilo delle perdite umane, come economiche e materiali.  La firma dell’armistizio produce però una situazione nuova e ricca di complicazioni, anche a causa della vile fuga del re e del governo che lascia il Paese e le Forze armate senza alcuna disposizione. Non è ancora stata formulata una dichiarazione di guerra del regno d’Italia contro la Germania e quindi i soldati rastrellati e detenuti come vanno considerati, non essendo formalmente nemici? La soluzione adottata dai tedeschi risiede nel concetto di “franco tiratore”, ovvero di attentatore privo di riconoscimento militare. Si tratta di una condizione che non ha alcuna tutela legale e formale e che quindi espone l’individuo ad ogni angheria e sopruso.

Poi, a dichiarazione di guerra avvenuta, è Hitler stesso che il 20 settembre 1943, in preda all’ira per il “tradimento” degli italiani, impone ai prigionieri italiani il cambio di condizione giuridica: da “prigionieri di guerra” ad “internati”. È questa una condizione profondamente diversa, perché l’internato non è sottoposto a nessun regime convenzionale, come quello stabilito nel 1907 all’Aja e nel 1929 a Ginevra appunto sui prigionieri di guerra ed è quindi lasciato alla mercè dei suoi custodi. L’internato è insomma in una sorta di limbo giuridico segnato dal totale arbitrio dei suoi aguzzini. La decisione tedesca in tal senso è così rigida da opporsi perfino, il 20 novembre 1943, alla richiesta della Croce Rossa Internazionale di poter assistere i prigionieri italiani. Questi sono solo degli internati (“Italienische Militärinternierte” – I.M.I.) e come tali non possono rientrare nel concetto giuridico di prigioniero di guerra e nelle tutele, seppur minime, ad esso connesse.

Nel frattempo ha preso corpo quello “Stato fantoccio”, voluto da Hitler, che passa alla storia con il pomposo nome di Repubblica Sociale Italiana. È questa che si autoproclama “potenza tutrice” degli internati italiani e ciò lascia ulteriore mano libera all’oppressione nazista. Le condizioni di vita dei “badogliani”, come vengono apostrofati i nostri internati, peggiorano rapidamente e senza possibilità di intervento, aiuto o soccorso da parte delle autorità della R.S.I. Queste guardano solo a coloro i quali hanno accettato di arruolarsi sotto le bandiere del rieditato “mussolinismo” e per tutti gli altri – il 70% degli ufficiali e il 78% dei soldati prigionieri – esiste solo l’abbandono, la fame, le malattie ed il lavoro in schiavitù.

La sentenza di Trento fa quindi giustizia. Riconosce cioè la condizione degli internati e li pone sullo stesso piano delle vittime di guerra, consentendo quindi di poter ottenere per i diretti interessati o i loro eredi i benefici economici previsti dal “Fondo” istituito presso il Ministero dell’Economia e delle Finanza. Ma al contempo aiuta a ribadire un concetto mai sufficientemente sottolineato e cioè quello della complicità della R.S.I. nella detenzione e nelle condizioni disumane di trattamento degli internati italiani. La sentenza invita quindi anche ad aprire uno dei tanti capitoli di un libro – quello della nostra Memoria di italiani – che rimane chiuso da troppo tempo.  Ricordare serve solo se si esce dalla dimensione celebrativa e si entra in quella della coscienza e ciò vale per questa vicenda come per molte altre.

Il prossimo 10 febbraio si celebra il “Giorno del Ricordo”, in onore delle vittime delle foibe titine. Si tratta di un atto prezioso ed importante che anche qui chiama in campo le nostre responsabilità nel trattamento incivile imposto ai nostri connazionali in fuga dalla vendetta slava, ai quali riservammo un’accoglienza ai limiti del minimo accettabile, per poi buttare la polvere sotto il tappeto, sperando che il silenzio potesse cancellare ricordi ed appunto responsabilità.

Fino a quando non faremo i conti con tutta la nostra storia, ivi compresa quella delle efferatezze in Jugoslavia come in Africa, non potremo guardare con speranza al senso della storia ed al suo apporto per la formazione di una nuova coscienza civile in questo Paese.

