È scomparsa a 103 anni la mamma di Salvatore Oppo, già sindaco di Borgotaro e attuale responsabile Anpc delle sezioni delle valli del Taro e del Ceno.
Le parole della Presidente Nazionale Mariapia Garavaglia: “All’amico Oppo la vicinanza di tutta l’Anpc. La scomparsa della mamma a qualsiasi età porta via parte della vita: Condoglianze affettuose”.
Zduńska Wola, Polonia, 8 gennaio 1894 – Auschwitz, Polonia, 14 agosto 1941.
San Kolbe è entrato nell’elenco dei santi con il titolo di sacerdote e martire. La sua testimonianza illumina di luce pasquale l’orrido mondo dei lager. Nacque in Polonia nel 1894; si consacrò al Signore nella famiglia Francescana dei Minori Conventuali. Innamorato della Vergine, fondò “La milizia di Maria Immacolata” e svolse, con la parola e con la stampa, un intenso apostolato missionario in Europa e in Asia. Deportato ad Auschwitz durante la seconda guerra mondiale, in uno slancio di carità offrì la sua vita di sacerdote in cambio di quella di un padre di famiglia, suo compagno di prigionia. Morì nel bunker della fame il 14 agosto 1941.
Giovanni Paolo II lo ha chiamato “patrono del nostro difficile secolo”. La sua figura si pone al crocevia dei problemi emergenti del nostro tempo: la fame, la pace tra i popoli, la riconciliazione, il bisogno di dare senso alla vita e alla morte.
Se non è il primo è senz’altro fra i primi ad essere stato beatificato e poi canonizzato fra le vittime dei campi di concentramento nazisti. Giovanni Paolo II ha detto che con il suo martirio egli ha riportato «la vittoria mediante l’amore e la fede, in un luogo costruito per la negazione della fede in Dio e nell’uomo». E nell’omelia della Messa di canonizzazione spiegò: «Massimiliano non morì, ma “diede la vita per il fratello”. V’era in questa morte, terribile dal punto di vista umano, tutta la definitiva grandezza dell’atto umano e della scelta umana: egli da sé si offrì alla morte per amore. E in questa sua morte umana c’era la trasparente testimonianza data a Cristo: la testimonianza data in Cristo alla dignità dell’uomo, alla santità della sua vita e alla forza salvifica della morte, nella quale si manifesta la potenza dell’amore».
La nostra Presidente Nazionale ha dichiarato: “La forza di questo martire e la carezza della Assunta portino i nostri auguri a tutti gli amici e alle persone di buona volontà che amano e cercano la pace”.
Le parole della nostra Presidente Nazionale: “560 vittime uno degli eccidi più efferati, consumato il 12 agosto 1944 dalle SS e da collaborazionisti della RSI. Tante donne e bambini. Non dimentichiamo le responsabilità storiche e ricordiamo quali brutalità può causare l’odio. Il ricordo di quelle vittime ci impone di ricordare la storia per costruire il dialogo per non demonizzare gli avversari ma piuttosto collaborare per la coesione nazionale, finalizzata al confronto democratico senza negazionismi, revisionismi e desidero di rivincite La storia continui ad essere maestra di vita!”.