(pubblicato su: https://www.iltrentinonuovo.it/index.php/2024/02/09/i-deportati-schiavi-di-hitler/)

Giorno della Memoria 2024: ricordato a Tres Adamello Collini

“Ospitare … è la legge di Dio”. La testimonianza della guida alpina Adamello Collini nel ricordo di Claudio Bassetti

Adamello Collini (Pinzolo TN 1890 – Mauthausen-Melk 1945). Guida alpina della Val Rendena, fondatore del Rifugio Bedole in alta Val di Genova, alle pendici della Presanella e dell’Adamello. Nel corso della guerra, quel rifugio divenne nascondiglio per profughi antifascisti, ebrei, aviatori alleati abbattuti e disertori tedeschi, partigiani. Collini accompagnava i fuggiaschi tra le montagne e i ghiacciai che conosceva alla perfezione fino al Passo del Tonale, tappa della “rat line” che permetteva in breve tempo di raggiungere la salvezza in Svizzera. Il 27 settembre 1943, a seguito di una soffiata, venne catturato nel suo rifugio da militi nazisti travestiti da disertori. Al primo interrogatorio rispose: “Non sono a conoscenza del Codice di Guerra, ma, qualora lo conoscessi, al di sopra di questo Codice vi è una Legge che, anziché proibire, ordina di ospitare, in questi luoghi selvaggi, chiunque chiede aiuto. È la legge di Dio”. Una risposta degna di un interprete autentico di una coscienza civile e cristiana adulte e profonde, assimilabili alla riflessione e alla testimonianza di Dietrich Bonhoeffer, impiccato a Flossemburg. Tutte le sue azioni dopo l’arresto – comprese le possibilità di fuga a cui si sottrasse per non mettere in pericolo la famiglia e i compagni – dimostrarono la medesima determinazione, dignità e coerenza. Collini venne internato nel lager di Mauthausen, pensato per annientare i prigionieri attraverso il lavoro forzato, la malnutrizione e gli stenti. Vi resistette 2 anni, morendo il 12 febbraio del ‘45 all’età di 55 anni e a pochi mesi dalla fine del conflitto. Il 26 luglio 2000 è stata riconosciuta ad Adamello Collini la medaglia d’oro al valor civile dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi.

Il 2 febbraio presso la chiesa parrocchiale di Tres (TN), in occasione della “Giornata della Memoria”, il Coro San Romedio Anaunia ha proposto il recital “Chi salva una vita”. Questo atto unico di Renzo Fracalossi che racconta vicende di coraggio per salvare chi, durante gli anni bui del nazifascismo, fu perseguitato per la propria razza o per il proprio credo. Tra queste Adamello Collini. Proponiamo di seguito la riflessione proposta durante la serata da Claudio Bassetti, presidente del Comitato Trentino-Alto Adige del Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza e già presidente del CAI – SAT Società Alpinisti Tridentini.

M.G.

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La riflessione di Claudio Bassetti (Tres, 2 febbraio 2024)

Perché è così importante ricordare Adamello Collini?

Ottant’anni fa a Melk nel sottocampo dello spaventoso lager di Mauthausen moriva tragicamente il n° 110444. La disumanità nazista eliminava i nomi delle persone, li cancellava da vivi. Il numero identificava Adamello Collini. Perché siamo ancora qui a parlare della sua figura, a ricordarne la vicenda umana, a raccontare ed ascoltare la scelta da lui operata in anni difficilissimi, terribili, a onorare il suo sacrificio? Cerco una risposta e la metto alla vostra attenzione.

Perché la sua scelta è una scelta che ci riguarda, perché parla di libertà, di dignità, di riscatto, di coraggio. È una scelta che parla di solidarietà, di umanità, di aiuto. Riguarda quindi la sua ma anche la nostra dimensione personale e tocca anche la dimensione sociale, collettiva, comunitaria. Adamello aveva costruito un rifugio in fondo alla Val Genova, una casa accogliente ed ospitale, bellissima, che ancora adesso è un’icona del paesaggio. Ci andiamo spesso a camminare, per fermarsi lì ad osservare lo spettacolo della natura o proseguire per i ghiacciai dei monti da cui ha preso il nome.   Ma potremmo andarci anche per capire dove è nata la nostra Repubblica, come disse Piero Calamandrei in una memorabile lezione agli studenti nel 1955: “Se volete andare in pellegrinaggio, nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati, dovunque è morto un italiano, per riscattare la libertà e la dignità: andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione”.

Adamello, come Bortolo Donati, Attilio Serini, Giacomo Spada, che con lui collaborarono per aiutare coloro i quali volevano passare la frontiera e rifugiarsi in Svizzera. Tutti si conoscono e conoscono bene la montagna e le sue leggi, che contemplano anche la solidarietà. E così, in modo spontaneo, attorno a quei due rifugi e alle malghe, si crea anche una rete di sostegno a disertori, sbandati, ex prigionieri, perseguitati, ebrei, che dal fondovalle risalgono a cercare rifugio in Svizzera. Adamello come Ettore Castiglioni, come Tita Piaz, come Gigino Battisti, Ugo Perini, Giulio Martini come tanti montanari amanti della libertà e insofferenti alla tirannide fascista. Tutti questi si saranno riconosciuti nella straordinaria risposta che Collini diede al comandante della Gendarmerie Schwarz, che lo arresta con l’aiuto di un delatore e che lo accusa di tradimento: «Non sono a conoscenza del codice di guerra ma anche qualora lo conoscessi, vi è al di sopra di questo codice una legge che, anziché proibire, ordina di ospitare in questi luoghi selvaggi chiunque chieda qualsiasi aiuto. È la legge di Dio».

Sono parole dal valore universale, che valgono soprattutto ora. E che rileggiamo molto simili, in latri contesti, molti anni dopo nella frase del comandante di una nave denunciato per aver salvato dei naufraghi: “Abbiamo ben chiare le leggi del mare. Chi va per mare ha naturalmente fatto sua la naturale e incondizionata solidarietà verso chiunque navighi su un guscio con sotto la chiglia centinaia, spesso migliaia, di metri di buio abisso. Questo si aggiunge alla umana solidarietà verso chi ha il coraggio di fuggire una certa, orrenda fine”.

È la stessa logica che ha mosso la guida alpina francese, Benoit Ducos, insieme ai volontari Anne Moutte e Pierre Mumber della associazione Tous Migrants. Incriminata dallo Stato francese per aver portato in salvo una donna incinta e i suoi parenti, raccolti in una tormenta di neve al confine con l’Italia: “È stato un dovere, non una scelta. Benoît Ducos non ha dubbi: rifarebbe quel che ha fatto «perché è normale aiutare chi ha bisogno e sta male. Nessun ripensamento, doveva salvare quella donna incinta e i suoi familiari persi nella neve alta. E l’ha fatto. Questione di umanità. Benoît è un falegname, guardia alpina volontaria, nonché membro dell’associazione francese «Refuge solidaire» di Briançon, a due passi dal confine italo-francese”.

Parole di Franco Giacomoni, grande Presidente SAT, scomparso da poco che qui ricordo con grande affetto.  Franco Giacomoni è stato per molti anni anche presidente del Premio SAT che assegnò nel 2019 il Premio SAT per la Categoria “Sociale” all’Associazione Tous Migrants di cui Benoît è parte. Scriveva Franco nel suo discorso introduttivo alla cerimonia: “Ecco, è sufficiente questo: al di là di motivazioni politiche e/o ideologiche, una realtà che applica, come il comandante della nave la legge del mare, la legge della montagna: aiutare, assistere, salvare sempre e comunque chi è in difficoltà, chi chiede aiuto. Con questo Premio la SAT vuole unire, fortunatamente nelle totali diversità storiche, Tous Migrants ai nomi di Adamello Collini e Ettore Castiglioni che, come loro, non hanno visto nazionalità, colore della pelle, condizione sociale, ma semplicemente, donne e uomini in pericolo a cui tendere una mano“. Sperando di aver fornito almeno una risposta sul perché ricordare Adamello Collini, chiudo utilizzando le parole del Presidente Mattarella, nel discorso fatto durante la sua visita ad Auschwitz: “L’odio, il pregiudizio, il razzismo, l’estremismo, l’antisemitismo, l’indifferenza, il delirio, la volontà di potenza sono in agguato, sfidano in permanenza la coscienza delle persone e dei popoli”. “Non può essere ammesso nessun cedimento alle manifestazioni di intolleranza e di violenza, nessun arretramento nella tutela dei diritti e delle libertà fondamentali, base del nostro convivere pacifico”. “Ricordare è dimensione di impegno. È dimostrazione che, contro gli araldi dell’oblio, la memoria vince”.

Commemorazione uccisione don Giuseppe Borea

Anche quest’anno in ricordo del martirio di don Giuseppe Borea si terrà la commemorazione a cura delle sezioni locali di  A.N.P.C. ed A.N.P.I., del comitato spontaneo che si è costituito per ricordarne la figura, e della Diocesi di Piacenza-Bobbio con una Santa Messa che verrà celebrata: Sabato 10 febbraio p.v., alle 9.30, nella chiesa di Santa Maria del Suffragio (cappella del cimitero di Piacenza). 

Celebrerà l’eucarestia don Davide Maloberti, direttore del settimanale diocesano Il Nuovo Giornale, accompagnato all’organo dalla prof.ssa Michaela Mika Mori; a seguire, nello spazio antistante la cappella funeraria del Pio Ritiro Cerati, presso il cimitero, si terrà un momento di preghiera e verrà deposta una corona d’alloro.
Nel ringraziare della partecipazione, alleghiamo l’invito alla commemorazione

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