La storia: “A Sant’Anna di Stazzema, la mattina del 12 agosto 1944, si consumò uno dei più atroci crimini commessi ai danni delle popolazioni civili nel secondo dopoguerra in Italia. La furia omicida dei nazi-fascisti si abbattè, improvvisa e implacabile, su tutto e su tutti. Nel giro di poche ore, nei borghi del piccolo paese, alla Vaccareccia, alle Case, al Moco, al Pero, ai Coletti, centinaia e centinaia di corpi rimasero a terra, senza vita, trucidati, bruciati, straziati. Quel mattino di agosto a Sant’Anna uccisero i nonni, le madri, uccisero i figli e i nipoti. Uccisero i paesani ed uccisero gli sfollati, i tanti saliti, quassù, in cerca di un rifugio dalla guerra. Uccisero Anna, l’ultima nata nel paese di appena 20 giorni, uccisero Evelina, che quel mattino aveva le doglie del parto, uccisero Genny, la giovane madre che, prima di morire, per difendere il suo piccolo Mario, scagliò il suo zoccolo in faccia al nazista che stava per spararle, uccisero il prete Innocenzo, che implorava i soldati nazisti perché risparmiassero la sua gente, uccisero gli otto fratellini Tucci, con la loro mamma. 560 ne uccisero, senza pietà in preda ad una cieca furia omicida. Indifesi, senza responsabilità, senza colpe. E poi il fuoco, a distruggere i corpi, le case, le stalle, gli animali, le masserizie. A Sant’Anna, quel giorno, uccisero l’umanità intera. La strage di Sant’Anna di Stazzema desta ancora oggi un senso di sgomento e di profonda desolazione civile e morale, poiché rappresenta una delle pagine più brutali della barbarie nazifascista, il cancro che aveva colpito l’Europa e che devastò i valori della democrazia e della tolleranza. Rappresentò un odioso oltraggio compiuto ai danni della dignità umana. Quel giorno l’uomo decise di negare se stesso, di rinunciare alla difesa ed al rispetto della persona e dei diritti in essa radicati”. (https://www.santannadistazzema.org/).z
La descrizione del libro: «Questo è un libro sugli ultimi ed è a loro che è dedicato, perché su di loro si è costruita l’ossatura forte e imperfetta di tutto il nostro presente, dunque anche del mio.» Estate 1944. Lungo la Linea gotica si consuma la parte più feroce della guerra in Italia, una serie di eccidi orribili per mano dei nazifascisti. A San Terenzo Monti, paese di poche centinaia di abitanti tra Liguria, Emilia e Toscana, vengono uccise senza pietà 159 persone, in prevalenza donne e bambini, l’esecuzione accompagnata dal suono di un organetto. Attraverso la storia della sua famiglia, con una scrittura intensa, viva e piena di grazia, una galleria di personaggi che diventano romanzeschi per la forza e l’umanità della narrazione, Agnese Pini ha scritto un grande romanzo civile, con il respiro universale dell’inchiesta-racconto che parla di noi e del presente. “Una storia così” dice l’autrice “lascia un segno indelebile nelle famiglie che l’hanno subita, e appartiene a tutti i sopravvissuti e ai figli dei sopravvissuti. È una storia di umanità e di amore perché, soprattutto nei momenti in cui vita e morte sono così vicine, l’umanità e l’amore escono più forti che mai. L’ho sentita raccontare fin da quando ero piccola: la raccontavano mia nonna, mia madre, mia zia (nella foto di copertina), ma per molto tempo ho pensato che fosse un capitolo ormai chiuso della storia d’Italia e della mia storia personale. Grazie anche al lavoro che faccio, ho capito invece che quel capitolo era tutt’altro che chiuso, che lì si nascondono gli istinti più inconfessabili di ciò che possiamo ancora essere. L’ho capito con la guerra in Ucraina, vedendo come certi orrori si perpetuino sempre identici al di là delle latitudini e degli anni. E l’ho capito perché nel nostro paese c’è un periodo, il ventennio fascista, che ancora non riusciamo a guardare con una memoria davvero condivisa. La storia raccontata in questo libro può diventare allora un’occasione per tornare a ciò che siamo stati con una consapevolezza nuova. Del resto la resistenza civile di un paese si può tenere viva solo restituendo verità e dignità al destino degli ultimi. Questo è un libro sugli ultimi ed è a loro che è dedicato, perché su di loro si è costruita l’ossatura forte e imperfetta di tutto il nostro presente, dunque anche del mio”.
La cerimonia, organizzata dal Comitato Permanente Antifascista e presieduta dal Presidente Roberto Cenati, ha visto un grande partecipazione delle Istituzioni di città metropolitana di Milano, con la partecipazione di numerosi cittadini milanesi.
L’importanza di ricordare quello che è successo 79 anni a piazzale Loreto deve essere sempre il punto di partenza per tutelare la libertà e la democrazia. Dobbiamo essere sempre riconoscenti a quelle 15 persone che furono massacrate per aver difeso la libertà di essere uomini liberi. Per non aver chinato il capo di fronte ai soprusi e per aver dato la loro vita per regalarci il nostro stato democratico.
Anpc Città Metropolitana di Milano era presente con Carla Bianchi Iacono e Luisa Ghidini Comotti.
La dichiarazione della Presidente Nazionale a nome dell’Anpc: “E’ inaccettabile che nelle istituzioni democratiche siano infrattati nostalgici di una tradizione e ideologia che non accetta le conclusioni di procedimenti giudiziari della magistratura organo costituzionalmente indipendente della Repubblica e in contrasto con le limpide affermazioni del Capo dello Stato e delle dichiarazioni di altri membri del Governo. Il Presidente del Consiglio, che ha giurato sulla Costituzione antifascista, onori una volta per tutte quel solenne impegno. Si dedichi nelle dichiarazioni e nei fatti a chiudere per sempre una pagina di storia che durante la visita alla Sinagoga ha con tanta emozione, ed è sembrato con tanta convinzione, condannato”.
LA PIRA RICORDA ENRICO MATTEI A 10 ANNI DALLA MORTE
La Fondazione La Pira su fb, ha pubblicato alcune parti della trascrizione dell’intervento che La Pira fece al cinema «Astra» di Cortemaggiore il 3 dicembre 1973, nel decimo anniversario della morte di Enrico Mattei. “L’audio di quella commemorazione era conservato presso il Comune di Cortemaggiore, assieme ad altra documentazione fotografica dell’evento. Dobbiamo ringraziare Giovanni Garbi, appassionato cultore della storia di Cortemaggiore, aver ritrovato questo materiale e avercelo trasmesso. In questa prima parte l’inizio della conversazione, con i ricordi ancora vivi degli ultimi incontri. Ne seguiranno nei prossimi giorni altre quattro parti.
Io glielo dissi una volta a Mattei: quando a Massa fu varata quella immensa piattaforma. Dissi: «Guarda tu sei come un pino. Cos’è questo pino? Radicato a Firenze – questo è vero – e che ha una chioma che sempre più si ingrandisce e questa chioma copre di ombra salutare in qualche modo tutti e cinque i continenti; in ogni caso li coprirà». E già allora, eravamo nel ’62, c’era questa chioma che si stendeva su tutto il Mediterraneo: sull’Asia, con la Cina – rapporti con la Cina, cominciati per tempo –; rapporto cominciato con l’India; tutta l’Asia e già in progetto – oltre che l’Africa nera, oltre che quella meridionale – l’America Latina.
E, a proposito di ricordi (…). L’ultimo incontro con Mattei, il 4 ottobre del 1962, festa di San Francesco: c’era a Firenze. Si celebrava il ricordo del Colloquio mediterraneo, e c’era Senghor, l’ultimo Capo di Stato con cui lui a Firenze prese i contatti a livello economico, industriale, culturale e spirituale. E il giorno 5 partì per Roma, io lo accompagnai, e mi diceva: «Guarda, tutte queste cose sono complicate, i miei aerei…» – aveva quasi la sensazione che fosse l’ultimo viaggio che noi si faceva insieme. Questo è l’ultimo ricordo…
E un altro ricordo che è immediatamente dopo è questo. Ero ad Algeri, il 1° di novembre del 1962, perché c’era la prima festa dell’Indipendenza. Voi sapete che lui aiutò moltissimo l’Algeria, con tutto il movimento dell’FNL. Aiutò moltissimo e preparò in Algeria, del resto come in tutto il Mediterraneo, una grande politica del petrolio. Aiutò tanti algerini a Roma: uno che poi divenne, e credo che lo sia ancora, ambasciatore a Belgrado, Tajeb Boulharouf. E quel giorno, ad Algeri, c’erano migliaia di giovani, a diecine di migliaia. Quando, non so come, i giovani scoprirono che c’eravamo noi italiani – forse per la macchina, non so – ci vennero in tanti incontro e dissero – era morto da qualche giorno – «Mattei, il nous aimait – ci ha amato –; il nous avait donné le pètrole – ci ha dato il petrolio –; e il nous avait aidé pour notre indépendance». E sapete cosa pensai subito io lì ad Algeri? […] Il giudizio finale. I popoli diranno: «Ci ha amato, ci ha dato il petrolio – cioè la struttura per il pane di ogni giorno, per la civiltà dei popoli – e ha collaborato alla nostra indipendenza. Ebbi fame e mi desti da mangiare». È bella questa cosa: voce di popolo, voce di giovani, nel 1962, qualche giorno dopo la sua morte.
Dieci anni dopo lo possiamo ricordare così, con attenzione, questa grande figura – veramente – questa grande figura che attraversa i decenni, attraversa la storia italiana – non è retorica questa – attraversa la storia mediterranea, attraversa la storia europea e – in qualche modo, sì protende – sull’intiera storia mondiale. Perché scusa, se tu vai in Cina allora, se tu vai in America Latina, allora, se tu vai in tutto il Mediterraneo, il mondo arabo, allora, quegli orientamenti, quelle strade tracciate con il solito tracciato sono strade che ancora vengono attraversate e che saranno sempre più attraversate dalla storia contemporanea e dalla storia futura; portano un nome: Enrico Mattei.
[…] Ultima cosa di questi ricordi […]: il 5 di ottobre scendemmo in piazza all’EUR, e lui mi mostrò tutto un materiale fatto – come si dice? – di plastica: case di plastica, modelli, scuole di plastica, modelli, valige di plastica, lana di plastica e mi regalò una bellissima coperta di lana – che ancora tengo […] e riscalda in maniera straordinaria. «Vede queste cose: le case, le scuole – tutto di plastica –, queste sono destinate all’America Latina: abbiamo un grande progetto per l’America Latina e per i popoli sottosviluppati: mandare insieme queste piccole e grandi cose per il loro sviluppo culturale, sociale, umano e spirituale». Una cosa bellissima. Restai incantato, dissi «Acciderbola, quali prospettive, quali progetti per il domani!». A questo poi la provvidenza ci pensò. (1- continua)”.
Dichiarazione Presidente ANPC, Mariapia Garavaglia: “Duole il continuo riaprire le ferite causate dalla strage di Bologna di 43 anni fa. Non si può chiedere ancora di fare chiarezza e ricercare “tutta la verità” dopo che le responsabilità sono state chiarite in sede giudiziaria. Se la giustizia serve la politica – la maggioranza di turno- non serve la ricerca della verità ma mostra la sua sudditanza ideologica. Il Parlamento deve smettere di invocare e costituire Commissioni di inchiesta per sostituirsi alla magistratura e per prolungare nel tempo inutili polemiche, quando la ‘Nazione’ ha bisogno di serenità sociale. Accettare il passato significa finalmente tagliarlo dal presente per ‘mettersi alla stanga al servizio degli Italiani completamente fedeli ai compiti costituzionali riservati in modo diverso e preciso agli organi costituzionali dello Stato. Siamo grati al Presidente Mattarella per il suo messaggio inequivoco perché fondato sulla verità già acquisita. Riconoscere le colpe del passato significa finalmente indicare alle nuove generazioni le strade da non percorrere per mantenere e difendere quella democrazia conquistata anche col sangue e che consente oggi le loro libere scelte”.
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